giovedì 26 aprile 2007

Dopo i congressi. Il Partito Democratico e i movimenti.

I congressi di Firenze e Roma hanno appassionato e convinto.
Si avverte un clima diverso. Meno lontananza ed un interesse diffuso.
Non si placa tuttavia una insistita campagna mediatica contraria.
A ben vedere la causa non è nel dissenso a sinistra del nuovo partito.
Il PD può segnare una ripresa di ruolo della politica, e a molti non piace.
Fino a che il progetto del "Partito Democratico" poteva essere scambiato con la piattaforma per dividere il centrosinistra, e renderlo più condizionabile dall'economia e dai corporativismi, non sono mancati certi alleati.
Dopo il voto del 2006 è apparso evidente che la sua funzione, persino oggettivamente, è ben diversa.
Quella di ridare speranza a chi sente nemico il presente, non solo teme il futuro.
E, per dirla chiara, quella di sostenere un Governo che gioca una partita decisiva per l’Italia, e la cui maggioranza, certamente articolata, raccoglie tutte le sinistre.
Il PD nasce per garantirgli una immagine più nitida, unitaria, leggibile, non per ipotizzare alternative, tempi supplementari alla vecchia politica, conservatrice ed impotente.
Anche questo a qualcuno non piace.
E’ qui il motivo di una offensiva che prosegue, di un dare spazio unicamente ai dissensi: puntare a permettere solo la nascita di una forza azzoppata a sinistra, che eventualmente sia la salmeria di un nuovo centro, non il riferimento del cambiamento.
Bisogna prenderne atto. Oggi, all'inizio della fase costituente.
Non per commettere l'errore di non tenere conto delle forze in campo nella società italiana, comprese le sedi dell'economia.
Non per rinchiudersi, ma per aggregare, per chiamare a raccolta le realtà più vive e dinamiche dell'impresa e del lavoro, le grandi sorgenti.
A questo fine serve chiarezza sui tempi e sui contenuti.
Sui tempi: a metà del guado l'acqua è più alta e le correnti contrarie più forti. Bisogna accelerare il passo.
Fare bene, certamente, ma anche fare presto.
Sui contenuti: l'azione del Governo è una risorsa e l'alleanza dell'Unione non è una condanna.
Dall'intervento deciso per la dignità e la sicurezza del lavoro, alla politica internazionale di pace, per l'Onu ed i diritti umani in ogni parte del globo, ai Dico, alle recentissime scelte sull'integrazione del fenomeno migratorio, a beneficio dell'Italia: tutto dimostra che si può e si deve continuare.
Si può dichiarare con energia che una linea riformatrice è in campo. Ha l'ampiezza che è giusto avere, non è l'immagine in un caleidoscopio di decine di partiti e correnti.
Il consenso viene accompagnando l'azione di Governo con una salda iniziativa nella società.
Si potrebbe scoprire che, senza linguaggi biforcuti, si può convincere in più direzioni.
L’opinione pubblica ha meno certezze ed etichette di quanto si pensi.
Ha necessità solide non meno che orientamenti liquidi.
L'Italia del cambiamento può ritrovarsi e diventare una maggioranza più forte e convinta.
Non è facile ma "si può fare".
Si nota però uno iato, una separazione fra le aperture della relazione e delle conclusioni di Piero Fassino a Firenze, e una certa apnea, una debolezza nel prendere l’iniziativa, che si vede nel corpo dei partiti.
Alla base è comprensibile, ma va affrontata e “battuta”. Quei sentimenti di preoccupazione (Che fare adesso”? Con chi!? Con quali “direttive?) sono inevitabili ma vanno presto superati.
Al vertice, invece, essere in “stand by”, vuol dire riaprire il fuoco sulla leadership, azzerare tutto per non cambiare nulla.
No. Il mondo delle Associazioni, la società civile dell’Ulivo, soprattutto chi è in essa con il compito ambizioso di riferirsi alla storia della Sinistra, sente il bisogno di gruppi dirigenti protagonisti, nei partiti, a Roma e nei territori.
Sicuri del consenso registrato nei congressi, con la volontà di cercare assieme la conferma del consenso dei cittadini.
Ma è viva la società civile? Sono credibili le associazioni? Le loro truppe non sono ancora l’elenco dei popoli d’occidente e delle navi, che raccontò Omero, sono ancora limitate ma danno già un segnale. C'è un mondo che può fare la sua parte.

I DS e La Margherita hanno scelto insieme, ora devono essere accompagnati dalla scesa in campo di altre diffuse energie.
Nell'anno 2002, quando l'opposizione culturale e sociale al berlusconismo, fu capace di "scuotere l'albero", ridiede coraggio all'Ulivo e contribuì a mettere le premesse della vittoria del 2006, si mostrò la realtà dei cosiddetti "ceti riflessivi", di una società civile capace di dimostrare la propria forza.
Una soggettività democratica esigente e radicale, ma unitaria.
Sono gli stessi che, in larga misura, hanno determinato la bella affermazione
nel Referendum per la difesa della Costituzione.
Sono convito che i "riflessivi" stiano ancora riflettendo. Senza ironia. Non va confuso, è vero, con l’interezza di una linea politica maggioritaria, ma il loro portato, la loro identità di valori, la loro voglia di impegno sono decisivi per il Partito Democratico, per tutto il centrosinistra.
E grande, insostituibile, è il contributo che bisogna sollecitare dal mondo dei lavori, e del sindacato.
A momenti di iperpoliticizzazione sembra subentrata, qui, una attesa che però non è silenzio, è richiesta di risposte, innanzitutto ai “democratici” , alla parte maggiore dell’alleanza di progresso..
Bisogna reagire di fronte a chi vuol spendere la forza dell’opinione civile raccogliendone solo i quadri di una sconfitta già pensata come inevitabile, radicalizzandoli, portandoli a nuovi partitini minoritari.
Ma bisogna reagire anche di fronte a chi pensa di poterne fare a meno.
Non ci sottovalutate. Sarebbe un errore dalle conseguenze lunghe. Abbiamo tutta l’intenzione di non farvelo commettere.

Davide Ferrari , Fabio Zanzotto
dell’Associazione della Sinistra per il Partito Democratico
www.sinistra.pd.it

mercoledì 25 aprile 2007

Gramsci 70 anni dalla morte: idee vive

Associazione della Sinistra
per il Partito Democratico

Nota stampa

Roma 23 Aprile 2007
Gramsci 70 anni dalla morte: idee vive
Un classico del pensiero mondiale. "Ha insegnato il dovere di impegnarsi ed il coraggio di innovare".
Manifestazione dell'ASPD.

Davide Ferrari, coordinatore nazionale dell'Associazione è intervenuto , questa mattina a Firenze ad un incontro promosso per discutere sulle identità e culture della Sinistra.
E' stata l'occasione per ricordare e attualizzare la figura di Antonio Gramsci
nel 70° anniversario della morte.(27 Aprile 1937).

"Antonio Gramsci è figura più grande delle stesse vicende politiche, pure rilevantissime per la storia d’Italia, delle quali è stato protagonista.
E’ ormai riconosciuto come un classico del pensiero filosofico e politico, in tutto il mondo.
Tuttavia due sue scelte, di ricerca e di vita, paiono oggi particolarmente attuali.
La prima è quella che ha insegnato la necessità di prendere parte, di impegnarsi.
L’intellettuale non può restare distante dalla vita politica del suo paese, dal mondo nel quale vive e dal quale il suo pensiero trae alimento.
La seconda è invece quella del coraggio dell’innovazione.
Il coraggio che Gramsci ebbe, con i giovani della sua generazione, di opporsi al fascismo in nome di una cultura nuova, che non ripetesse i riti ormai logori del positivismo e di un progressismo illusorio dei quali la sinistra del suo tempo era ancora prigioniera.
E il medesimo coraggio lo ebbe nel riflettere sulla sconfitta di quella generazione iniziando a scrivere, dal carcere, della lunga ed articolata lotta per la democrazia come sostanza del socialismo.
Per questo non è indebito ricordarlo oggi anche in una sede politica come la nostra. Per questo Gramsci ci parla ancora oggi, con idee vive. Si è ironizzato anche troppo sul Pantheon del Partito Democratico. A me piace dire che dobbiamo portare con noi il suo coraggio nel Partito da costruire".

martedì 24 aprile 2007

Distacco di Angius: un errore grave.

Associazione della Sinistra
per il Partito Democratico


Nota stampa

Bologna, 24 Aprile 2007

Distacco di Angius: un errore grave.
Stare da Sinistra nell'Ulivo è possibile e necessario.
Accelerare la fase costituente per aggregare e interrompere diaspora.

"La scelta del Sen. Angius, che stimiamo, di lasciare i Ds per non partecipare alla costruzione del PD è un errore grave"
Dichiarano così Davide Ferrari, consigliere comunale di Bologna, e Fabio Zanzotto, dell'Accademia di Brera di Milano, del coordinamento nazionale dell'ASPD.
"Non entriamo nel merito del dibattito interno ai partiti dell'Ulivo, ma chi ha posizioni più di Sinistra deve dare il suo contributo per ancorare il nascente Partito Democratico su temi come la pace e la politica internazionale, il lavoro ed i diritti della persona.
Così si contribuisce a rendere più forte tutta la coalizione, oggi troppo divisa, che regge il Governo Prodi.
Se non lo si fa si indebolisce non solo il PD ma tutta l'Unione.
Ci sono centinaia di migliaia di militanti ed elettori dell'Ulivo che vogliono posizioni nette, ma sui contenuti, non sulla astratta geometria degli schieramenti interni.
Questi cittadini vogliono partecipare e non dividere.
E' oggi ancor più urgente avviare con la massima rapidità la fase costituente per aggregare e non proseguire in una diaspora francamente negativa"

domenica 22 aprile 2007

Il confine della vita.

L'ass.ne Poesia ad altra voce
presenta:
Il confine della vita.
Eutanasia, accanimento terapeutico, testamento biologico. Riflessioni e performance artistiche.

Giovedi' 26 Aprile, ore 21,30
c/ La Linea ,piazza Re Enzo 1/h, Palazzo Re Enzo
 
Prima parte della serata:
Incontro con Carlo Flamigni (Università di Bologna, comitato nazionale di bioetica) ,
Giovanni Sicuranza (medico legale, UAAR ),
Davide Ferrari (Università di Bolzano) .
Moderatrice Marta Pompei.

Gli attori Sergio Dell'Aquila e Giuliana Sciaboni leggono testi di Piergiorgio Welby.

martedì 10 aprile 2007

L' Unità scrive................

E a sinistra si ode una voce. Una voce che non si accoda al "coro degli scontenti di mestiere", come spiega il consigliere copmunale Davide Ferrari, e che ricorda le enormi possibilità del dialogo come metodo in politica.
Che, dunque, ai protagonisti delle recenti polemiche nel centrosinistra dice: la Giunta ha tutte le possibilità di arrivare bene alle prossime elezioni, perchè "Cofferati gode ancora di un largo consenso, chi come noi sta in mezzo alla gente lo sa", assicura Laura Renzoni Governatori, docente all'Alma Mater di Bologna.
Insomma si può recuperare". Detto questo, scegliere la via del dialogo significa anche "non liquidare il dissenso, ma valutarlo come disagio per risposte che ancora non sono arrivate. Ferrari e Governatori sono tra le voci dell'"Associazione della Sinistra per il Partito Democratico".
Un gruppo che nasce per fare valere nel PD che verrà i valori storici della Sinistra, a cominciare da quelli "principe" della laicità e della dignità del lavoro.
"Bisogna uscire da un vortice di dichiarazioni, di accuse e contraccuse, tutto interno alla politica, e tornare alle caratteristiche originarie dell'Ulivo, che ha saputo tenere insieme radicalità e unitarietà", ragiona Ferrari.
E questo è possibile se ci si concentra sulla società civile, sulle associazioni che già sono state fondamentali in tante occasioni "ricordo quella, aggiunge Ferrari-per noi fondamentale-della battaglia del referendum per difendere la Costituzione".
E' quella l'occasione in cui l'idea di un progetto diverso e unitario, da Sinistra.
Oggi l'Associazione conta 300 adesioni a Bologna, 2 mila a livello nazionale.
Vi sono impegnati nomi come Giancarla Codrignani, Giorgio Festi, Gregorio Scalise, Marco Mazzoli, dell'Università Cattolica e Fabio Zanzotto, dell'Accademia di Brera.
Il gruppo porta avanti tre campagne (per una scuola laica che valorizzi le esperienze di integrazione multiculturale, per la sicurezza e la dignità del lavoro, contro la pena di morte per una vera giustizia internazionale).
All' ultimo incontro-a Bologna-sul programma del PD si presentano in 150, in dialogo con Roberto Montanari e Roberto Gualtieri, .
Si sente portavoce di quei cittadini dell'Ulivo, che "hanno un orientamento netto sulla laicità, e credono, insieme, nella politica come dialogo".
Un dialogo, e un'unità, che a Bologna " non possono essere messi sotto attacco da divisioni interne".
Per Ferrari i voti contro De Maria all'ultimo congresso e le critiche degli ex-assessori a Copfferati sono due iniziative, "una disdicevole, l'altra sorprendente".
"Il segretario ha comunque una maggioranza significativa e porta avanti una linea di confronto con la società civile e con il resto della coalizione che ci trova concordi".
Quanto a Cofferati, l'invito è a preoccuparsi non tanto dei critici come gli ex-amministrtatori, quanto della società civile, "e' questa la vera urgenza. C'è un numero significativo di bolognesi che vuole impegnarsi-sottolinea Ferrari- e il Comune ha la responsabilità di cogliere questo fatto".
Guai a giocare al massacro: "La prima critica che oggi un gruppo che lavora e ascolta il mondo della cultura e degli intellettuali come il nostro può fare è all'ideologia dello sconfittismo".
Anche per Renzoni "alimentare ulteriori divisioni non serve al PD".
E' vero, ammette, che "la Giunta sembra un po' lontana dalla città", che c'è una scarsa consultazione dei cittadini, eccezion fatta per esperienze come quella per il nuovo piano urbanistico.
Ma per vincere nel 2009 si può "recuperare il dialogo come metodo. Bologna è una città dai bisogni articolati, la sua composizione demografica sta cambiando. Gli amministratori dovrebbero farsi vedere di più ai supermercati, sui bus, a teatro e al cinema, in piazza.
Sono questi, come altri, i luoghi dove i bolognesi manifestano le loro opinioni. Raccogliendo e rispondendo a queste la preoccupazione per il 'salotto', che sono pochissima cosa, potrà essere dimenticata".
Tratto da l'Unità 10 04 2007

La sinistra che resterà nel PD: "Basta col gioco al massacro dello sconfittismo e delle divisioni".Ferrari e Renzoni Governatori su "L'Unità"

E a sinistra si ode una voce. Una voce che non si accoda al "coro degli scontenti di mestiere", come spiega il consigliere copmunale Davide Ferrari, e che ricorda le enormi possibilità del dialogo come metodo in politica.
Che, dunque, ai protagonisti delle recenti polemiche nel centrosinistra dice: la Giunta ha tutte le possibilità di arrivare bene alle prossime elezioni, perchè "Cofferati gode ancora di un largo consenso, chi come noi sta in mezzo alla gente lo sa", assicura Laura Renzoni Governatori, docente all'Alma Mater di Bologna.

Insomma si può recuperare". Detto questo, scegliere la via del dialogo significa anche "non liquidare il dissenso, ma valutarlo come disagio per risposte che ancora non sono arrivate. Ferrari e Governatori sono tra le voci dell'"Associazione della Sinistra per il Partito Democratico".
Un gruppo che nasce per fare valere nel PD che verrà i valori storici della Sinistra, a cominciare da quelli "principe" della laicità e della dignità del lavoro.
"Bisogna uscire da un vortice di dichiarazioni, di accuse e contraccuse, tutto interno alla politica, e tornare alle caratteristiche originarie dell'Ulivo, che ha saputo tenere insieme radicalità e unitarietà", ragiona Ferrari.

E questo è possibile se ci si concentra sulla società civile, sulle associazioni che già sono state fondamentali in tante occasioni "ricordo quella, aggiunge Ferrari-per noi fondamentale-della battaglia del referendum per difendere la Costituzione".
E' quella l'occasione in cui l'idea di un progetto diverso e unitario, da Sinistra.

Oggi l'Associazione conta 300 adesioni a Bologna, 2 mila a livello nazionale.
Vi sono impegnati nomi come Giancarla Codrignani, Giorgio Festi, Gregorio Scalise, Marco Mazzoli, dell'Università Cattolica e Fabio Zanzotto, dell'Accademia di Brera.
Il gruppo porta avanti tre campagne (per una scuola laica che valorizzi le esperienze di integrazione multiculturale, per la sicurezza e la dignità del lavoro, contro la pena di morte per una vera giustizia internazionale).
All' ultimo incontro-a Bologna-sul programma del PD si presentano in 150, in dialogo con Roberto Montanari e Roberto Gualtieri, .
Si sente portavoce di quei cittadini dell'Ulivo, che "hanno un orientamento netto sulla laicità, e credono, insieme, nella politica come dialogo".
Un dialogo, e un'unità, che a Bologna " non possono essere messi sotto attacco da divisioni interne".
Per Ferrari i voti contro De Maria all'ultimo congresso e le critiche degli ex-assessori a Copfferati sono due iniziative, "una disdicevole, l'altra sorprendente".
"Il segretario ha comunque una maggioranza significativa e porta avanti una linea di confronto con la società civile e con il resto della coalizione che ci trova concordi".
Quanto a Cofferati, l'invito è a preoccuparsi non tanto dei critici come gli ex-amministrtatori, quanto della società civile, "e' questa la vera urgenza. C'è un numero significativo di bolognesi che vuole impegnarsi-sottolinea Ferrari- e il Comune ha la responsabilità di cogliere questo fatto".
Guai a giocare al massacro: "La prima critica che oggi un gruppo che lavora e ascolta il mondo della cultura e degli intellettuali come il nostro può fare è all'ideologia dello sconfittismo".
Anche per Renzoni "alimentare ulteriori divisioni non serve al PD".
E' vero, ammette, che "la Giunta sembra un po' lontana dalla città", che c'è una scarsa consultazione dei cittadini, eccezion fatta per esperienze come quella per il nuovo piano urbanistico.
Ma per vincere nel 2009 si può "recuperare il dialogo come metodo. Bologna è una città dai bisogni articolati, la sua composizione demografica sta cambiando. Gli amministratori dovrebbero farsi vedere di più ai supermercati, sui bus, a teatro e al cinema, in piazza.
Sono questi, come altri, i luoghi dove i bolognesi manifestano le loro opinioni. Raccogliendo e rispondendo a queste la preoccupazione per il 'salotto', che sono pochissima cosa, potrà essere dimenticata".

Tratto da l'Unità 10 04 2007

www.sinistra.pd.it

martedì 3 aprile 2007

La Bologna che vogliamo
di Davide Ferrari


I DS di Bologna. Note dal congresso.

Ho partecipato lo scorso fine settimana al congresso dei DS di Bologna.
Sono andato a questo appuntamento contento della grande partecipazione registrata nei congressi di sezioni e anche per il risultato.
In questo momento, con il governo Prodi appeso al filo ad ogni votazione ci vuole unità. Prima di ogni altra cosa. Poi si vedrà.
Sono intervenuto, ho parlato con tanti delegati, di età, esperienza, condizione lavorativa diversa, mi è sembrato che, nonostante tutto, prevalessero di gran lunga la serenità, la voglia di confermare l'impegno e il senso di responsabilità.
Mi sono commosso anch'io ascoltando l'intervento di Katia Zanotti che, in lacrime, annunciava la prossima separazione dal partito.
Katia non è solo una dirigente stimata, di lungo corso e di capacità, è una figura di donna, figlia di una famiglia comunista, che rappresenta -come poche- il senso di una continuità ininterrotta. Per questo è molto amata e stimata.
Mentre tutti la salutavano, mi sono avvicinato a lei dopo il suo intervento e le ho detto "Io oggi non ti saluto. Voglio salutarti per ultimo".
La frase, me ne accorgo ora, poteva avere diversi significati ma Katia ha capito benissimo. Si è alzata dalla sua poltroncina in platea e mi ha abbracciato.
Volevo dirle che ancora mi rifiuto di considerare inevitabile questa separazione.
Ne sono convinto. Se, nel dare vita al nuovo Partito Democratico, DS e Margherita, con le numerose Associazioni già convinte, sapranno rivolgersi e coinvolgere tutti gli elettori dell'Ulivo che vanno ben oltre le loro forze, sono certo che anche molti che oggi dicono di voler fare un altro partito (un altro!!!!!) si potranno ricredere senza abiure.
Troveranno un campo grande dove fare politica per e con i cittadini.
Anche molte preoccupazioni su un Ulivo piccolo, poco laico, troppo moderato, verranno superate dai fatti, perchè il popolo dell'Ulivo è grande, laico e vuole il progresso ed il bene dell'Italia.
Fare il Partito Democratico in tanti, oltre i partiti , è la miglior garanzia contro ideologismi, rissosità, scissioni.
Queste riguardano la vita interna dei partiti, assai meno interessano chi vuole assicurare al nostro paese un buon futuro, salvandolo dall'ignoranza, dalla paura dagli interessi e dalle furbizie di chi oltre al potere del denaro vorrebbe di nuovo avere anche il potere sulla cosa pubblica.
Ho apprezzato molti interventi, altri meno, naturalmente, sono stato colpito dal grande numero di giovani e trentenni fra i delegati.
E' così in tutta Italia: soprattutto fra i giovanissimi ci sono fermenti nuovi, dopo l'apnea degli anni del liberismo e del disincanto.
Il segretario Andrea De Maria, sempre presente, attento e cortese, una persona all'arrovescio rispetto al ritratto preconfezionato del politico che abbiamo in mente, mi è sembrato l'immagine e una realtà di questo "andare avanti".
Tutto bene, dunque?
Quando sono stali letti i risultati del voto, dall'espressione del "segreto dell'urna" è venuto fuori, purtroppo anche dell'altro.
Oltre al voto dei delegati contrari al Partito Democratico, un certo numero di NO è venuto a galla. NO al Segretario e forse No a tante altre cose.
Non mi ha stupito del tutto. Il momento è serio ed importante. Fare un nuovo partito e soprattutto volerlo fare in modo nuovo, con più partecipazione e democrazia, mette a rischio favori consolidati e ruoli, eterni o recenti.
Subito si è scatenata, nei giornali, la caccia ai NO ed alle loro motivazioni.
Per ora mi vengono in mente tre cose da scrivere, poche ma da affermare con energia.
Innanzitutto il Segretario è stato eletto da molto più del 70% dei delegati.
Non siamo in Bulgaria ed una maggioranza così solida ha tutto il diritto che la sua "linea", il suo modo di dirigere, improntato all'unità di tutto il centrosinistra vada avanti senza rallentamenti e legature. Non solo, se davvero sotto giudizio è stato, questa volta, direttamente il Segretario, allora, se i numeri hanno valore, bisogna dire che ha passato con forza la prova del voto.
In secondo luogo il dissenso è sempre legittimo e comunque è un fatto. Non bisogna scervellarsi sulle cause ma continuare a far discutere e lavorare assieme tutte le risorse umane dei DS bolognesi, che sono tante.
Se chi non è d'accordo troverà il coraggio di esprimersi apertamente potrà farsi ascoltare e contribuire a fare ancora meglio.
Altrimenti è giusto che "un trappolone"-così si usa chiamare il tentativo di "impallinare" con il voto segreto, resti un episodio-significativo- ma che non può diventare una proposta, non può pretendere di fermare o far deviare chi ha la responsabilità di garantire una rotta.
Infine, di fronte a tanti commenti, più o meno autorevoli ed informati, del seguente tenore: "E' stato il partito del Sindaco", "No, è stato il partito che è avverso al Sindaco", sono convinto bisogna dire, con parole ferme, che ognuno ha i suoi ruoli. La lealtà verso chi ha compiti di governo nelle istituzioni deve essere sempre forte, senza tentennamenti, sia nei confronti di Romano Prodi-a Roma-, che nei confronti di Sergio Cofferati-in città.
Ma non è questa- a pro o a contro- l'unica misura.
Un partito, ed il nuovo Partito Democratico ancor più, ha compiti più vasti, di elaborazione, proposta, ascolto e rapporto con i cittadini.
Un partito dimezzato- il sogno di certi untorelli- la politica dimezzata ridotta a cosche e cordate non è mai piaciuta ma oggi non sarebbe tollerata.
Al lavoro, al lavoro! Quando si lavora non si ha il tempo per far danni con un gruppo di NO, oppure per chiaccherare all'infinito sui retroscena.
Il congresso ha vissuto lacrime e "trappole" ma anche tanto, tanto altro.
Al lavoro, con la sana attitudine dei bolognesi, vecchi e di nuovo conio.

lunedì 2 aprile 2007

Per un programma del PD:

Associazione della Sinistra
per il Partito democratico
 
 
"A confronto
per un programma del PD:
fra identità e concretezza"
 
Primo seminario
 
Lunedì 2 Aprile, ore 20,30
Bologna, via Galliera 25 /a, sala Passepartout
 
In dialogo con
 
Roberto Gualtieri
Fondazione Istituto Gramsci, Roma
 
e
 
Roberto Montanari
Segretario regionale dei DS, Emilia-Romagna
 
intervengono:
 
On. Donata Lenzi
Ulivo, Camera dei deputati
 
Bruno Pizzica
Segretario SPI CGIL Bologna


Laura Renzoni Governatori
Università di Bologna
 

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La Bologna che vogliamo
di Davide Ferrari


Una bella notizia, quando tutto sembra nero.

Ogni giorno il livello sale.
Di cosa giudicate voi.
Nei bar, nei ristoranti, nei negozi, le frasi di odio che sentiamo sono quasi le uniche e, comunque, restano sempre senza replica, senza contraddittorio.
Contro gli zingari, gli arabi, i negri, i gay, e via via anche contro i meno distanti, contro quelli del Sud ma anche quelli del Nord, contro chi non fa nulla, contro chi fa troppo, contro chi è troppo diverso, contro chi è troppo uguale.
“Li brucerei tutti”: è il ritornello degli sfoghi. Non molto di meglio.
Non parliamo poi di come si parla della politica, anzi dei “politici”, come si dice oggi, come se si dovesse trattare sempre di persone e mai di idee e contenuti.
“Sono tutti eguali”, vale a dire “marci”: è l’altro ritornello, un po’ ipocrita, e che, in realtà, nasconde quasi sempre un altro pensiero.
“Si stava meglio quando si stava peggio” e quindi “tanto vale stare con i peggiori, chissà che non siano cattivi soprattutto con chi ci da fastidio”, questo il vero retro-pensiero.
E’ maggioranza? Non so, certo lo sembra.
Ci sono mille ragioni perchè il livello della m…. salga, ogni giorno.
Ma la ragione più forte è la paura. Del futuro e del presente.
I problemi veri, l’ambiente che muore, il degrado, il lavoro che non vale nulla, nessuno sembra credere che possano essere affrontati e allora tanto vale prendersela con chi sta male, ma a diverso modo, accanto a noi, nel bus o nella via.
Facciamo un po’ tutti come i polli di Renzo.
Quelli che, nei “Promessi sposi” di Manzoni, si beccavano tra loro mentre stavano a testa in giù nelle mani di chi era per tirargli il collo.
Crediamo di essere più furbi, noi poveri piccoli del mondo, se invece di guardare ai potenti, guardiamo a testa bassa, e a “bocca larga”, chi ci sta accanto, troppo accanto, fino a farci sentire il suo fiato.
La paura non rende più intelligenti, però, tanto meno più furbi.
In questo quadro, che è proprio così, anche a Bologna, figuratevi come può essere a Roma, o a Napoli, o -per altri versi- a Varese, a Treviso, a Brescia, ogni buona notizia sembra una favola.
Cos’è buono, in un mondo così?
Un tempo avrei senz’altro detto: “qualcosa che sia di Sinistra”.
Oggi, che pure ho le stesse idee di ieri -e non le cambierò mai- mi rispondo diversamente:
“E’ buono tutto ciò che unisce”.
Solo l’unità-quando non è contro ma per qualcosa- è un bene, sia nella famiglia, sia nella società , sia nella politica.
Pensateci. Il “diavolo”, per chi ci crede, la “cattiveria” per tutti gli altri, ci vuole divisi e quindi buoni solo a odiare, a brontolare, carne qualunque per qualunque avventura.
Ecco allora che, comunque la pensiamo, quando in una casa qualsiasi si sceglie l’unità, o per lo meno quello che si spera voglia dire unità, è un bene per tutti.
Ecco la notizia, allora.
Dopo, e nonostante, mesi di bombardamento dei mezzi di informazione, tutti tesi a dimostrare che a Sinistra c’è solo rissa, dissenso e sconforto, nei congressi di sezione bolognesi dei Democratici di Sinistra, in questo mese di Marzo, hanno partecipato e votato molti uomini e molte donne in più di altre volte e, in moltissimi hanno scelto l’ipotesi del “Partito Democratico”.
Sono state più di cinquemilacinquecento persone e con una prevalenza dell’88% circa, hanno optato per la “mozione Fassino”, così si chiama nel gergo congressuale.
Bella o brutta che sia, per una ipotesi di unità.
Rispetto per tutte le idee diverse e ascolto di molte loro vere ragioni, certamente, soprattutto quando c’è tanto ancora da discutere e soprattutto da fare.
Ma questa è una bella notizia.
State attenti: vi diranno che è solo conformismo di vecchietti cammellati, ma non è vero.
E’ andata così perché quasi tutti, pur con tanti dubbi e magoni, abbiamo voluto reagire, sperare ancora, provare a rimetterci in campo, anche quando - come era per me- si veniva da scelte diverse.
“O cittadino che passi per la via”-recitava una vecchia cantilena-“fermati un poco e…”
E-aggiungo io- pensa che, anche se non ne sai nulla di questo partito e di questi congressi, anche se magari la pensi all’opposto, a destra o a sinistra, questa è una bella cosa anche per te.

martedì 13 marzo 2007

Per una didattica della poesia.

PREMESSE PER UNA DIDATTICA DELLA POESIA.
Appunti poco popolari di un poeta.
di Davide Ferrari

Alcuni anni orsono l'allora Presidente della Camera dei Deputati Irene Pivetti ("Oh tempo-ra....") prese l'iniziativa di invitare a Montecitorio alcuni fra i principali "grandi viventi" della poesia italiana. Al termine del conto, l’iniziativa fu positiva.
Curiosa tuttavia la sigla che la RAI dedicò alla trasmissione TV dell'evento: immagini di gabbiani svolazzanti e di nuvole allo sfumo.
Certo Pivetti oltre non poteva andare. Ma è, forse, più generale pensare la poesia come qualco-sa fra lo spirituale e il trash. Anche nella scuola l'opinione diffusa è che la poesia sia un incom-primibile moto dell'animo e nulla più. Qualcosa che può essere insegnato solo da un professore stile "attimo fuggente". Un piccolo guru capace, senza mediazioni intellettuali oltre le proprie, di fare indossare ali di gabbiano ai ragazzi.
D'altra parte, al polo apparentemente opposto, la tradizione idealistica gentiliana, ancora così presente, consegnava alla poesia, nella scuola, una funzione - a ben guardare - poco dissimile. In quella visione la poesia, perla della cultura umanistica, è qualcosa che deve segnare il conte-nuto dell'educazione di una classe dirigente ed elitaria, la sola capace di afferrare l'emozioni più intime e profonde. Agli esclusi per destino e censo, nella scuola primaria, non resta che memo-rizzare e memorizzare.
Altro non c'è. Non stupisce che, ancora oggi, dati i punti di partenza e le egemonie in campo, poco sia radicata una "didattica della poesia".
Assistiamo a un vasto movimento nelle scuole, basta scorrere le occorrenze su Google per ac-corgersene, ma teoria poco si produce, i teorici sfuggono al compito.
E' possibile invece un punto di vista diverso che, ben compreso, possa essere il punto di parten-za per disegnare almeno alcuni elementi iniziali per un insegnamento dell'espressione poetica .
Si può afferrare un capo del filo e, da lì tirando e svolgendo, sbrogliare l'intricata matassa fra compiti di insegnamento e irriducibilità della creazione poetica..
Innanzi tutto poniamo le domande di sempre, quelle che Eugenio Montale ebbe a ripetere nel "discorso del Nobel" nell'ormai lontano '75. Che cos'è la poesia e se un senso possiede- se ne possiede- nella modernità?
Se "è del poeta il fin la meraviglia" come testimoniava il Marino, cominciamo con un'affer-mazione che, ancora oggi, può sorprendere: La poesia è forma..
Ciò che rende l'universale l'Infinito di Leopardi non è il suo contenuto. Se qualcuno scrive che, abitando nei pressi di Recanati è solito recarsi un colle e da lì guardare fin dove gli è possibile, non ci trasmette molto. La differenza fra queste parole e la straordinaria profondità del poeta universale è data dalla forma, dal meccanismo con il quale sono articolate le parole, oltre che dalla scelta, fra mille sinonimi, di certe parole al posto di altre, altrettanto possibili e significanti.
La parola poetica è qualcosa oltre la parola del quotidiano, per il potere particolare che ad es-sa conferisce la forma. Innanzitutto per il suo contenuto di musicalità e ritmo, per la caratteristi-ca di poter sospendere il tempo e di mutare la natura e la funzione del luogo nel quale la poesia viene prodotta o al quale ci riconduce.
Fin dalla più antica espressione umana, (par di vedere il piede dell’avo battere il ritmo sul ter-reno, mentre la parola che gli esce di bocca acquista -con la pronuncia e il metro- un valore e una forza specifici), la parola poetica avviene in e/o crea un luogo particolare.
Può trattarsi di un luogo naturale, sia esso il bosco dove il nume appare, sia esso il colle del dolore di Leopardi, oppure di un luogo sociale, una raccolta di uomini attorno a un'idea, a una preghiera, ad un evento o anche soltanto il recupero –che ogni volta si ripete e accomuna-dell'emozione di un classico nel ripercorrerlo leggendo. Altrimenti sarà un luogo dell'anima, per così dire, la creazione di un momento e di un'occasione dove la mente del lettore può ad-divenire ad un'astrazione di particolare intensità, tale da delocalizzarlo rispetto alla consuetudi-ne.
In sostanza la forma poetica è un codice fra il poeta e chi lo ascolto o lo legge. Quindi se la po-esia è ispirazione, diciamo pure autonoma genialità, si esprime però con caratteristiche di ne-cessaria esattezza senza le quali non è data.
Ma il partire dalla forma e dal termine di “codice” non vuol dire, in alcun modo, privilegia-re gli aspetti tecnico-letterari in un accostamento alla poesia.
Al contrario.
Il “codice” muta nel tempo e si impiega ad esprimere, così come capita a tutte le principali at-tività artistiche, ma con una forza di sintesi che ha nella letteratura soltanto la poesia , un tempo, un contesto storico, un paradigma culturale di cui il poeta è parte e di cui diviene, nella sua scrittura più alta, un tratto di esemplarità.
Ci avviciniamo un poco a temi che fondano un insegnamento.
Il poeta è sè stesso ma è nel legame con una "situazione", come asseriva il De Sanctis.
Gli antichi identificavano nell'intero arco della vita di un autore, di un artista, la cosiddetta "età della fioritura", gli anni della produttività felice della propria arte. Andiamo oltre e nell'età della fioritura poniamo mente ad una più ristretta "età dell'esemplarità". Saranno quegli “anni”, tal-volta un epoca, talvolta poco più di istanti, nei quali un poeta raggiunge la capacità di rappre-sentare, forse meglio di chiunque altro il paradigma culturale della sua età.
E' quel nocciolo della sua arte nel quale si esprime maggiormente il legame con la "situazio-ne", ma nel senso di una particolare raggiunta libertà di interpretarla.
Ciò che costruisce un poeta classico è proprio quel nocciolo, la sua estensione, la sua possibile comprensione, di generazione in generazione, da parte di un pubblico tendenzialmente univer-sale e mai esauribile.
La poesia come “parola potenziata”, il poeta come segnale del suo tempo, il "classico" co-me ineliminabile ed eterno segnale di "grado" nel succedersi dell'avventura umana: questi tre elementi non possono essere dimenticati, espunti, neanche nella modernità.
Con Montale dunque possiamo affermare, sia pure cercado di ricordare la sua ironia e il suo laico dubitare, che la poesia non può essere cancellata dalla nostra vita, neanche nella contem-poraneità turbinosa che attraversiamo.
Certamente il contemporaneo sembra a volte "il tempo del nulla". Quel "Nulla" che distrugge-va il regno di Fantasia della “Storia infinita” di Michael Ende.
Sono, i nostri, gli anni di un procedere, che pare invincibile, della crisi della funzione sociale dell'arte. Sono gli anni nei quali sembra espandersi sempre maggiormente la riproducibilità tecnica di ciò che un tempo era affidato solo all'opera dell’arsenale degli artisti.
Se, quando ne scriveva Benjamin, la pittura lasciava i suoi campi tecnici alla fotografia e al ci-nema oggi sono gli ipertesti e, pare, una grafica che presto potrà vivere incorporea persino den-tro i nostri occhi, non solo nella nostra visualità, a conquistare il terreno.
Così per la poesia i luoghi di espressione della parola si sono moltiplicati a milioni e milioni, dai tubi catodici alle lavagne di internet.
La poesia e il poeta appaiono quindi con una funzione sociale indebolita e comunque meno ri-conosciuta dall'opinione pubblica e dal potere. Ciò conduce, come noto ad un isolamento della poesia d'arte, e, nel contempo all'esplosione quantitativa delle scritture individuali.
Quelle scritture figlie del tempo libero, diceva Montale, e, diremmo noi, di un disagio che non spetta più soltanto al figlio del conte Monaldo esprimere ma ad ogni "adolescente", anche tren-tenne, ai maestri di scuola come alle segretarie, alle casalinghe separate come agli eterni ragaz-zi in cerca dell'emozione irripetibile.
Sono, le loro scritture, un segno dell'epoca ma anche della sua debole autocoscienza collettiva . Quei fogli riempirebbero mille biblioteche di Alessandria, quei fogli neppure la catastrofe ato-mica potrebbe eliminare, come il poeta “premio Nobel “ci ricordava, mentre bastò un falò di pochi giorni a cancellare lo scrigno della classicità in quell'antico archivio del mondo della città del Faro.
Tuttavia , ripetiamo, seppure indebolita, la funzione della poesia è ineliminabile. Altrettanto i-neliminabile sarà quindi il suo posto nella scuola, se scuola sarà.
Fondati motivi lo confermano. La forma della poesia, lo abbiamo già scritto, contiene verbalità e non verbalità, è un codice di particolare potere che allarga e mescola i linguaggi, come e-scluderlo dalla scuola? Come escluderlo dalla scuola primaria, laddove può rappresentare una sorgente della genesi stessa delle capacità di linguaggio del bambino e della bambina? Ma co-me escluderla anche nella scuola secondaria, dove le sue note di sinteticità sembrano partico-larmente adatte alla comprensione ed all'allargamento intellettuale dei soggetti in età evolutiva, del loro procedere esistenziale per salti logici e per sconvolgenti domande di senso.
E infine rimane comunque, al di là dell’ambito del nostro presente argomentare, il “peso”, nel-la storia della cultura italiana, della cultura umanistica e letteraria signoreggiata dalla grande catena dei poeti della"lingua del si". In fondo è sempre vero che furono i poeti a fondare, ca-nonizzare, imporre la nostra lingua nazionale.
Ma il contenuto formale del codice poetico, la sua esattezza, la sua ricerca di essenzialità, il le-game fra autore e "situazione", il ruolo storico della poesia italiana, “tutto” in sostanza, ci por-ta ad approfondire la ricerca di una didattica tutt'affatto contraria all'attualismo, alla mistica del rapporto diretto ragazzo/testo, alla post-modernità d'accatto.
Sono cattivi maestri, certo pessimi didatti, a me pare, quelli che volendo affermare la forza del-lo spirito in un testo, in un autore, commettono il delitto di togliere allo studente il diritto a una reale comprensione, non aiutandolo ad allargarsi, a “portare dentro di se” la forza del poeta che legge e impara a conoscere.
Non stupisce però che pochi siano i testi di riferimento di una adeguata didattica della poesia. A Gentile non servivano per i post-moderni sarebbe troppo faticoso scriverli.
Se è sempre stato più chiaro il diritto a costruire una didattica delle scienze, della matematica-ad esempio- dove l'attualismo doveva cedere più facilmente il passo alla forza del Numero, è ancora una battaglia da vincere quella per affermare il diritto ad esistere di una didattica della poesia.
Pochi elementi qui saranno da riportare - lasciando approfondimenti, conseguenzialità ed e-sempi ad un secondo prossimo intervento.
In primo luogo una didattica della poesia sembra parente di quella ricerca di integrazione fra istruzione ed educazione, di cui scrive Gerwald Wallnofer nell'introdurre "Società della co-municazione e scuola" di Franco Frabboni. Certo non può sorgere da quegli approcci mutilanti che lui definisce, riprendendo la ricerca internazionale, come basati o sulla trasmissione rigida dei saperi, oppure sulla transazione, sul mitizzato "star bene a scuola."
L'integrazione di aspetti di istruzione con l'irrinunciabile riferimento alle meta educativa più generale può condurre utilmente un passo più avanti.
In primo luogo ad affermare la necessità che l'insegnamento della poesia si rivolga sia ad una sorta di alfabetizzazione primaria circa le conoscenze di contesto, sia ad una forte individualiz-zazione e ad un interscambio emotivo e creativo che riconduca alla capacità e al potere della poesia di formare l'individuo liberando la sua intelligenza.
Proseguendo su questo piccolo “codice binario”, ma non antinomico, alla coppia “istruzio-ne/educazione”, ed alla susseguente coppia “conoscenza contestuale /conoscenza più ravvici-nata del poeta, può seguire ancora la, ben nota a chi legge, coppia: classe/laboratorio. Nel de-finire un progetto didattico sarà possibile dunque aver cura di avvicinare dapprima alla cono-scenza dei termini e dei riferimenti di cui un poeta e una poesia sono parte, e forse ancor prima delle parole che il poeta usa.
La conoscenza dei primi elementi del sapere che sono inerenti agli autori ed ai testi non deve essere scambiata per la “pubblicazione di una sentenza”, per un giudizio pregresso, deve essere la base per una padronanza nella lettura diretta e più autonoma da parte di chi studia.
Infne si può, come spesso avviene, prevedere il superamento del solo momento frontale inse-gnante/testo/studente in un percorso di più intensa “comprensione”, in un interscambio -a quel punto davvero intenso e fondato- di emozione e ri-creazione, in un laboratorio elaborativo di nuove scritture.
Laddove è possibile in un ambiente favorevole e predisposto, un sogno sarebbe un' aula didat-tica specializzata, una "aula aperta della poesia" dove gli elementi siano al servizio di una più diretta compenetrazione con il testo, ed anche al gioco e alla prova della “traduzione”, e della nuova scrittura..
Oggi, in parallelo con il recupero con troppe ambiguità dell’imparare a memoria (per aumen-tare le parole conosciute, si dice), si sostiene sovente la scrittura creativa come una prova in se valida e sostitutiva di conoscenza, lettura e comprensione dei poeti.
Non ci pronunciamo sulle virtù intrinseche ai laboratori di scrittura creativa ma, certo, se la prova fosse all’interno ed al termine di un percorso nella poesia il loro valore potrebbe essere più certo.
Non si creda, quasi al termine di un intervento come il presente, certamente rivolto ad una criti-ca di quella “dimissione dalla pedagogia” che sembra oggi così di moda, che si voglia indicare l’approdo ad una fredda ed arida proposta organicistica e rigidamente contestualizzata della poesia.
Al contrario, ancora una volta, una "sana e robusta" programmazione didattica potrà rappre-sentare l'antidoto anche ad un ruolo della mediazione docente tutta tesa alla spiegazione per pa-rafrasi, alla vivisezione del testo fino a smarrirne senso e bellezza.
Torniamo all'Infinito. Riconoscere in Leopardi la forma, imparare a connetterlo con il suo tem-po e con il modo che il suo tempo ha avuto di esprimere l'universale di perenni sentimenti umani, di cui è stato il più alto esempio, ebbene: tutto ciò esclude il risolversi in una mistica fredda della conoscenza.
Andiamo per triadi, come il vecchio Hegel, per farci capire- per carità ! - non per convinta ide-ologia.
Al conoscere e all'emozionarsi dovrà essere favorito dall'insegnante, il momento del "com-prendere", appunto come predetto: "il prendere dentro".
Ancora una triade: alla pratica dell'attimo, e alle ragioni dell'analisi dovrebbe, è il nostro avviso, succedere una sorta di "grammatica della fantasia".
Si ricorderà: è un famoso titolo rodariano, e Gianni Rodari e il suo, oggi dimenticato, innocen-te “marxismo dell'anima” può ancora dire moltissimo. Può far ragionare su un modo di fare scuola con la poesia dove la programmazione sia matrice di libertà , dove lo schema del pro-getto dell'insegnante tenda alla cura e all'allargamento delle opzioni del discente, e –infine- do-ve la creatività sia davvero resa possibile da una estensione delle facoltà di parola e di pensiero.
Gli antichi, De Sanctis, Montale, un pizzico di Hegel, Rodari: abbiamo disseminato, come Pollicino, il nostro percorso di sassolini molto impegnativi,.
Sia permesso a sostegno di una tesi non popolarissima quale quella che andiamo sostenendo concludere con l'aiuto di Mario Luzi.
Il poeta, nella sua ultima generazione di vita, aveva raggiunto una particolare volontà di testi-monianza, una saggia non acquiescenza ad un presente smarrito e incapace di teoria ed impe-gno civile.
Leggiamolo in una delle ultime interviste: "Il fine dell’insegnamento della poesia nella scuola deve trasformarsi in uno strumento di riflessione sui grandi problemi che l'umanità ha affron-tato nel suo cammino culturale. Lo studio della poesia, infatti, va presentato come uno dei momenti più formativi per una discussione sui grandi temi umani. La poesia...(rimanda a una) conoscenza molteplice, complessa, multiforme dell'uomo e della sua storia, del modo con cui un autore ha interpretato il modo unico e originale di abitare la terra proprio e dell'epoca in cui è vissuto. Grande poeta, infatti, non è chi sa padroneggiare tutti gli strumenti linguistici, ma chi attraverso il possesso di tali strumenti ha saputo e sa interpretare un preciso momento storico e culturale".

Bologna, 11 Marzo 2007

=11 Marzo 77. Ferrari (Sinistra.PD) :"Dialogo sempre fra politica e società o tragedie"=

Davide Ferrari, coordinatore dell'Associazione nazionale della Sinistra per il Partito Democratico e consigliere comunale a Bologna, ha dichiarato, in occasione del trentesimo anniversario dell'uccisione a Bologna dello studente Francesco Lorusso, che diede il via al cosidetto "movimento del '77":
"La lezione politica, sempre valida ed attuale, di quello che successe è -ancora oggi- che la politica deve dialogare con la società.
Quel movimento aveva componenti violente che richiesero da parte delle forze democratiche una dura battaglia politica per essere isolate, ma non fu conpreso che era anche un fenomeno sociale che interessava direttamente od indirettamente una generazione. E questo indebolì la stessa lotta contro il terrorismo. Troppo tardi si è capito che per sconfiggere la violenza e evitare tragedie bisogna aprirsi al dialogo con i giovani che i violenti cercano di coinvolgere."

"Oggi-ha proseguito Ferrari- si sta costruendo il Partito Democratico. Cambiare la politica vuol dire scegliere il dialogo.Una questione giovanile esiste anche oggi, basta pensare alla lettera degli studenti di Catania e alla drammatica lontananza dalle Istituzioni. Non vi sarà un altro '77. Il mondo è cambiato. Ma il dialogo resta la strada giusta".

sabato 10 marzo 2007

Incontro di Piero Fassino con intellettuali e politici bolognesi. L'intervento di Davide Ferrari..

https://www.radioradicale.it/scheda/219822/idee-per-il-partito-democratico-incontro-con-piero-fassino?i=1196974

venerdì 9 marzo 2007

Poesie all'asta contro la violenza sulle donne

Nella data simbolica dell'8 marzo i versi di oltre 250 autori cittadini sono stati "stesi" come lenzuoli in piazza Maggiore e 'battuti all'asta' a partire da un prezzo minimo di 10 euro. Il ricavato dell'iniziativa a favore della Casa delle donne per non subire violenza
Poesie in piazza per La Casa delle donne per non subire violenza. L´associazione ha realizzato per la giornata dell´8 marzo un allestimento in piazza Maggiore, angolo via D´Azeglio - via IV novembre, per mettere all´asta parole e rime di scrittori e scrittici bolognesi, professionisti e non, che hanno deciso di regalare le loro parole alla causa della lotta contro la violenza alle donne.
L´idea, lanciata dalle pagine de la Repubblica da Mattia Fontanella, intellettuale che da tempo propone iniziative letterarie cercando di legare gli autori alla città, ha coinvolto nelle settimane un piccolo esercito di "creativi". Sono così arrivati oltre 250 testi di cui una settantina di poeti e scrittori: da Stefano Benni a Gregorio Scalise, da Chiara Cretella a Michela Turra, da Margaret Collina a Maria Luisa Vezzali, da Mirella Grisleri a Carla Castelli, da Claudio Nunziata a Bruno Brunini, da Davide Ferrari a Maurizio Matrone, da Lella Costa (che manda un suo volume autografato) alla piccola Sara Via, di nove anni.
Il frutto di questa raccolta si è visto durante tutto il pomeriggio quando è stato possibile leggere i testi e i versi e, con una piccola offerta, portare a casa quella che si preferiva. Racconti brevi, poesie da stendere come lenzuola in piazza, dove sono stati tesi dei fili veri e propri, cui sono stati appese distese di fogli, come panni appena lavati. Ogni testo poteva essere acquistato al prezzo minimo di 10 euro. Con un banditore d´eccezione: il comico Giobbe Covatta.
"Un prezzo equo per «comprare» un pezzo di libertà, perché la libertà è difficile e richiede impegno, presenza, costanza. E, ancora, consapevolezza, senso di responsabilità. Capacità di confrontarsi, fino in fondo, con i problemi della società, della comunità in cui viviamo. Con i problemi tutti: anche quelli più scabrosi, che si tende a rimuovere. Come la violenza sulle donne, contro le donne" spiegano all´Associazione.
Oltre a trovare il sostegno delle istituzioni cittadine, la Casa delle donne ha avuto l´adesione dei quattro parlamentari Ds: Federico Enriques, Donata Lenzi, Walter Vitali, Katia Zanotti. "La causa non è solo giusta, è sacrosanta. La Casa esiste infatti dal lontano 1990 e fino al 2000 ha operato in convenzione con il Comune e la Provincia di Bologna. Da allora ha trattato ben 4000 casi di violenza sulle donne, la maggior parte dei quali avvenuti tra le mura domestiche. Ed è questa l´atroce realtà che emerge dai recenti dati pubblicati dall´ISTAT. Per questo avere un luogo dove confidarsi e dove rifugiarsi, se necessario, è di vitale importanza per chi subisce violenza e sopraffazione".
Vasco Errani, presidente della regione, punta invece l´attenzione sull´occupazione femminile: «In Emilia-Romagna più di 6 donne su 10 sono occupate, ben oltre gli obiettivi di Lisbona per il 2010. E il tasso di disoccupazione è circa la metà di quello nazionale ed europeo».

La Repubblica, 9 Marzo 2007

lunedì 5 marzo 2007

Sul Tempo Pieno a Bologna (stenografico)

INTERVENTO DI INIZIO SEDUTA SU: OFFERTA DI SCUOLA ELEMENTARE CON MODELLO ORGANICO DI TEMPO PIENO A BOLOGNA.

Consigliere FERRARI: Grazie, signor Presidente. Prendo la parola, come credo altri colleghi, sul tema di cui tante famiglie stanno parlando. dell’offerta di scuola elementare, con modello organico di tempo pieno a Bologna, come anche a Modena e in altre città d’Italia, anche Milano. Che cosa infatti si sta determinando in sintesi? Indirizzi tesi all’assegnazione degli organici da parte della Sovrintendenza regionale e dell’Ufficio Scolastico provinciale, rischiano di determinare una situazione nella quale a dir poco, a dir poco, non solo non sarà possibile far fronte ad un’aumentata domanda, ma nemmeno di consolidare le attuali offerte di tempo pieno, c’è chi addirittura dice: “Si determinerà la scomparsa dell’integrale offerta di scuola a tempo pieno”. Voglio essere sintetico ma netto colleghi: così non può succedere, non può succedere, non può succedere innanzitutto perché si va contro a quello che giustamente anche in queste ore è stato espresso dagli insegnanti della scuola bolognese e soprattutto dalle famiglie, dai genitori dei bambini frequentanti e dai genitori dei bambini che giustamente le famiglie vorrebbero frequentassero una buona scuola come la scuola a tempo pieno; così non può succedere perché questi indirizzi vanno esattamente all’opposto di quanto raccogliendo non certamente solo per via politica, ma raccogliendo un vastissimo movimento che in questi anni c’è stato, è scritto, lo voglio ricordare, a chiare lettere nel programma dell’Unione che regge il Governo e anche nel programma di Governo e anche nelle lettere di indirizzo del ministro Fioroni. Quindi è evidente che è necessaria una iniziativa che porti a una riprogrammazione di questi organici. Non sta a me definirla in concreto, ma credo che questa debba essere garantita ai cittadini di Bologna quanto prima, per questo io penso anche ad un’espressione del Consiglio comunale e, consapevole che alcuni colleghi di altri Gruppi hanno già predisposto una bozza e la presenteranno penso anche loro oggi, io intanto deposito l’ordine del giorno che ho scritto, ma voglio dire subito pronto a ritirarlo immediatamente nel senso che sarebbe probabilmente opportuno arrivare ad un unico testo nel più breve tempo possibile e sulla base delle bozze che vedo circolare tra i colleghi mi pare che questo sia possibile, mi pare cioè che non vi siano ostacoli politici o di contenuto tale da non arrivare ad un ordine del giorno comune. Intendo quindi consegnare alla Presidenza la bozza che ho preparato, ripeto, pronto immediatamente al suo ritiro se si determineranno e sono convinto che si possono determinare, le condizioni di un unico testo.

TEMPO PIENO: LA CITTA' SI MUOVE.

Le bruttissime notizie dalle scuole di Bologna, dove è reale il rischio di un grave arretramento sul versante dell'offerta di classi a Tempo Pieno ha indotto numerosi consiglieri del centrosinistra, Davide Ferrari, Valerio Monteventi, Roberto Sconciaforni, Maurizia Migliori, Roberto Panzacchi a prendere l'iniziativa.
Dopo un articolato dibattito, all'inizio della seduta odierna del Consiglio ed infine sui due ordini del giorno Monteventi, poi emendato da Ferrari, e Ferrari, si è giunti a veder approvato un buon testo unitario.
Il consiglio Comunale di Bologna ha valutato come, a fronte del rischio di vedere seriamente indebolita l’offerta e la qualità di scuola a Tempo Pieno, causa gli indirizzi nell’organizzazione degli organici che non permettono alle scuole ne di far fronte alla domanda delle famiglie, ne di consolidare le disponibilità in essere nel momento attuale,ed essendo-viceversa- consapevole dell’aumentata domanda di scuola e servizi educativi a tempo lungo da parte delle famiglie, alle quali va data una risposta della massima qualità,
ha riaffermato di considerare il valore pedagogico del modello di scuola a Tempo Pieno, quale si è negli anni affermato per la positiva valenza di educazione, istruzione e socializzazione che garantisce.
Del Tempo Pieno viene, dal Consiglio,riconosciuta la rilevanza sociale, oltre che educativa
Si riconosce infine la vasta pronuncia per il Tempo Pieno, che si è registrata negli anni scorsi, unitariamente da parte di centinaia di famiglie, oo.ss, associazioni, realtà culturali, e che, in queste ore si sta rinnovando, rendendo nota una posizione di forte preoccupazione e contrarietà alla situazione che sta determinandosi.
Per questi motivi si INVITA LA GIUNTA a esprimere la preoccupazione del Consiglio, interprete dell’opinione dei cittadini, all'Ufficio scolastico Regionale, e agli organi direttivi della scuola di Stato, chiedendo che vengano riprogrammate le disposizioni circa gli organici per permettere la salvaguardia della scuola a Tempo Pieno,
Ci si rivolge ancora alla GIUNTA affinchè essa esprima, d’intesa con le altre Amministrazioni Locali e alla Provincia, le opinioni e la richiesta suddette al Governo ed ai Parlamentari eletti a Bologna.

venerdì 23 febbraio 2007

"Prodi è caduto. Viva Prodi !"

L'Italia in cui viviamo
di Davide Ferrari


"Prodi è caduto, viva Prodi!" Questo è ciò che penso.
Sono l'unico, in tutta Italia'E' proprio vero che il "paese" odia la sinistra, i "comunisti"? E' quel che ci dicono a pieni polmoni non solo i residuati bellici del governo Berlusconi ma anche opinionisti in berlina blu, vallette, bagaglinari, "sinistri che più sinistri non si può", massaie al mercato intervistate dai succubi e dagli incubi di Luca Giurato, benzinai, taxisti romani, "ggiovani" con la birretta sempre in mano ecc ecc ecc.
Se davvero sono l'unico a credere che il Governo ha fatto bene, che la Finanziaria, anche sommando gli aumenti delle tasse locali, per la prima volta ha favorito e/o comunque non toccato i ceti deboli e quelli medi, che la crescita economica è ripartita, che all'estero non siamo più i servi sciocchi del superpotente, che abbiamo fatto finire i bombardamenti contro vecchi e bambini in Libano quando tutti stavano a guardare....eccetera eccetera, ebbene, se anche sono l'unico a pensare tutto ciò, sono fiero delle mie opinioni.
Italia fai attenzione. Vogliono accarezzare tutto quello che hai di più brutto dentro: la paura degli "extra", l'angoscia per il futuro, l'odio per i vecchi se sei un precario, per i ragazzi se sei un sessantenne, il "si stava meglio quando si stava peggio". Tutto fa e farà brodo per creare confusione e timore e allora, quando la cottura sarà al posto giusto, magari passando per il giogo di pasticci parlamentari, di governicchi balneari, allora torneranno.
Non saranno gli stessi di prima, saranno ancora peggio.
Soldi lo Stato non ne ha e il potere ai ricchi questa volta vorrà dire davvero "tutto il potere".
Chi sta bene prenderà tutto e si salveranno solo i grandi, ma piccolissimi rispetto a tutti gli italiani, popoli delle raccomandazioni, delle prebende, delle corporazioni.
Se non vogliamo questo diamoci da fare.
Un consiglio a Prodi: vai avanti, corri , non autocriticarti ma attacca.
Ai DS e alla Margherita, non abbiate paura di rimanere in apnea, divisi e senza potere, andate avanti, provate a fare il Partito Democratico unito, con i cittadini e non solo con voi stessi.
A Rifondazione dico: continua ad avere coraggio, non fare del tuo sostegno all'alleanza di centro sinistra solo una tattica, approfondisci sul programma, cambia.
Agli ultrà, se sono giovani, dico di guardarsi dai "più oltre", anche per la mia generazione fu così. Molti nostri capetti e leaderini sbraitavano trent'anni fa nelle aule universitarie e oggi sono gli agit prop di Berlusconi.
Se invece gli ultrà sono vecchi, e incorreggibili, come i "Turigliatto", i "Rossi" dico loro, senza rancore, "andate in vacanza, una lunga vacanza".La famiglia, i nipotini hanno bisogno di voi". Accorgetevene. Staremo meglio tutti.
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davideferrari@yahoo.com,
http://www.davideferrari.org/

giovedì 22 febbraio 2007

Bologna: la scomparsa di Renzo Imbeni

"La scomparsa di Renzo Imbeni è, per me come per tanti, così inaspettata e grave che fa sentire come quando viene a mancare un membro della famiglia, una parte della vita stessa che si è attraversata.
Quando ero un ragazzino Renzo era il segretario nazionale della FGCI, negli annidella solidarietà ai martiri del Cile, del Vietnam, di mille battaglie.Poi venne a Bologna e portò, cambiando molto, la stessa freschezza.Prima nel partito che, con lui, sostenne molto l'epica e spesso incompresa lottadi Enrico Berlinguer per rinnovare l'Italia e la politica.Poi nel lungo impegno come Sindaco.Credo che sempre Renzo sarà ricordato per essere stato un Sindaco civile, vicinoalla gente, umano, amatissimo.Questi tratti, nell'immaginario popolare, non gli vennero mai tolti nemmenodopo, nei lunghi anni di impegno più lontano, in Europa.Renzo Imbeni è rimasto sempre "il Sindaco Imbeni".Per me e la mia generazione, il Sindaco della nostra giovinezza. Sì, con Renzo, va via una parte della nostra vita."

Davide Ferrari

martedì 20 febbraio 2007

Bilancio del Comune di Bologna.

"Nel Governo nazionale ed a Bologna: non dividere la coalizione. Una maggioranza con tutte le forze del centrosinistra garanzia di qualità ed equità."
Le politiche dell' amministrazione
Appunti sulla politica per la cultura.

L'intervento di Davide Ferrari
20 febbraio 2007

Consigliere FERRARI -
Signor Presidente, colleghi,
negli scorsi anni, via via sentendomi un attimo più sicuro rispetto ai dati dell’esperienza che si andavano assommando, ho inteso svolgere in occasione della discussione sul bilancio interventi che cercavano -con tutta modestia- di misurarsi, anche talvolta in maniera ravvicinata, con la dimensione tecnica e in particolare con anche i prospetti delle cifre, con la lettura attenta delle caratteristiche finanziarie concrete dei bilanci che venivano presentati.
Quest'anno io penso che, da un lato per il tempo più lungo che abbiamo avuto tutti noi Consiglieri per affrontare il tema causa il rinvio che vi è stato, disposto anche nazionalmente, per l'accurata e ripetuta presentazione che l’assessore Bottoni ha svolto in sede di Commissione, nell’apertura della sessione di bilancio un mese addietro e ieri durante l’attuale sessione, e infine anche per gli interventi già svolti daio colleghi, fra i quali per il mio Gruppo quello della consigliera Elisabetta Calari, ebbene per tutte tre queste fattualità io penso di modificare questa abitudine e di utilizzare il tempo che ho a disposizione per affrontare, a partire dalla vicenda politica e finanziaria della Legge Finanziaria e di questo bilancio, alcune considerazioni più generali sul nostro impegno amministrativo e sulla città.
E’ stato detto bene di questo bilancio e io voglio ribadire solo un elemento: se qualche attento lettore della stampa, anche di una stampa non certo pregiudizialmente lontana dalla nostra esperienza politica e di governo, intendesse fermarsi soltanto alla lettura dei dati presentati dai giornali avrebbe una strana visione di quello che è capitato in questi ultimi cinque o sei mesi. Avrebbe letto di una Legge Finanziaria che immotivatamente – così è stato detto – ha predisposto un prelievo fiscale record, abbassando le potenzialità di crescita complessive del Paese.
Oggi abbiamo i dati, che dicono una cosa diversa, colleghi, e per la verità già i documenti previsionali del Ministro Padoa-Schioppa, persona per me particolarmente degna di stima, e anche le illustrazioni della Finanziaria da lui svolte già consentivano un’analisi diversa.
Ma certo oggi abbiamo i dati: ebbene, l’Italia è in pieno sviluppo, il prelievo fiscale si è, per la prima volta nella storia del nostro Paese, compresa la precedente esperienza del Governo del Centrosinistra, concentrato non uniformemente non su tutte le classi sociali ma ha pienamente salvaguardato, anche al netto delle misure aggiuntive regionali e locali, non soltanto i ceti più deboli ma il ceto medio, quello vero, italiano.
E' la prima volta.
Colleghi, ora io non so se qualcuno di noi può avere l’illusione che questo nostro dibattito, che io comunque rispetto e considero per la sede istituzionale nel quale avviene, possa in qualche modo costituire una notizia, ma se qualcuno ci ascolta almeno attraverso il mezzo radiofonico io voglio davvero ribadire questo concetto. E voglio ripeterlo a quegli amici, a quei cittadini che ci ascoltano: attenzione, è la prima volta che succede, non è mai successo.
Quando qualcuno andrà in televisione nuovamente e dirà “io ho garantito la riduzione delle tasse”; bene, quel signore alla grande maggioranza di cittadini non ha affatto garantito una riduzione delle tasse ma un aumento.
E anche l’esperienza stessa di Governi democratici, come il primo governo Prodi che ottenne straordinari risultati - penso ad esempio al rientro nei parametri di Maastricht, che ci ha consentito l'impresa di entrare a pieno a titolo in Europa, ebbene - anche allora non venne garantito una medesima salvaguardia dei redditi più bassi e dei ceti medi.
Bene colleghi, qua però ci vuole una considerazione politica, che a mio avviso non può sfuggire: perché si è arrivati a questo risultato? E anche, io dico, perché questo risultato è stato così accuratamente velato, nascosto, fatto oggetto di un’offensiva politica che ha pochi precedenti nella dialettica democratica e civile?
Io credo, questa è una mia interpretazione politica, che questo risultato sia stato raggiunto proprio per la validità del programma e l’articolazione della Maggioranza politica di Centrosinistra che regge il Paese, come anche questa città.
Un’articolazione che non porta soltanto le note difficoltà a comporre la linea di indirizzo su alcune tematiche , sulle quali ogni giorno in tanti insistono, ma che garantisce un ascolto specifico delle necessità delle classi popolari quale nella nostra esperienza repubblicana mai si era mai avuto. Perché, vedete, interpretare il popolo dall’Opposizione non è difficile ma rappresentarlo con misure concrete di Governo -anche per il Centrosinistra- è molto più arduo. E io credo che si sia giunti a questa politica proprio per l’articolazione di questa Maggioranza.
A partire da qui voglio fare una riflessione indirizzata ai colleghi dell’Altra Sinistra, perché guardate che non è di poco il dato che ho richiamato.
Io ho appena detto che è l’articolazione politica che va dall’Udeur a Rifondazione che garantisce per esempio una politica di riequilibrio finanziario che non ha pesato sui ceti medio–bassi; è questo che va rivendicato.
Ecco allora che mantenere la solidarietà verso l’esperienza di Governo nella quale tutti siamo impegnati ha delle ragioni concrete, in pareticolare per le forze che tengono con maggiore interesse, almeno nelle loro dichiarazioni, a questo riferimento sociale.
L'unità non ha soltanto un motivo ideologico o di difesa della democrazia, di per sé validissimo, ma emerge dalle carte, dai fatti, dal conto della misura di riequilibrio finanziario una ragione concreta per difendere un’esperienza di governo che vede tutto l’arco delle forze di democrazia popolare e di Sinistra presenti nella Maggioranza di Governo.
E io credo, colleghi, che non è un caso che questo risultato sia stato, lo ripeto, così aspramente combattuto, ad esempio dalla grande stampa.
Non mi hanno insospettito o stupito gli attacchi del Centrodestra, peraltro come sempre confusi fra chi lamentava le troppe tasse e chi invece esigeva maggiori spese, ma questo in fondo è normale; mi ha invece incuriosito il veemente e ripetuto attacco che, con poche voci alternative, peraltro fra le più serie del mondo economico, non soltanto della ricerca universitaria ma anche dell’imprenditoria privata e del sistema finanziario, è venuto da quel vasto mondo di esperti e politologi che ruota attorno all'informazione delle classi dirigenti.
Se si escludono poche voci, a mio parere di particolare obiettività e valore, l’attacco è stato davvero intensissimo.
Ed è stato, questo è il punto, un attacco politico.
Un attacco politico perché non veniva da questi commentatori, che io comunque considero interlocutori importanti, faccio un nome solo ad esempio, ma lo nomino ma per maggior rispetto, non per critica accentuata, quello del professor Giavazzi, non veniva una critica sulle entità, sulle dimensioni della manovra finanziaria.
E' venuta invece una critica sui soggetti chiamati a corrispondere, a pagare, quell' entità, e ovviamente alle Maggioranze politiche che hanno invece composto una corresponsione, ripeto, più equa e mirata, che ha salvaguardato i redditi bassi e quelli medi.
Allora meglio si comprende, colleghi: senza una maggioranza di centrosinistra larga e articolata il rientro finanziario e domani altre misure importanti non vedranno la capacità di interpretare davvero, i bisogni e i desideri del nostro Paese, a cominciare da quelli di chi ha più bisogno di un intervento pubblico.
Ecco quindi che una maggioranza larga con tutte le forze politiche del centrosinistra al suo interno non è qualcosa che si deve accettare per collo storto dall’attualità o dal voto elettorale, di risicata maggioranza, ma è qualcosa che è necessario per un buon governo e per un moderno governo delle gravi contraddizioni che ha questo Paese e forse non soltanto questo Paese.
Io penso che questa affermazione vada riportata anche nella dimensione locale.
Condivido l’ordine del giorno che ha presentato la collega Calari insieme ad altri colleghi, dei quali non cito tutti i nomi per brevità.
L'odg comprende anche un elemento di critica propositiva alla misure finanziarie nazionali. Ebbene, io penso che molto opportunamente i Comuni abbiano svolto una loro battaglia, che non può dirsi mai terminata, per impostare, su una realizzazione effettiva del Titolo V riformato della Costituzione, anche in capo finanziario ed economico, un governo della Repubblica e non più soltanto dello Stato, che veda appunto gli Enti locali pienamente protagonisti. Questo dice l’ordine del giorno della collega Calari, e lo dice opportunamente. Io penso che altrettanto opportunamente occorra ricordare, come sto argomentando, i risultati con i quali usciamo da una difficilissima ma necessaria vicenda di rientro finanziario.
Ecco allora che anche il bilancio comunale va analizzato a partire da questi risultati.
Un bilancio comunale che, certamente anche grazie all’intervento importante e anche equilibratore della concertazione con le organizzazioni sindacali, ha visto un forte ribadimento di alcune scelte fondamentali di equità e coesione sociale.
Eppure in questi giorni ho avuto, come tutti voi, sotto gli occhi tante vicende, la cui sommatoria a volte sembra confusa: abbiamo letto ad esempio che Bologna per la scuola non fa altro che dimettere pezzi del proprio sistema di offerta educativa. Ma è strano, io guardo questo bilancio e vedo milioni di euro stanziati, oltre i doveri di competenza, per settori nei quali l’intervento comunale - certo non da oggi, da decenni, ma è surrogatorio, di sostegno - non deriva da leggi generali di responsabilità che lo Stato e la Repubblica assegnano.

Ho veduto, invece, un accordo sindacale che - non senza lotta, ma è normale, non senza attestazioni anche autonome, qualcuna è capitata di farla anche a me - si è indirizzato verso un forte ribadimento dell'impegno del Comune per gli Istituti Aldsini-Valeriani-Sirani, nel rapporto nuovo che si deve aprire con lo Stato, la Regione e anche la Provincia di Bologna, nonché io penso con il sistema privato.
Un impegno sul terreno della scuola–lavoro che è una specificità grandissima, certo del tutto positiva ma grandissima, e che non è dato nelle finanze attuali locali avere garantita "a prescindere", del Comune di Bologna a sostegno delle attività imprenditoriali e delle libertà ed opportunità dei suoi più giovani cittadini.
Ho visto ad esempio, sempre sul terreno scolastico, un forte impegno per articolare ma anche sostanziare nell’asse centrale dei servizi pubblici per l’infanzia da 0 a 6 anni, un’offerta capace di reggere un incremento della domanda.
Incremento che non mi stupisce, cari colleghi, perché- come chi ha avuto la bontà di ascoltarmi anche negli anni scorsi può ricordare- da molti anni leggo come necessario e inevitabile un aumento delle richieste di servizi stabili pubblici a lungo tempo, della volontà di frequentare servizi e scuole full time per i bambini e le bambine da 0 a 6 anni.
Bene, io vedo in questo bilancio una scelta forte di indirizzo delle risorse possibili in questa direzione.
Colleghi, cos’è che fa velo, anche qui, a una lettura più chiara delle scelte importanti per il sociale, per l’istruzione - della cultura dirò a parte fra breve - che possano rendere i nostri cittadini maggiormente edotti di queste scelte?
Io vedo anche qui un nodo, un elemento politico che va affrontato e analizzato, e mi rivolgo ancora una volta ai colleghi della coalizione di cui faccio parte.
Per dire loro questo, colleghi: anche a Bologna una coalizione larga è importante e va difesa come un bene prezioso.
Devo però aggiungere che mentre a livello nazionale, colleghi, mi è sembrato più forte l’obbligo di ribadirlo a fronte di chi vorrebbe una rottura fra la Sinistra riformista e la Sinistra radicale, in qualche modo provenendo dall'area di Centro, a livello bolognese mi sembra invece più serio ribadirlo anche a chi vorrebbe delle rotture, e anzi spesso le considera inevitabili, a partire da posizioni più radicali, che vorrebbero essere maggiormente radicali, più di Sinistra, rispetto all’asse politico di questa Maggioranza.
Io chiedo, colleghi: è ben meditata questa scelta?
Siamo convinti che anche dalla lettura di questo bilancio non evinciamo una forte riconferma dell’impegno sociale di questo mandato, che - io spero, mi auguro, so, ho letto - anche dopo emendamenti porterà a un voto comune dell’intera Maggioranza?
Ebbene colleghi, non ne dobbiamo trarre una lezione più generale, cioè che il terreno di coltura, l’humus di ogni progetto politico del Centrosinistra è all’interno dell’esperienza e della vicenda di una Maggioranza larga e ampia come quella che ancora qui abbiamo? E non è al suo esterno, non è in una alterità.
Questa è la domanda a cui, vedete colleghi, non si può rispondere dal versante delle forze più radicali con l’elencazione degli addendi – più 1, più 1, più 1 – sulle singole questioni, e non si può rispondere però nemmeno, dal fronte di chi ha più responsabilità, delle forze che hanno il maggiore consenso ed anche la maggiore evidente necessità di essere trainanti, più responsabili dell’intera alleanza, soltanto distinguendo la propria capacità di governo, data per dimostrata per assioma e una volta per tutte, da chi invece questa capacità non dimostrerebbe.
No, tutti noi dobbiamo dimostrare una maggiore capacità di ascolto e di governo ogni giorno, colleghi, ogni giorno, perché le questioni mutano, perché l’articolazione sociale è più ampia e diversificata, perché non abbiamo sacche di consenso aprioristico alle quali poterci riferire.
Ecco allora, colleghi, che una lettura che si indirizzi direttamente al dato politico è possibile e concretata dai fatti.
Questa vicenda di bilancio ci consegna, come possibilità e come scelta, non solo come necessità l’indirizzo di rivolgerci al mantenimento, anche con una battaglia politica sui contenuti quando occorra, di una maggioranza larga, più salda, più unita, più verificata, che possa andare oltre la boa di questo metà mandato e, in stesso orientamento con quanto occorre fare a livello nazionale, sia un saldo punto di riferimento per le forze democratiche della città e di tutto il Paese.
Questa è la funzione essenziale che Bologna deve assolvere e che io spesso vedo oscurata da polemiche delle quali mi sfugge non già l’elemento scatenante occasionale, diciamo così: la specificità, che ogni volta può essere chiaro - quella vicenda o quell’altra vicenda amministrativa - ma il senso di indirizzo più generale. Quale altra strada c’è al di là di quella che sto indicando? E soprattutto ci si è posti il problema di ritrovarla una strada, un indirizzo politico che sia poi credibilmente presentabile all’opinione pubblica e all'elettorato?
Ecco, questo è il punto che mi sfugge, ed è un punto interrogativo che rivolgo anche ai colleghi di questa Maggioranza adesso presenti.
Infine mi ero riservato un piccolo approfondimento di merito su alcuni terreni, e voglio ridurlo ad un solo ambito, esemplare.
Potrei parlare, ma lo faranno altri colleghi, dell’importante politica urbanistica che stiamo svolgendo, di altri Settori che si sono messi in evidenza ma voglio dedicare, terminata la parte politica del mio intervento, pochi minuti a un punto di specificità che mi è particolarmente caro, ed è il punto delle politiche culturali.
A Bologna le politiche culturali non sono una parte del tutto, sono grande parte dell’immagine generale della città, ed è persino ovvio che possano influire in maniera decisiva sia sugli aspetti economici, turistici, fieristici, di sviluppo della città ma anche sugli aspetti della stessa tenuta sociale.
La coesione sociale medesima dipende da un equilibrio nella possibilità di partecipare al momento produttivo da parte delle varie generazioni, laddove per tanti il momento produttivo vuol dire produrre cultura, organizzare cultura, associarsi per produrre e organizzare cultura.
E questo riguarda non qualche centinaio di persone o ristrette fette della società ma riguarda, a Bologna, migliaia e migliaia di cittadini, una larga parte di quella fascia di laureati e diplomati, che possiamo identificare dai 25 ai 35 anni, che è la fascia del ricambio sociale, e rispetto alla quale la partita della cultura è decisiva per verificare la possibilità di rinnovare l’ordito democratico stesso, l’equilibrato livello di rapporti fra lavoro e non lavoro e fra età e generazioni della nostra città.
Sentiamo interrogarci spesso: si fa abbastanza, c’è un dialogo abbastanza forte con la città su questo terreno?
Io penso che a questo interrogativo vada data una risposta seria ma anche responsabile.
Certo, le praterie del dissenso sarebbero molto ampie, essendo a Bologna così vasta l’opinione pubblica interessata ai temi della cultura. Praterie nelle quali correre con facili dissensi alla ricerca di un facile consenso, colleghi.
Il problema però è un altro: di fronte alla riduzione obiettiva delle risorse l’Assessorato ha scelto di indirizzare a progetti specifici di grande forza, capaci di identificare meglio la città, le sue energie.
E anche ha scelto, ha confermato una scelta che in fondo l’oggettività stessa aveva già condotto a fare anche negli anni scorsi, di molto puntare sul ruolo autonomo delle grandi istituzioni culturali di questa città.
E’ una scelta giusta, che permette di mettere in campo più risorse, favorendo una dialettica più limpida con gli investimenti finanziari di partner privati e del privato sociale.
Resta una terza area di interfaccia sulla quale occorre invece ancora lavorare e che va pienamente compresa. Non la si risolve soltanto sotto la specie delle politiche giovanili o delle politiche sociali.
Resta la necessità di cogliere fino in fondo quale contributo porti il vastissimo tessuto di associazionismo culturale, di diverso livello ma che pure è una ricchezza unica della nostra città, anche a fronte di un fenomeno più vasto che coinvolge certamente tutte le grandi città del nostro Paese e che va pienamente interpretato.
Ebbene, quando io vado a rivedere il portato, che cosa ci ha dato “Bologna 2000 - città capitale europea della cultura” vedo tante realizzazioni; vedo però che quello che fu da più parti identificato come un limite, il non aver colto quell’occasione per realizzare momenti di tale altezza da imporre per sempre il nome di Bologna nel grande sistema culturale internazionale, ha però un'altra faccia della medaglia, e oggi nei bilanci ordinari diventa ancor più necessario mettere in piena luce quest'altra faccia della medaglia, l’altra parte della luna.
Intendo quel tessuto straordinario, fatto di centinaia e centinaia di soggetti organizzati, capaci di qualità e che hanno bisogno di un’interfaccia generale e forse diversa con questa città e con le sue Istituzioni, che non basta fare passare dalle istituzioni culturali e non può essere giocoforza ricompreso nelle scelte prioritarie di diretta organizzazione culturale che il nostro Comune giustamente ha scelto di fare.
No, ci vuole un’altra parte, un altro pezzo di attività amministrativa, capace di selezionare alcune tematiche, a partire da argomenti cardine che siano integrabili con le scelte generali di identità di questa città, e -su queste-di favorire il lavoro comune fra più soggetti per lanciare a un livello di maggiore qualità e incidenza, ripeto, il portato già così vasto di queste trame.
Da questo punto di vista a me non ha preoccupato una certa centralizzazione e verifica della spesa sulle libere forme associative per esempio, che ho visto presentata dall’assessore Bottoni e dai tecnici qualche tempo fa in Commissione.
Non mi ha preoccupato, anzi mi ha interessato: può essere anche questa un’occasione.
Occorre però raggiungere una capacità di progettazione, rispetto alla quale io penso anche questo Consiglio possa dare un contributo. C’è in sostanza da identificare alcuni assi sui quali chiamare, senza coattività ma ad un lavoro più diretto, chi già oggi tanto fa per la nostra città.
Mi limito ad alcune citazioni, sono quasi fiori che non possono essere scelti da fiore visto che anche tante altre sono le priorità.
Proviamo tuttavia a citare: la più piena integrazione a partire – c’è qui il collega Barcelò – dall’integrazione linguistica dei nuovi cittadini, con almeno una decina di forti e radicate esperienze di studio e di insegnamento da parte di associazioni.
Poi, per scegliere un altro tema, c'è il problema del passaggio da una generazione all’altra della capacità e della possibilità di fare letteratura: non richiederebbe anche questo un lavoro associativo meglio riconosciuto? E' rincorrere le esperienze sovietiche unire in progetti più forti e visibili le tre o quattro maggiori esperienze associative in campo librario e letterario?
Se ne è parlato a proposito di Sala Borsa. Allora ebbi a dire di no ad un anuova Istituzione culturale ma a progetti che federino le migliori esperienze di incontro con gli autori, che, oltre il salotto favioriscano un incontro ravvicinato e fecondo sono possibili, anzi, urgenti.
E infine, sul piano della più diretta produzione culturale, un ultimo esempio.
Si è parlato per tanti anni a Bologna di distretti comunicativi ma ci possono essere anche distretti virtuali, che vogliono dire reti di collaborazione per start up di microprogetti imprenditoriali sul cinema, sulla comunicazione, sulla stessa creazione di luoghi di esposizione per mostre e sculture. In sostanza visualità, in sostanza scrittura, in sostanza integrazione, sono all’interno di questi tre temi che io ho esemplificato qui, con semplicità ed immediatezza, come esempi e non come grandi aree disciplinari, quelle grandi aree invece che la nostra politica per le libere forme associative già individua accorpando gli interventi.
Occorre uno sforzo coerente e serio per creare un terzo interfaccia nel campo delle politiche culturali, che si affianchi a quello delle iniziative generali, molto valide, di straordinario valore, a quello delle istituzioni culturali, di straordinario valore.
Serve un altro tassello importante, dunque.
Bologna si giocherà molto in questi due anni e mezzo, non ha più garantite a priori notorietà e ruoli laboratoriali.
Li avrà, tuttavia, se a livello politico saprà essere ancora una volta, e l’ho detto per tutto il mio intervento, luogo di tenuta e affermazione di una grande, articolata, difficile ma importante alleanza di Centrosinistra, senza escluderne alcuna sua componente, e sul campo dell’amministrazione concreta, sia confermando le scelte di indirizzo per il sociale, l’educazione e l’integrazione, e ancora se saprà ancor più affermare la centralità delle politiche per la cultura.
Vi ringrazio della vostra attenzione.
(dal resoconto stenografico)

sabato 17 febbraio 2007

17 Febbraio: giornata della libertà religiosa.

Consigliere FERRARI - Grazie Presidente. Sì, non tutti lo sanno, per la verità, ma da molti decenni il 17 febbraio è la giornata della libertà religiosa, lo è non soltanto per quei cittadini italiani, sono relativamente numerosi anche nella nostra Città, che aderiscono alle confessioni che furono direttamente interpreti ed eredi di quell’antica Chiesa valdese che re Carlo Alberto emancipò il 17 febbraio 1848 dopo secoli non tanto e non solo di schiavitù e di negazione delle stesse caratteristiche fondamentali di pari dignità della persona umana, ma veri e propri massacri che le principali potenze cattoliche, bisogna dirlo, fecero a gara nei secoli per portare nei territori delle valli a dimostrazione della loro potenza e fedeltà. Non solo per questi cittadini, ma anche via via il 17 febbraio è diventato importante per tanti altri cittadini di altre confessioni religiose, alcune vicine, altre distanti, altre molte distanti da quella valdese protestante, che però hanno riconosciuto l’importanza delle manifestazioni che in tante città d’Italia, così è stato nei giorni scorsi anche a Bologna, si svolgono per approfondire i temi attuali legati alla libertà religiosa. Voglio ricordare l’iniziativa che mi sembra significativa, che ha già raccolto numerosissime adesioni tra intellettuali, docenti, ricercatori, esponenti di varie realtà ecclesiali **** CRI ****
anche cattoliche, affinché il 17 febbraio di ogni anno diventi qualcosa di riconosciuto anche dallo Stato e dalla Repubblica, diventi per tutti la giornata della libertà religiosa. Qual è il punto ancora oggi più doloroso? Alcuni sono noti, l’insegnamento che differenzia ancora fin dalla primissima età i bambini a seconda delle confessioni a cui appartengono le loro famiglie, diritti matrimoniali, diritti funerari, ma qualcuno ha ricordato anche nella nostra città, proprio nella settimana che abbiamo alle spalle, che per tutti coloro che non hanno né concordato né intesa non valgono nemmeno le garanzie che lo Statuto Albertino confermò dopo le lettere della monarchia savoiarda a emancipazione dei valdesi, laddove si parlava di culti tollerati. No, tutti coloro che non hanno né intese né concordati sono semplicemente, quando va bene, riconosciuti come culti ammessi, e questo termine non a caso venne introdotto dalla legislazione fascista e post concordataria. E non è poco, si tratta, guardate, lo dico io per primo, che non faccio parte di questo novero, di centinaia di migliaia di cittadini, centinaia di migliaia, cioè di molti più di quelli che appartengono alle confessioni storiche ma minoritarie nel nostro Paese, che hanno già ottenuto l’intesa. Si tratta quindi, considerate le famiglie, di una realtà ormai quantificabile statisticamente, cioè un pezzo di società italiana. Spesso non ha voce, spesso non è facilmente interpretabile, ma è qualcosa che fa ben capire perché è così importante che tutti, non più solo chi ha vissuto questa esperienza nella storia, riconosca il valore della libertà religiosa che per la prima volta sul suolo italiano uno degli Stati, quello principale, da cui poi nacque l’unità d’Italia, riconobbe tanti anni fa ma davvero sembra a mi è interessato a queste questioni soltanto ieri. Grazie signor Presidente.

lunedì 12 febbraio 2007

"Voltare pagina polemiche:Zani ha ragione .Nuovo PDS: Zani sbaglia"

Nota stampa
Bologna, 10 II 2007


Dichiarazione del Consigliere Davide Ferrari sul dibattito di oggi, nella Direzione federale dei DS.

"Mauro Zani, di cui leggo una nota di agenzia, ha ragione quando dice che bisogna voltare pagina, dopo le polemiche sulle "intimidazioni" e tornare ai contenuti.
Sbaglia quando chiede un partito che si chiami 'democratico e socialista'.
Già nell'89, quando il cambiamento riguardava solo il nostro partito, si scelse un nome più ampio, non possiamo tornare indietro oggi, invece che andare avanti.
Il congresso che si sta aprendo non riguarda solo i DS, coinvolge tutto l'Ulivo, partiti e cittadini.
Non è quindi possibile proporre nomi che escludano la grande maggioranza degli interlocutori dell'Ulivo oggi esterni ai partiti, oltre che naturalmente la Margherita.
Gli chiedo : ma non dovevamo fare entrare molti più soggetti nel PD? i famosi "cani e porci"? Sono parole sue, un poco crude, ma che avevo apprezzato.
D'altra parte i nomi, le etichette non bastano. In tutta Europa, PSE in testa, la Sinistra cerca di allargarsi parlando di valore della persona umana, di ambiente e di solidarietà.
Io sono un uomo di Sinistra, sono un socialista europeo. Per questo il mio compito è quello, nei Ds e nella società civile di far crescere, realizzando il nuovo PD, una più forte e ampia e unitaria forza per il progresso, che sostenga il Governo e cambi il nostro paese."

Sul voto sul CPT in Consiglio comunale.

Davide Ferrari

Bologna, 12 II 2007

Sul voto sul CPT in Consiglio comunale.

Rispondendo alle domande dei giornalisti presenti a Palazzo d'Accursio, il consigliere Ferrari ha dichiarato: "Ho scelto di non votare sul secondo odg del Consigliere comunale Monteventi perchè credo andasse segnalata una volontà di unità di tutta la coalizione di centrosinistra.
L'ordine del giorno Ds-Margherita, che chiede il superamento dei CPT ed una politica differenziata verso chi si trova in condizioni di clandestinità, è, nel merito, del tutto condivisibile ed ha avuto il mio voto.
Ciò detto occorre fare ogni sforzo per raggiungere su tutti i temi politici una pratica di confronto quotidiano fra tutta la maggioranza.
I consiglieri dell'Altra Sinistra vi si sottraggono molto spesso, è vero, e probabilmente anche oggi, nondimeno all'Ulivo spetta il compito, certo difficile di lavorare per prevenire ed evitare scontri che tolgano visibilità a quanto, ed è molto, questa maggioranza sta assicurando per il bene della città
."

Per l'ufficio stampa
M.B.

venerdì 9 febbraio 2007

Laicità e dialogo.

"Nell'Ulivo. Da Sinistra"
 Una iniziativa per l'unità
 
 
"La necessità della laicità, le possibilità del dialogo.
Nella politica, nella società"
 
Venerdì 9 Febbraio
Sala del Quartiere S.Stefano, a Bologna,
complesso del Baraccano,
via S.Stefano 119,
alle ore 20,30
 
 
Relatori:
Giancarla Codrignani, giornalista e scrittrice
Laura Renzoni Governatori, Università di Bologna
Luciano Guerzoni, Università di Modena e Reggio
Stefano Canestrari, Preside Facoltà di Giurisprudenza, Univ. di Bologna
Paolo Cavana, Univ. LUMSA Palermo
 
Presiederà: Rosanna Facchini, pedagogista
 
Sono invitati ad essere presenti esponenti politici ed istituzionali delle forze dell'Ulivo e delle associazioni per il Partito Democratico.
 
 
lo scopo del nostro incontro è duplice.
Da un lato vogliamo ribadire l'importanza di riaffermare il valore ed anche la necessità della laicità dello stato.
Dall'altro verificare se esistono vie e metodi, improntati al dialogo, che consentano di far prevalere, anche nell'Italia di oggi, terra di particolare e complessa frontiera, fra nuove presenze religiose e insistente ripresa di protagonismo della Chiesa cattolica su ogni terreno, l'impegno per conquiste e avanzamenti civili e di libertà, come -non senza grandi travagli- fu possibile ieri.
 
Una iniziativa quindi di proposta e di apertura che tende a dimostrare la possibilità- a precise condizioni di metodo e merito- di dare vita operativa ad un Partito Democratico anche sui temi che oggi si suole definire eticamente sensibili.
 
INVITO
www.impegnonuovo.eu

DS: fare un buon congresso. Un contributo dopo il "caso intimidazioni".

La notizia di intimidazioni nei DS ha avuto vasta eco.
Vere o no, la notizia medesima è diventata un fatto. Si deve dire che i Ds sono uno dei pochissimi partiti ancora in grado di fare un congresso democratico, di far votare tesi e dirigenti, sia pure con mille limiti, senza definire, quelle e questi, con la forza del denaro o l’unzione di un leader supremo. Ma non basta. Andiamo alla radice. A chi giova un congresso rissoso e dimezzato?
Certamente non a chi vuole un mandato per andare avanti verso il Partito Democratico.
Ricordiamo: già il rinvio della data di convocazione, a suo tempo, ed il voto segreto, oggi, hanno voluto togliere pressione al confronto politico in atto.
Ma, a ben guardare, nemmeno giova, non può giovare, alle minoranze.
Se il percorso congressuale vedesse un avvitamento polemico fino a punti di non ritorno chi dichiara di non voler uscire dai Ds come organizzerebbe una propria fattiva permanenza? Per dirne una: come potrebbe chiedere un voto per il nostro partito ad elettori che condividono il suo punto di vista?
E anche, quei compagni che hanno scelto di fuoriuscire, o di non entrare nel PD, quale bagaglio porterebbero appresso? Una valigia di rancori, per i più, sarebbe un peso addirittura insostenibile, certo non foriero di nuovo impegno politico, sia pure altrove.
Bisogna scegliere, subito, di fare un buon congresso, che dia speranza a tutti coloro che sentono il bisogno che l’Italia ce la faccia, che si dia un contributo alla pace e a curare la Terra malata, che sui giovani non prevalga il grumo degli interessi, che “il nulla” dei grandi e pessimi media non ci divori.
Stiamo discutendo, discuteremo, se il Partito Democratico sia lo strumento per fare passi avanti in questa prova.
Ma non si commetta l’errore di puntare ad una drammatizzazione delle sole nostre scelte, “scomparsa della sinistra” o “nuovo contro vecchio”.
E’ la “prova” dell’Italia che conta, non la nostra vicenda.
Se la si mette così c’è più ruolo per tutti.
Se la si mette così ci sono tutte le condizioni per parlare di regole e per dare misura a ciò che diciamo. C’è spazio per fare cose, piccole ma importanti, per “buona pace” e intelligenza.
Quali?
1)Gli organi dirigenti uscenti, a partire dai Segretari, dalle Federazioni alle Unità di base, hanno un compito di garanzia che non va sottovalutato.
Il segretario della Federazione di Bologna, molto opportunamente, vi ha fatto esplicito riferimento in questi giorni.
Una garanzia che può esercitarsi non tanto sulla vigilanza quanto sulla promozione del dibattito.
Le differenze nei Ds ci sono e gli iscritti le conoscono e comprendono .
Ma una circolazione ampia dei documenti e delle opinioni è oggi necessaria più che mai,
Non può avvenire da sola, bisogna promuoverla.
2)Le "Commissioni per il Congresso" un tempo erano cellule di spiriti votati al sacrificio, mi è capitato spesso di farne parte, con la volontà di garantire appieno che tutto fosse in ordine.
Oggi dovranno prevenire asperità più che censirle, avere –ad esempio- un’ attenzione affinché localmente vi sia, regolamento alla mano ma anche buon senso in testa, una intesa su come far votare il maggior numero di iscritti, nel rispetto dell’insieme del congresso, che dovrà contenere, per così dire “un seggio e un’urna”, ma non si riduce ad essi.
3) Tutto sarà più facile se non saranno congressi chiusi. Le Associazioni del Tavolo dell’Ulivo, fra le quali “Nell’Ulivo.Da Sinistra”, hanno chiesto che si apra il dibattito nelle sezioni anche ai cittadini, non solo all’associazionismo civile e ulivista ma anche al volontariato, al mondo del lavoro, della cultura. Ci guardano in molti. Quei molti vedono nei Ds il sostegno al Governo, il collante dell’Ulivo e dell’Unione: facciamoli parlare. Per ascoltare bisogna stare, per poco tempo almeno, in silenzio. Ecco l’antitodo al chiasso dei litigi.

LAICITA' NECESSARIA. UN INCONTRO A BOLOGNA

"Nell'Ulivo. Da Sinistra"
Una iniziativa per l'unità

in collaborazione con
Associazione culturale " LA CASA DEI PENSIERI"


"La necessità della laicità, le possibilità del dialogo.
Nella politica, nella società"

Venerdì 9 Febbraio
Sala del Quartiere S.Stefano, a Bologna,
complesso del Baraccano,
via S.Stefano 119, alle ore 20,30


Relatori:
Giancarla Codrignani, giornalista e scrittrice
Laura Renzoni Governatori, Università di Bologna
Luciano Guerzoni, Università di Modena e Reggio
Stefano Canestrari, Preside Giurisprudenza, Univ.di Bologna
Paolo Cavana, Univ. LUMSA Palermo
Presiederà: Rosanna Facchini, pedagogista

Lo scopo del nostro incontro è duplice.
Da un lato vogliamo ribadire l'importanza di riaffermare il valore e la necessità della laicità dello stato.
Dall'altro verificare se esistono vie ed argomenti, improntati al dialogo, che consentano di far prevalere, anche nell'Italia di oggi, terra di particolare e complessa frontiera, fra nuove presenze religiose e ripresa di pronunciamento della Chiesa cattolica su più terreni, l'impegno per conquiste e avanzamenti civili e di libertà, come -non senza grandi travagli- fu possibile ieri.
Una iniziativa quindi di proposta e di apertura che tende a dimostrare la possibilità- a precise condizioni di metodo e merito- di dare vita operativa al progetto del Partito Democratico anche sui temi che oggi si suole definire eticamente sensibili.
Davide Ferrari


Le iniziative ed i documenti di “Nell’Ulivo.Da Sinistra” nel sito: http://www.impegnonuovo.eu/

giovedì 1 febbraio 2007

DS. Fare un buon congresso


La notizia di intimidazioni nei DS ha avuto vasta eco. Vere o no, la notizia medesima è diventata un fatto. Si deve dire che i Ds sono uno dei pochissimi partiti ancora in grado di fare un congresso democratico, di far votare tesi e dirigenti, sia pure con mille limiti, senza definire, quelle e questi, con la forza del denaro o l’unzione di un leader supremo. Ma non basta. Andiamo alla radice. A chi giova un congresso rissoso e dimezzato? Certamente non a chi vuole un mandato per andare avanti verso il Partito Democratico. Ricordiamo: già il rinvio della data di convocazione, a suo tempo, ed il voto segreto, oggi, hanno voluto togliere pressione al confronto politico in atto. Ma, a ben guardare, nemmeno giova, non può giovare, alle minoranze. Se il percorso congressuale vedesse un avvitamento polemico fino a punti di non ritorno chi dichiara di non voler uscire dai Ds come organizzerebbe una propria fattiva permanenza? Per dirne una: come potrebbe chiedere un voto per il nostro partito ad elettori che condividono il suo punto di vista? E anche, quei compagni che hanno scelto di fuoriuscire, o di non entrare nel PD, quale bagaglio porterebbero appresso? Una valigia di rancori, per i più, sarebbe un peso addirittura insostenibile, certo non foriero di nuovo impegno politico, sia pure altrove. Bisogna scegliere, subito, di fare un buon congresso, che dia speranza a tutti coloro che sentono il bisogno che l’Italia ce la faccia, che si dia un contributo alla pace e a curare la Terra malata, che sui giovani non prevalga il grumo degli interessi, che “il nulla” dei grandi e pessimi media non ci divori. Stiamo discutendo, discuteremo, se il Partito Democratico sia lo strumento per fare passi avanti in questa prova. Ma non si commetta l’errore di puntare ad una drammatizzazione delle sole nostre scelte, “scomparsa della sinistra” o “nuovo contro vecchio”. E’ la “prova” dell’Italia che conta, non la nostra vicenda. Se la si mette così c’è più ruolo per tutti. Se la si mette così ci sono tutte le condizioni per parlare di regole e per dare misura a ciò che diciamo. C’è spazio per fare cose, piccole ma importanti, per “buona pace” e intelligenza. Quali? 1)Gli organi dirigenti uscenti, a partire dai Segretari, dalle Federazioni alle Unità di base, hanno un compito di garanzia che non va sottovalutato. Il segretario della Federazione di Bologna, molto opportunamente, vi ha fatto esplicito riferimento in questi giorni. Una garanzia che può esercitarsi non tanto sulla vigilanza quanto sulla promozione del dibattito. Le differenze nei Ds ci sono e gli iscritti le conoscono e comprendono. Ma una circolazione ampia dei documenti e delle opinioni è oggi necessaria più che mai. Non può avvenire da sola, bisogna promuoverla. 2)Le “Commissioni per il Congresso” un tempo erano cellule di spiriti votati al sacrificio, mi è capitato spesso di farne parte, con la volontà di garantire appieno che tutto fosse in ordine. Oggi dovranno prevenire asperità più che censirle, avere - ad esempio- un’ attenzione affinché localmente vi sia, regolamento alla mano ma anche buon senso in testa, una intesa su come far votare il maggior numero di iscritti, nel rispetto dell’insieme del congresso, che dovrà contenere, per così dire “un seggio e un’urna”, ma non si riduce ad essi. 3) Tutto sarà più facile se non saranno congressi chiusi. Le Associazioni del Tavolo dell’Ulivo, fra le quali “Nell’Ulivo.Da Sinistra”, hanno chiesto che si apra il dibattito nelle sezioni anche ai cittadini, non solo all’associazionismo civile e ulivista ma anche al volontariato, al mondo del lavoro, della cultura. Ci guardano in molti. Quei molti vedono nei Ds il sostegno al Governo, il collante dell’Ulivo e dell’Unione: facciamoli parlare. Per ascoltare bisogna stare, per poco tempo almeno, in silenzio. Ecco l’antitodo al chiasso dei litigi.


Da "La Bologna che vogliamo" su "La tribuna"
Febbraio 2007