domenica 24 gennaio 2010
Bettino Craxi, allora ed oggi. Parliamo anche della "questione"socialista, della Sinistra.
Cominciamo col dire che, se è necessario un lavoro degli storici, non si può affidare la materia solo a loro.
Craxi non è solo nel passato, nell'"allora". La sua "azione" è ancora viva nelle conseguenze che sono ancora significative nella vita politica italiana di oggi.
Proviamo a mettere in fila alcuni elementi, certo incompleti, qui volutamente esterni alla questione morale, incentrati sulla funzione di Craxi come "guida" del PSI, per contribuire, senza alcuna velleità definitoria ad un giudizio obiettivo, da Sinistra, su Craxi e la sua politica.
Bettino Craxi nacque all'interno della corrente autonomista del PSI di Milano. Un alveo non nobilissimo ma, certo, solidamente attaccato ad un radicamento sociale ampio, nelle imprese collegate all'intervento pubblico ed alla decisionalità degli Enti Locali,nelle professioni e più generalmente nel ceto medio.
Una città, Milano, dove il PSI era già stato a lungo alla guida e dove la stessa forza del '68 aveva fatto crescere protagonisti nuovi, esterni all'esperienza del PCI.
E' forse qui una delle radici della convinzione di Craxi circa, non solo la necessità, ma la possibilità di rovesciare i rapporti di forza fra PSI e PCI.
Decise di rimanere nel PSI, con molti dubbi e sofferenze quando Mauro Ferri e Tanassi spaccarono l'unità PSI-PSDI rifondando in chiave decisamente moderata, ed addirittura con venature reazionare, la sigla socialdemocratica in Italia. Ma rimase nel PSI nella convinzione che, proprio e solo dal loro partito maggiore, i socialisti potessero riaprire la partita con il PCI.
Dopo la grande avanzata del 1975 e del 1976, il PCI raggiunse la soglia del governo, senza però potervi entrare, ed il PSI di De Martino, intento a mediare a favore di un rapporto con il PCI l'azione di governo, non raccolse per nulla i frutti di quella supposta mediazione e si ritrovò al minimo storico.
Craxi, in gradi successivi, in alleanza con la corrente di Lombardi, anch'essa fortemente interessata all'autonomia dal PCI in nome, però, di una complessiva rifondazione della Sinistra, riuscì a imporre la sua visione, l'imperativo "primum vivere" , l'affermazione : "il PSI è necessario" , contro un destino, che De Martino sembrava voler accompagnare, di confluenza in un unico partito con il PCI.
Per evitare la fine del PSI come partito distinto Craxi impose al PSI una nuova linea politica strategica.
Propose un PSI che innanzitutto intendeva operare, al di là di varie affermazioni mutevoli, perchè il PCI venisse relegato ai margini del quadro politico e ridotto nei suoi termini elettorali e socio-culturali.
Quindi un PSI disponibile ad una alleanza senza condizioni, eterna , con la DC e che, anzi, proprio per questa sua disponibilità, intendeva reclamare potere e centralità, in modo e misura mai prima sperimentati.
Il PSI, da partito che faticosamente ricercava la sua ragione d'essere in una funzione di mediazione verso il PCI e in ruolo di garante della democraticità dell'intera Sinistra, divenne frontiera e non cerniera del quadro politico verso il PCI e fortemente conflittuale con la DC, proprio perchè suo pricipale alleato. La forza delle azioni tattiche di Craxi consisteva nel loro quadro strategico, la rivendicazione fino all'arroganza del principio di governabilità, nell'essere del tutto consapevole di essere necessario ad ogni Governo senza condizionamenti del PCI.
L'autonomia del PSI divenne quindi un marcato distacco delle proprie sorti da quelle del PCI, "più il fatto è chiaro, più il fossato si allarga, meglio è", e un'alleanza stabile con la DC senza più la condizione di aprirla a Sinistra, e per questo competitiva, reclamante potere e centralità, ad ogni livello, fino all'ottenimento della prima responsabilità di Governo.
Si chiarirà via via che questa linea politica comportava privilegiare le componenti più moderate della DC, se non addirittura quelle più retrive, l'apertura del quadro politico all'agibilità dell'estrema destra,ed un programma di governo che intendesse prescindere dalla concertazione con la sfera sindacale.
Questo il nocciolo della politica di Craxi.
I prodotti ideologici e programmatici che ne furono il corollario non sono stati privi di interesse, basti ricordare il primo "Programma socialista", addirittura estremista, e poi l'ispirazione ai "MERITI E BISOGNI" su cui si cimenterà soprattutto Claudio Martelli.
Ma più rilevante fu il carattere di "porta d'ingresso" ad esperienze di governo per settori interi delle nuove generazioni che il PSI autonomo di Craxi potè rappresentare , per la rilevante disponibilità di posti ed occasioni, e nello stesso tempo la sostanziale indistinzione programmatica realizzata nella pratica.
Poterono ritrovarsi, accanto o dentro il craxismo, sia provenienze dall'estrema destra che un settore non piccolo della contestazione giovanile, sessantottina ma soprattutto settantasettina, più lontana quest'ultima dal PCI e dalle cosidette "ideologie".
Dai minimi storici il PSI giunse ai suoi massimi.
Ma la parabola del craxismo si svolse in poco più di un decennio.
L'usura del modello craxiano era già evidente prima di tangentopoli: la riduzione di ogni dialettica interna, con tutto il partito preso dalla "vertigine del successo", il ridursi dei margini di rigonfiamento della spesa pubblica con la quale si era finanziato il consenso ai governi di pentapartito e la stessa competizione, in alleanza, di PSI e DC, l'abbandono e poi la contrarietà ad ogni vera riforma istituzionale e sociale, poichè troppo- al di là della retorica sull'innovazione- della propria crescita era reso possibile esattamente dallo "status quo".
Un' Italia spendacciona e bloccata, in sostanza, non rinnovata, questa l'Italia ad egemonia craxiana, diretta da una classe politica incapace di dare contenuto progressivo e reale al proprio riformismo e quindi, in ultima analisi, battistrada di un relativismo, anche in materia costituzionale e nella concezione della democrazia.
E, per quanto riguarda la Sinistra, una divisione dolorosa e profonda, ed un PSI senza vie alternative, con leadership ringiovanite ma del tutto subordinate al primato di Craxi.
E' in questo quadro che maturò l'incapacità ad opporsi alle conseguenze di tangentopoli.
Privati della copertura del bipolarismo monfiale EST-OVEST tutti i partiti divennero all'istante fragili, ma il PSI fu il primo a crollare non perchè maggiormente perseguitato dai giudici ma perchè più legato, si potrebbe dire avviluppato,in quell'ex "status quo" che progressivamente si stava disgregando.
Bisogna aggiungere che le responsabilità direttamente personali di Craxi nel rendere irreversibile il crollo e la scomparsa del suo partito, nella bufera di tangentopoli, furono molto rilevanti.
Il suo appello alla non ipocrisia scontò un grande distacco dalla realtà dei processi in corso e la reazione rabbiosa al suo allontanamento ed al tentativo di dialogo di Martelli con Occhetto, tolsero al PSI le possibilità residue di riprendersi.
Gravissima ed irresponsabile verso il PSI fu la denuncia-fatta da Craxi-in quel momento ultimativo, delle corresponsabilità di Martelli nelle parti oscure della sua politica.
Forse anche questa mancanza di responsabilità mostrata da Craxi verso il proprio partito fu in ultima analisi indotta, oltre che da un limite "morale" della propria personalità, dalla sua incapacità originaria a comprendere come la grande storia dell'esperienza comunista in Italia non potesse essere denegata e , in ultima analisi, elusa, non affrontata.
Restano molti interrogativi, ce ne rendiamo conto, dopo una carrellata così breve. Resta da chiedersi, ad esempio, se il PCI di Berliguer fu adeguato nella sua opposizione alla politica di Craxi.
Un "Partito Comunista", questo il punto, non poteva esserlo. Anche un PC così ricco di forza e di idee come il PCI. Un partito, causa la sua origine, inevitabilmente intrappolato in una continuazione della strategia di fondo togliattiana dell'incontro fra le principali correnti democratiche, senza una moderna concezione del conflitto sociale e senza visione di una democrazia viva perchè fatta di alternative e di alternanze. Una strategia di fondo, quella del PCI che "ontologicamente" toglieva ossigeno al PSI relegandolo a forza minore e non elevandolo a protagonista dell'alternativa.
Occorre anche aggiungere che, mentre Berlinguer, che pure oggi ci può apparire lento e sfuocato sul piano del posizionamento politico, operava però una rilevante innovazione teorica, fino a lambire tutte le principali questioni della nuova epoca, come l'interdipendenza mondiale e la crisi ecologica, i suoi competitori interni, in particolare le principali figure dell'ala che si volle chiamare migliorista, meno ancora si resero conto delle reali novità e possibilità di espansione della politica di Craxi pensando di poter scontare con una maggiore acquiescenza un auspicato ritorno del PSI di Craxi all'interno del quadro della politica tradizionale, così come concepita dal PCI nella sua storia.
I miglioristi, che pure più di altri comprendevano il rischio della divisione delle Sinistre, non erano più avanti, spiace scriverlo, ma più indietro. Se così non fosse stato, d'altronde, non avrebbero avuto così poco ruolo nella svolta che condusse al superamento del PCI. Poche, davvero troppo poche furono le figure politiche nell'arcipelago PCI capaci di coniugare radicalità, riformismo, e unità. Vengono alla mente un uomo come Bruno Trentin e non molti altri riferimenti. Se così non fosse stato, alla scomparsa del PSI, non si sarebbe forse sommata la scelta operata dal corpo politico proveniente dal PCI di una via di rigenerazione così faticosa e forse troppo dimentica del riformismo interno alle espressioni politiche socialiste e socialdemocratiche del mondo del lavoro, almeno in Europa. L'Italia è vero, è solo una periferia di un mondo dove, in termini diversi si sono vissuti -per cause globali- fenomeni simili, ma non ne è una periferia "positiva", se è vero che qui si è affermata l'avventura berlusconiana.
E' grave che ciò sia avvenuto. Sia ancora concesso affermarlo in un'Italia dove è così forte il predominio della Destra di Berlusconi, che molto deve allo spostamento a destra di milioni di voti avvenuto dopo la sparizione del PSI e la drammatica divisione di destini fra ex socialisti ed ex-comunisti, e dove il PD incontra tante difficoltà a ripartire con maggore consapevolezza circa i propri caratteri riformatori.
Alla luce di queste considerazioni si può forse comprendere meglio perchè anche i commenti di questi giorni appaiano parziali o fuorvianti, rivelando limiti ereditati dall'esito del caso italiano, del quale la storia infelice del PSI nella prima repubblica è così significativamente parte. Fra i pochi avversatori della riabilitazione di Craxi e fra i molti impegnati a riedificargli, da Destra, un piedistallo, praticamente nessuno gli imputa la fine del PSI o, almeno, su questo dato riflette. Se la questione della minorità socialista, da Palazzo Barberini a Craxi, fu la palla al piede della Sinistra italiana impedendo l'alternanza di governo ed una vera socialdemocrazia, la scomparsa del PSI, ripetiamo in conclusione quanto premesso al nostro inizio di ragionamento, non può essere estromessa dalle responsabilità del leader che ne aveva assunto il comando in nome dell'imperativo di vivere.
Davide Ferrari
sabato 23 gennaio 2010
Mussolini nell'esame di maturità.
La citazione di Mussolini, così come è avvenuta, in un tema d'esame di maturità è un fatto gravissimo. Il contesto ambiguo e confuso nel quale è sta inserita non può far velo. Siamo ad un'ulteriore tappa della banalizzazione del fascismo e di una inaccettabile subalternità al revisionismo storico. Mussolini: il dittatore, il guerrafondaio, il razzista, il colonialista, il responsabile della ritirata di Russia e della guerra civile. Quale di questi deve essere considerato un interlocutore delle riflessioni dei giovani di oggi? La citazione di Mussolini in un tema di maturità avviene dopo ripetute incursioni mediatiche tutte rivolte a normalizzare la figura del dittatore, dopo i noti richiami di Berlusconi e numerosi altri tentativi di riabilitazione portati avanti da più parti ma con particolare insistenza dalla Destra che oggi è al potere in Italia. Si vuole accreditare l'idea che, se non positiva, quella lunga pagina nera della storia italiana, può essere comunque considerata "ufficialmente" grigia, segnata da un uomo con luci e ombre, che ha lasciato anche degli insegnamenti che vanno presentati ai giovani. Bisogna rilevare come questa operazione di normalizzazione di Mussolini viene fatta proponendo un estratto del suo discorso alla Camera con il quale rivendicava la responsabilità politica e morale dell'omicidio Matteotti senza nemmeno segnalare ai maturandi come, in quel momento storico, ciò abbia costituito l'affermazione definitiva della dittatura e la rivendicazione dell'assassinio di una delle personalità democratiche più brillanti e coraggiose. Non si tratta quindi di una volontà di far conoscere la storia, ma al contrario, anche nelle specifiche modalità scelte, di occultarla, di decontestualizzarla, di rendere anonimi e uguali tutti i suoi passaggi. Deve ora esserci una risposta. E' necessario prendere l'iniziativa, suscitare una riflessione.Ed è auspicabile che tale risposta possa segnare l'avvio della ripresa di una vera conoscenza del fascismo, dei suoi caratteri e delle sue rovinose conseguenze. La Repubblica democratica è nata da questa opposizione e l'affermazione di valori del tutto contrari al fascismo ne costituisce la pietra angolare, il fondamento, il punto di riferimento e di legittimità essenziale.
giovedì 14 gennaio 2010
Stranieri in classe. I simboli e la sostanza della Gelmini.
Gia’ nelle scuole maggiormente investite dal problema, a Bologna siamo al 12 come media generale con punte elevate nella scuola di base e nei professionali, la dirigenza scolastica degli Istituti e gli stessi organi ministeriali, in collaborazione con gli enti Locali, avevano realizzato “regolamenti” per l’accesso e accordi importanti per rendere più vera l’integrazione e coinvolte più omogeneamente tutte le classi di un territorio.
Noi siamo d’accordo con loro: programmazione sì, tetti no.
Perché?
Il Minsro, di fronte all’ingestibilità della sua direttiva, ha versato acqua, escludendo dal computo i nati in Italia. Ma la sostanza resta grave.
Perchè la Gelmini non vuole una media da raggiungere con interventi programmatori, il famoso “buon senso” di cui hanno parlato molti commentatori, sbagliandosi.
Si tratta di un obbligo imposto a tutte le scuole, di ogni ordine e grado e di ogni indirizzo, senza alcun coinvolgimento, nelle scelte , delle Regioni, degli Enti Locali, delle componenti della comunità scolastica.
Le eventuali deroghe saranno decise dal Ministero stesso, attraverso i dirigenti regionali.
Alla faccia del federalismo. “Alla faccia del bicarbonato di sodio!” avrebbe esclamato Totò.
Ed alla faccia del Titolo V della Costituzione che assegna la competenza alle Regioni, in “legislazione concorrente” con lo Stato e sancita l’autonomia delle Scuole.
Le parti politiche più vicine al Ministro, e a lei più care, come la Lega hanno immediatamente colto il senso di questa decisione.
Il punto del messaggio simbolico di Gelmini è questo: Al motto che recitava: “Non uno di meno”, intendendo che nessuno doveva essere lasciato in solitudine senza opportunità, si sostituisce il dettato leghista: ”Non uno in più”.
Se qualcuno a tavola non ci starà, che se ne vada, altro che aggiungere un posto!
Non è solo una questione, pure gravissima, di simboli, non c’è solo la responsabilità di contribuire a far considerare gli stranieri il primo e principale pericolo per la qualità della vita degli italiani, fin nelle aule, oggi, nei giorni di Rosarno.
Anche esaminando la questione concretamente si evidenzia il rischio di un forte abbandono della frequenza scolastica da parte di figli di famiglie straniere. Chi sarà in grado, per condizioni di lavoro, di istruzione, di orari, di seguire i propri figli nella ricerca di una scuola, non la più vicina ma la disponibile? E per i ragazzi più grandi la tentazione di lasciar perdere tutto sarà molto forte. E’ evidente che cio’ provocherà l’aumento del disagio sociale nelle generazioni più giovani, quelle dei figli di immigrati.
In quelli che sono giovani adesso, che parlano l’italiano sufficientemente bene, non sono nati in Italia, che si fanno amici fuori dal loro gruppo etnico solo a scuola.
Se molti insegnanti e dirigenti scolastici mettono in risalto la bruttissima pratica del trasporto speciale a destra e a manca dei piccoli “perdenti posto”, altrettanto grave, forse persino di più, sarebbe smembrare per razza classi già esistenti, costringendo gli alunni over 30 ad andarsene. Come si sceglierà poi chi rimane e chi va non è ancora dato saperlo.
L’ Italia ha già conosciuto alunni scomparsi dalle classi a motivo della loro razza.
Dopo le leggi del 38 toccò agli ebrei.
Cosa si deve fare, adesso?
Innanzitutto non lasciarsi prendere da polemiche su falsi terreni.
Così come non è vero che la Gelmini vuole l’integrazione così non è affatto vero che i democratici ed i progressisti vogliano classi affollate di problemi e di diversità.
Bisogna difendere ed estendere le buone pratiche già in essere e chiedere fondi adeguati per sostenerle.
Subito.
Qui gli Enti Locali, i loro Assessori ed anche i loro Consigli possono avere un ruolo importante, non tanto di supplenza quanto di immediato monitoraggio, insieme agli istituti scolastici ed alla loro associazione, delle criticità, in collaborazione con gli Uffici provinciali del Ministero ma anche con una propria capacità di proposta, basata sulla conoscenza dei dati demografici, dell’assistenza sociale, delle previsioni urbanistiche .
Guai a dividersi, per ruolo e sensibilità, fra chi deve comunque affrontare la “partita” così com’è e chi denuncia l’ideologia sottostante.
I dirigenti scolastici più avvertiti sanno che la partita della scuola è ancora aperta, e la loro professionalità può dare, proprio nei confini delle responsabilità che deve adempiere, un grande contributo, non fermandosi alla burocrazia, mettendo all’opera idee e relazioni umane.
E gli amministratori politici della nostra realtà sanno bene che non basterà la denuncia, che bisogna operare, e a lungo, per tessere una trama di cose da fare che aiutino le scuole e sostengano tutti i loro alunni, per evitare razzismo e guerre fra le famiglie.
Il Dirigente regionale dell’Emilia-Romagna ha dichiarato che non deciderà da solo.
Bene, occorre allora presentargli al più presto il quadro reale della situazione e chiedere di decidere assieme.
E’ chiaro che servono idee ma anche soldi.
Qui il piatto già piange, e i Comuni stanno investendo sempre di più, altro che :“i pulmini li mettete voi”, come intima Maria Stella.
Le scuole e gli Enti Locali bolognesi avevano lanciato , mesi orsono, una propria “vertenza” per richiedere docenti in numero sufficiente e le risorse finanziare occorrenti.
Mentre sui giornali tiene banco la Gelmini con le sue “circolari razziali” vengono sanciti nuovi tagli ai fondi delle nostre scuole, persino per le pulizie mentre il 60 per cento degli Istituti non ha ancora recuperato i crediti per il funzionamento ordinario.
Ma qui chi decide è Tremonti con la sua “pedagogia contabile”, come la definisce Rosanna Facchini, dimenticavamo. Mica la Gelmini!
domenica 10 gennaio 2010
Lettera a noi stessi, dopo Rosarno
di Davide Ferrari
Lettera a noi stessi, dopo Rosarno
Cari amici,
ho l'impressione che a Rosarno, come altrove, la verità sia ancora più dura- e più "banale"-di quanto viene descritta.
Pare che la paga giornaliera di un nero sia di circa 25 euro-probabilmente senza altri oneri per chi li "assume". Considerato che ci viene detto che lavorano 12 ore al giorno, il loro costo medio è di 2 euro e qualcosa. Le produzioni dove vengono impiegati, olive, pomodori ecc, sono pregiate e rendono bene. Il "plusvalore", cioè quanto prende chi li sfrutta è davvero enorme. Questo "incasso" sulla pelle dei neri non va solo a pochi, O SOLO ALLA MALAVITA, che credo c'entri ma soltanto in parte. Va, indirettamente, a tutto il paese. Tutto. Anche ai suoi bianchi poveri. Anche ai poverissimi.
E' difficile da confessare ma un pezzo di economia sociale, un territorio, non solo i suoi proprietari, vive, rientra nel mercato, perchè c'è mano d'opera sfruttata e segregata in tali dimensioni. Non è tanto un clima di guerra fra poveri, o una generica ignoranza dei poveri-quelli bianchi- ad aver portato agli spari che hanno fatto partire l'incendio. E' che a Rosarno come in mille altre situazioni, attuali e storiche, allo sfruttamento selvaggio si unisce sempre una cultura che tiene assieme la società sfruttatrice, chi prende moltissimo e chi prende solo briciole, basandosi sul senso di superiorità, dal linguaggio alla violenza esplicita. Così impariamo che i colpi di arma ad aria compressa che avrebbero innescato, insieme alla falsa notizia di omicidi per fortuna non avvenuti, la violenta reazione dei neri non erano che l’ultimo fatto di uno stillicidio quotidiano di violenze, minacce, dileggi cui-così pare- partecipa una parte rilevante, ad esempio, dell’intera popolazione giovanile del paese.
Questo non giustifica i “neri con bastone”, apparsi nei video e nelle foto. Anzi, non mi stupirebbe se fra i violenti ci fosse stato anche qualche Kapo, qualche sub-caporale nero, anelli intermedi della catena di sfruttamento.
La realtà è davvero molto preoccupante.
L'Italia è percorsa dall’ insofferenza, e spesso, dall’odio verso gli stranieri e dopo Rosarno prevedo altri gravi scivolamenti. Qualcosa possiamo fare , anche qui, nelle nostre città. Proviamo a parlarne sul serio, guardando in faccia alla realtà. Un caro saluto da un bolognese di origine calabrese.
Davide Ferrari
www.davideferrari.org
sabato 2 gennaio 2010
Il caso Orfeo.
Anche a Bologna, dove c'e' la Destra, c'e' meno liberta'
Il Quartiere Santo Stefano ha deciso di non rinnovare la convenzione con l'Associazione che, da molti anni, promuove Orfeo TV, prima, in qualche modo, in etere, oggi su web.Addirittura hanno approvato, con la limpida opposizione del PD, un ordine del giorno nel Consiglio.E' l'unico Quartiere a maggioranza di Destra, e si vede.
Orfeo, quando nacque fu una delle prime TV di strada. Ancora oggi fa parlare i cittadini, e' un'isoletta di buona comunicazione.
Per questo a "loro" non piace. Per questo ci deve stare a cuore.
Il sostegno che la convenzione garantiva non era molto ma, senza, l'Associazione andra' in difficolta' ed il Media Center che manda avanti, con esperienze di formazione e attivita' di studio e di divulgazione, potrebbe chiudere.Non deve accadere.Anzi sarebbe bene che esperienze similari si moltiplicassero, filiassero in altri Quartieri, cosi' come quella di Flashgiovani ed altre.
Si e' detto spesso che bisogna "pensare globalmente ed agire localmente". Bene: le piccole Tv di strada nascono, con tutta evidenza, con questa logica.I cittadini sono tali non solo se hanno la liberta' di consumare- e con la crisi non sempre ce l'hanno- non solo di protestare ma anche di dialogare, di passare da cio' che e' solo personale a cio' che e'generale, se non si vuole piu' dire: " al politico".Ricordo che il Comune di Bologna si e' posto, anche in un passato recente il tema di una propria forma di comunicazione. Venne naturale pensarci ad Angelo Guglielmi, con la sua grande esperienza.
Forse una rete di TV associative potrebbe essere un pezzo, libero per di piu', di una forma cittadina di comunicazione. La formazione di professionalita' realizzata sul campo da esperienze dirette ed autogestite non puo' essere l'unica via per stare al passo con l'economia della conoscenza, e' ovvio, ma puo' essere un pezzetto pregiato, puo' interagire con poli di sviluppo e di investimento in ricerca che siano la base di un riorientamento della nostro tessuto produttivo, cosi' come la Regione e Bologna vogliono fare.Alla Destra non interessa.
Perche' dare valore ad un archivio di filmati autoprodotti quando si possono avere a portata di click ben altre ''librerie'' e tutte con il marchio del Padrone ben in vista ?
E poi se un Quartiere ha qualche soldino e' meglio non buttarlo via con chi da' voce alle badanti moldave o agli anziani non ancora pacificati dei centri sociali.Parlano spesso di bolognesita' , ma Bologna, la citta' vera, con i suoi lavoratori-quelli di oggi- i suoi giovani che vogliono crescere di capacita' , i suoi anziani che hanno molto da dire, non gli interessa un bel nulla.Seguire la vicenda di Orfeo Tv, del suo Media Center e' quindi un'occasione importante, per forza di simbolo e per valore concreto. Sono certo che a Bologna l' interesse non manchera' , non solo nelle Istituzioni, ma anche nel mondo degli investitori per la qualita' del territorio, come le imprese con maggior consapevolezza della propria responsabilita' sociale e le Fondazioni bancarie.
davideferrari@yahoo.com
www.davideferrari.org
martedì 1 dicembre 2009
Per Cino e per lo Zecchino.
Di Davide Ferrari
Nulla so nulla delle questioni che sono intercorse fra l’Antoniano e Cino Tortorella.
Quando tanti e tanti anni passano a fare un medesimo lavoro, che senti tuo, che si identifica con te, è spesso fatale che non si riesca a ridarsi una veste nuova, che si diventi ingombranti e , insistendo, si incorra in veri e propri errori.
Ora, di fronte alla prova che Tortorella sta affrontando, è il momento soltanto della preoccupazione e degli in bocca al lupo. Grandissimi.
Sentiamo che la sua vicenda ci appartiene, che siamo partecipi e , tutto sommato, gli vogliamo bene.
Quarant’anni fa ho fatto a botte, anzi ne ho prese, per “colpa” sua e dello Zecchino.
Difendevo “Torero camomillo”, la canzoncina che, inaspettatamente, all’ultimo minuto, perdette la gara con “Quarantaquattro gatti”.
Sbagliavo. Quella dei “gattini senza padrone” era bellissima. E poi era un segno del ’68. Ma, ai giardini Margherita si scatenò una rissa di proporzioni bibliche. Centinaia di bambini, non scherzo, si divisero fra le due contendenti e via a correre e strattonare e peggio. Io guardavo, imitavo e le prendevo.
Ma mi sentivo un Highander alla battaglia, sotto le chiome del grande cedro del pratone. Per molte generazioni il ricordo delle canzoni dello Zecchino è stato il primo ricordo che è rimasto, quello con il quale si è entrati nell’età della memoria, a 4-5 anni.
E poi imparavamo cos’è una gara. Sceglievano, con le palette alzate nel voto, bambini come noi, sceglievamo noi. Non capita troppo spesso ai bimbi di poter decidere, probabilmente nemmeno oggi- che pure diciamo essere l’epoca del permissivismo. Scegliere, secondo volontà e regole, è un momento educativo importante.
E, sempre, è stata buona musica, testi spesso folgoranti, poca leziosità -nonostante l’ambiente. Un vero miracolo.
Per questo vogliamo che l’Antoniano possa andare avanti. Certo, è importante per la nostra città, perché possa mantenere e magari espandere la propria produzione televisiva. Ma è importante per noi e per i bambini di oggi.
Non facciamo scherzi. Lo Zecchino, e Mago Zurlì, vivano tranquilli. Almeno per tanti anni quanti ce ne hanno regalati.
1 Dicembre 2009
Il Bologna, quotidiano Epolis
venerdì 27 novembre 2009
sabato 21 novembre 2009
Mala Lingua, adesso è un libro
Una campagna elettorale in punta di penna
di Davide Ferrari
Prefazione di Flavio Delbono
Nota di Etienne Salvadore
Format Libri editore
15 Euro
Per acquistarlo
T. 340 1945654
a Bologna: Librerie Feltrinelli
Edicola via Rizzoli, Due Torri
Edicola "Dei Greci", ang. Pavaglione-Rizzoli
Su You Tube i video della presentazione del libro a bologna, Lunedì 9 Novembre,alle ore 18, alla Libreria Feltrinelli di Piazza di porta Ravegnana,con Andrea De Maria, Giancarla Codrignani, OInide Donati, Carlo Flamigni, Simonetta Simoni
www.malalinguadibologna.blogspot.com
mercoledì 11 novembre 2009
Crocifisso ed altri simboli. Studiare ed imparare insieme
di Davide Ferrari
Crocifisso ed altri simboli. Studiare ed imparare insieme
Siamo in Italia ed ogni battaglia civile, per la laicità e per la pari considerazione di ogni identità religiosa o non religiosa deve fare i conti con la realtà.
Si è immediatamente fraintesi, poco difesi, e dietro i fanatici si coalizzano masse prima più ragionevoli. Così sta accadendo sulla questione dei Crocifissi nelle aule scolastiche.
Siamo in un momento opaco, l'intolleranza cresce, soprattutto per la paura che ci fanno gli immigrati, con il loro colore ed i loro credi. L'ignoranza regna sovrana. Ad esempio, per dirne una, il crocifisso, simbolo prettamente cattolico, viene scambiato con la croce, che appartiene a tutti i cristiani, e così' via. A noi italiani sembra strano o appare come una questione di lana caprina ma milioni di persone si sono combattute e reciprocamente uccise, quelli per il Crocifisso contro quelli per la croce. La Corte Europea ha emesso una sentenza giusta e soprattutto inevitabile. L'Europa, ben da prima delle ultime migrazioni, è una realtà plurale, con i protestanti, gli ortodossi, e gli ebrei accanto ai cattolici.
Proprio per questo in Europa si sono affermate la tolleranza religiosa e la democrazia. Anche se, per la prima volta sono diventate legge di uno stato -ricordiamolo- in America grazie a chi per sopravvivere alle persecuzioni aveva dovuto varcare l'Oceano.
Cosa succederà ora: il rinculo del colpo sparato dall'Europa ci colpira la spalla, tutto tornerà come prima, anzi vedremo i laici e le minoranze minacciate ( è successo) e zittite?
Io credo che la questione del pluralismo sia aperta e non si richiuderà con reazioni autoritarie.
Attenzione però: è difficile pensare che una partita così complessa si possa affrontare nei tribunali.
E' proprio impossibile, per esempio a Bologna, fare esperienze di riconoscimento reciproco dei simboli? Fra le famiglie, ad esempio, in classe e fuori dalla classe, dove sembrerà più opportuno. Con la conoscenza, lo studio comune, la riflessione su di sè. Da cristiano io sono convinto che sarebbe un'occasione importante per rafforzare molto la propria fede. Non penso ad una cerimonia formale, ad una ricetta unica. Non basterà aggiungere simboli ora non presenti accanto al simbolo già presente, cosa che, però, potrebbe essere la conclusione condivisa, almeno in alcuni casi, di un percorso più ampio. Bisognerà mettersi al lavoro, studiare e imparare insieme. Questa è la strada giusta. Probabilmente l'unica.
11 Novembre 2009 IlBologna, quotidiano Epolis
giovedì 8 ottobre 2009
Torna la neve. L’inverno della Repubblica visto da Bologna.
Di Davide Ferrari
E' tornata la neve. Brividi in strada. Avevamo già in mente la Primavera. Con un poco di tepore, rimpannucciati, ci sembrava di poter tornare alla vita di sempre, alla Bologna di sempre. Delbono quasi scordato, la Commissaria al lavoro, tutti a pensare alle proprie faccende.
La Destra cittadina gongolava ma senza far troppo rumore. Persino a Sinistra qualche analista e qualche giornalista, cominciava a teorizzarlo: “Meglio così, Bologna senza Sindaco, è vero, ma che sarà mai, un po’ di tempo non farà male, tranquilli e magari “rinnovati” ci si potrà presentare fra un anno i cittadini con più ciance”.
Tanto si va verso la buona stagione. Rassegnarsi e bordeggiare.
Invece nevica.
Prima un’onda di fango e scandali da far muovere anche gli stomaci più avvezzi.
Scandali insidiosi come quello, con mille rami , attorno alla Protezione civile.
Poi, fra pause caffè troppo lunghe, risse sui nomi, pasticci e arroganze il caso delle liste presentate tardi o male.
Il voto pigro per le Regionali si è avvitato in una faccenda grigia e rischiosa. A Roma una legge fatta apposta ha cercato di risolvere un problema vero nel modo peggiore, elargendo favoritismi a chi l’ha scritta. Mentre scriviamo, non sappiamo come finirà.
Ma anche Bologna è stata coinvolta. Qualcuno, a Destra, lo ha detto apertamente, “aiutate Polverini e Formigoni e noi vi faremo votare presto”.
Ma non si diceva che Bologna doveva essere commissariata perché il suo Sindaco non si era dimesso in tempo ?
Il baratto è stato rifiutato ma nel palato è rimasto l'amaro dell'ingiustizia.
Mi è venuto in mente un episodio antico. Di quelli che non c'entrano niente. Nel 1964, allo spareggio con l'Inter per lo Scudetto, cercarono di togliere di mezzo il Bologna inquinando le provette dell'antidoping. Un pizzico di qualcosa nei depositi dei calciatori e via, questa squadra, figlia di una città troppo diversa sarebbe sparita. Sarebbero rimasti i forti di sempre, delle città dei poteri e del denaro.
C'è stato, in questi giorni qualcosa di simile, a ben vedere. “La città va punita, lasciata senza un governo che lei abbia eletto”. Se serve, invece, la si può usare come merce di scambio. Come con le figurine, due mediani di Arcore in cambio di una "Due torri", più rara.
Insomma l’inverno della Repubblica si è fatto di nuovo più evidente, preoccupante. E’ richiesto più impegno, anche se non sappiamo bene in quale direzione.
E' tornata la neve. Manifestazioni contrapposte. Un paese sbandato. A Bologna ancora è presto per la Primavera.
Il Bologna, Quotidiano E Polis
domenica 4 ottobre 2009
Risse fra bande giovanili.Il segno di nuove povertà.
Di Davide Ferrari
“Devi morire”, così ha detto, en passant, qualche giorno fa un giovane delle forze dell’ordine, a Bologna, ad un coetaneo Rom, trattenuto per brevi accertamenti, a pochi passi dal Nettuno . Documenti a posto, tutto OK, niente di segnalato. Probabilmente un’aria un po’ sfrontata, più o meno simpatica. Questo il Rom, che, come spesso loro accade alternava un’espressione troppo orgogliosa, per dir così, ad una smorfia di supplica lamentosa. Come quando chiedono l’elemosina. Manca loro la normalità. E come potrebbe esserci? Senza casa, senza lavoro, senza soldi in tasca. Padre in giro, madre in giro, chissà dove, e via per strada.
Ce ne sono molti. La crisi li fa aumentare. Mentre altri lasciano l’Italia, quelli che possono sperare qualcosa, chi ha meno, anzi chi non ha proprio niente, resta ed anzi, spesso, arriva.
E vive a rischio. Li ritroviamo, ragazzi così, nelle risse furibonde di cui ci parlano le cronache cittadine. Scontri fra ballotte etniche, per donne o per insulti. Non sono novità. Mio padre si ricorda ancora di quando bastava poco ad accendere le micce, sul tram numero 6 da S.Ruffillo a Bologna, allora erano due cose diverse.
E molti sanno delle guerre a legnate e “cartoni”, per le Madonna dei borghi, fra S.Pietro ed il Pratello, di cui cantava Quinto Ferrari.
Eravamo poveri. la povertà non ha solo l’odore casto di cui ci parlava un grande poeta. No. Ha anche il tanfo della violenza, dell’intolleranza a tutto, anche a se stessi.
Dietro alle risse di questi tempi non c’è la “noia” dei giovani, ma l’incidere della nuova povertà.
D’altra parte anche i giovani “nostri” non sembrano immuni dal degrado. Non vorrei esagerare ma l’onda inarrestabile delle bottiglie di birra, il ronzare degli spacciatori attorno ad ogni meeting, anche il più informale, i rave che si concludono con botte da orbi, mi pare siano tutti grani dello stesso rosario.
Insomma fra gli etnici ci sono anche gli italiani, o almeno sembra.
La repressione si è organizzata. Ed è solo un bene, ma frasi come quel “devi morire”, e altre, non solo sono in accettabili non mi paiono certo indicative di una risposta efficace.
In Spagna un buon governo incentiva, con un bonus di rientro, i ritorni in patria di chi non ha speranza di cavarsela .
Figuratevi che ne direbbero qui a casa nostra. Invece una cosa così servirebbe anche qui, agli usufruttuari ed a noi.
E poi ci vorrebbe un grande investimento per i centri giovanili,dagli oratori delle parrocchie a quelli pubblici.
Ma non ci sono scorciatoie. Se stiamo diventando sempre più come eravamo quando si stava peggio, molto peggio, bisogna rimettere in moto sviluppo e giustizia sociale.
Città dove, appena nati, molti capiscono che sono in un ghetto dal quale non usciranno più, società dove, sotto i trent’anni, ad essere ottimisti, si lavora il doppio, per la metà dei soldi e senza diritti, è difficile non si ritrovino a contare le teste rotte ogni Domenica.
Sì, dietro le tante risse , a guardar bene, a tirare il filo del ragionamento, viene fuori tutto questo. Meglio non schivare il problema se non vorremo dover imparare a schivare le bottigliate.
venerdì 31 luglio 2009
di Davide Ferrari
Arriva la suina kamikaze.
Cominciamo a preoccurparci. La suina non è come l'aviaria che, fino ad ora, ha fatto startunire solo i cormorani.
No, stavolta arriva. Nata in Messico, forse, ha varcato oceani e frontiere. L'Inghilterra sembra quella più presa di mira. Anche Cherie Blair la sta affrontando. Basta aspettare e forse colpirà anche il Principe Carlo. Un bel guaio, se si pensa che sta inseguendo l'immortalità della madre per diventare Re. E' pericolosa? Sembra di sì. Anzi se nelle passate ondate di allarme si è esagerato, oggi abbiamo la sensazione che non ci dicano tutto.
Per esempio: la mascherina serve? E lavarsi le mani frequentemente con l'amuchina? E usare le chewing gum disiffentanti anti-alito, è vero che fa barriera?
L'Italia è in prima fila nella battaglia contro il virus. Il governo ha già deciso una vaccinazione in due turni, elencando scrupolosamente chi dovrà andare nel primo turno: malati, a rischio, donne in cinta e postini Mentre nel secondo, con attesa più lunga, sanissimi, tuffatori e pompieri. E tutto questo quando ancora il vaccino non c'è e non si sa quando ci sarà. Un po' come ingaggiare una guerra preventiva, ma senza fucili. Uno sport di antica tradizione, in Italia.
Un illustre clinico italiano ha annunciato che il virus attuale è il gemello della spagnola e quindi chi ha avuto la terribile polmonite prima del 1918 può stare tranquillo, è immune. Potrà festeggiare i centoventi anni in un ospizio oltremanica, oppure se coniugato, celebrare le nozze di Uranio (scattano dopo 80 anni di matrimonio) mangiando carne di porco, senza lavarsi le mani. Un barista, alla stazione, mi ha confessato di averla già avuta, complici i tanti turisti inglesi. Lui, dice, ha sempre performances altissime, invece per dieci giorni tutto un indolere. "Ma- mi insinua- questa febbre l'ha costruita Osama, per mettere in ginocchio Obama. Se è così i maialotti messicani sono stati dei kamikaze.
Io non mi preoccupo. Al bar mi siedo sempre fuori, lontano dal contatto degli altri. E li scruto per capire chi è il contagiato. Certo gli sguardi intensi sono a rischio. Ho già conquistato due britanniche del '21 e un 'americana del '19. Peccato però per quest'ultima. Se era solo un poco più matura poteva essere immune e la nostra storia poteva volare libera. E' proprio vero che la felicità non è di questo mondo.
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Segnali di fumo
di Davide Ferrari
Anche Grillo.
Grillo a Bologna ha molti proseliti. Lo ha sancito il voto per il Comune. Il buon successo della sua lista locale ha frenato anche Di Pietro, che qui vivacchia, non trionfa.
E non finisce qui. Il tentativo di Grillo di candidarsi alle Primarie del PD, dopo Bersani, Franceschini e Marino, qui ha avuto un'eco ancora maggiore.
Già le nuove Primarie. Ancora primarie. Da quando non si riesce a vincere le secondarie, cioè quelle vere, è tutto un affaccendarsi di sfide per la leadership, tutto un appellarsi all’elettorato. Tutta una Primaria, insomma. Certo se Grillo voleva partecipare, provocando-suvvia questa è la parola giusta, anche se tanto vecchia- vuol dire che fanno gola le centinaia di migliaia di persone che, in ogni modo, saranno coinvolte. E cio’ fa onore al PD, il partito che le coinvolge, per quanto acciaccato.
Ma nessuno sembra riflettere oltre il proprio interesse. I leader, forse, e certamente gli outsider acquistano visibilità, ma l’immagine e la sostanza del partito si faranno più solidi, attraenti, credibili? Quando si presentò Prodi, ed anche alla fondazione del PD, con Veltroni, le Primarie non risolvettero i problemi ma furono comunque una cosa buona e utile. Diedero forza, sollecitarono altro impegno, non solo un voto. Oggi non so dire se saranno un bene.
In una situazione difficile nella vita quotidiana delle persone, crisi nelle tasche e lontananza nei cuori, sembra rischioso ripetere troppe volte la chiamata alle urne del popolo di centrosinistra senza aver fatto passi in avanti sulla linea politica.
Lo scontro per la Segreteria, impostato così, senza un dibattito chiarificatore, sarà di aiuto, un indice di maturità, oppure segnerà un altro ravvoltolarsi all’interno, una sorta di gigantesca prova di incomunicabilità con l’Italia proprio mentre si comunica ai tanti che sono già propri ?
Mentre restiamo nel dubbio (e chi lo risolve?) “Anch’io voglio candidarmi” mi dichiara un amico del bar. Camicia a fiori e saldali ai piedi, fin dall’inizio di Maggio, età attempata ma parola forte; quasi gridata. “Ma io voglio essere eletto portinaio della sede nazionale. Secondo me , in guardiola, lì, non c’è più nessuno. La porta è sempre aperta e nessuno ti chiede niente. E’ così. Se no come è sgattaiolata dentro la Binetti? E Pannella che l’hanno riacciuffato che era già al terzo piano?” Figurarsi del Grillo, che mi dirà. “Lui di là, noi di qua. Altro che portineria, il muro di Gaza ci vorrebbe”.
Articoli pubblicati nel mese di Luglio 2009 da "Ilbologna", quotidiano Epolis.
Estate divisa
Poi sono arrivati gli anni dell'eguaglianza a portata di mano. Almeno apparentemente. I consumi crescevano nonostante le crisi petrolifere, le contestazioni generali portavano libertà, non credete a chi oggi dice il contrario. I poveri erano di meno e comunque sembrava tutto più in parità, almeno ad un giovane come me.
Si sa, dopo poco :"Alta si levò la sconfitta", come scrisse Ingrao in una poesia In altre parole, anno dopo anno, le distanze, almeno dalla fine degli anni '80, sono riprese a crescere, le differenze sociali sono tornate ad essere il metro di misura. Le libertà si sono tramutate in licenze, talvolta anche in violenza. E in questi oggi, i passaggi continui dei vu cumprà stagionali, inseguiti dai poliziotti, i disoccupati allo struscio e i bollettini di guerra della cassa integrazione e delle mobilità, anche a Bologna, rendono il tempo precario, anche nel riposo.
Sappiamo che la nostra Estate, proprio la nostra, non sarà condivisa. Ci sarà insidiata, se siamo in difficoltà, o invidiata, se siamo fra i meglio messi.
Non è solo un ritorno all'antico. Sembra un tempo nuovo, di poche attese, di tante cose che vorremmo dire ma temiamo siano inattuali. Dentro le riteniamo. E pesano.
"Il Bologna",31 Luglio 2009
giovedì 9 luglio 2009
FORMARE PER RIFORMARE
Federalismo e creazione di una nuova classe dirigente
Il ruolo della formazione nella Pubblica Amministrazione
Interverranno
Giovanni Sedioli, Assessore Regione Emilia-Romagna
Paolo Rebaudengo, già Assessore Provincia di Bologna
Sono stati invitati:
Walter Anello, Dirigente Ricerca della SSPAL Naz.
Augusto Barbera, Università di Bologna
Luca Mezzetti, Università di Bologna
Ida Nicotra, Università di Catania
Franco Frabboni, Università di Bologna
Presiede Davide Ferrari
in occasione della pubblicazione del volume omonimo
di Ida Nicotra e Paolo Zocchi
Donzelli Editore
Collana Autonomie
a cura di SSPAL
*Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione Locale
Sede interregionale di Bologna,
Palazzo della Formazione,
via Bigari 3, T. 051 353731
mercoledì 24 giugno 2009
Berlinguer25.
promuovono
Mercoledì 24 Giugno, alle ore 21
Berlinguer25anni
La politica e la cultura, ieri ed oggi
Riascoltando Enrico Berlinguer
Dialogo con
Giorgio Celli
Giancarla Codrignani
Maurizio Degli Esposti
Davide Ferrari
con un intervento di saluto di Vincenzo Naldi
Presidente del Quartiere Reno
Presiede Massimo Meliconi
Festa dell'Unità nel Parco di via De Carolis
lunedì 1 giugno 2009
Io c'ero
E' la prima notte, sui treni, dopo il rifacimento del sistema informatico di Bologna. E' mezzanotte, fra una domenica e un lunedì, qualche giorno fa.
I dannati sono quelli dei convogli a lunga, o lunghissima percorrenza. Già a Gioia Tauro i siciliani avevano mezz’ora di ritardo, a Bologna arrivano con un' 'oretta. E' il solito. Ma questa volta, nella vecchia stazione della nostra città, illuminati dai display giallaranci nuovissimi, sulle banchine di sempre, color lava sporca, la fermata è biblica. Cento minuti, poi centocinquanta, poi centottanta. C'è anche lo spiritoso che fotografa con la digitale ogni record di ritardo. Dovrà aggiornarsi più volte. Quelli come me non hanno poi un grande disagio. Un viaggetto random verso Ferrara permette di scegliere fra tutte le tradotte abbandonate da ore quella che promette di partire prima. Saltano le differenze sociali fra regionali ed Eurostar. Con un biglietto locale, per una volta, ci si sposta, invece che sui sudici per pendolari, nell'aria condizionata, un po' rantolante, degli Euronotte.
Si allentano anche i razzismi. Le famiglie africane tentano di mimare lo sconcerto platealizzato degli italiani. I piccolissimi dormono, i bimbi più grandi sperano che il ritardo cresca tanto da garantire l’assenza da scuola l’indomani. Sperano, e fanno un po’ di casino. I ferrovieri girano gentili e professionali, con un’aria seria e pensosa. Non faranno come il Tognazzi di “Amici miei” ?. Se qualcuno chiede di una partenza rispondono frettolosi in un gramlo’ che cerca di sembrare preoccupato e partecipe.
Vale la pena? Ci hanno informato per settimane che l’impianto delle nuove tecnologie sarà un fatto storico, e , mentre la notte cammina, fermi e ancora fermi, passiamo alla storia. Potremo dire: “io c’ero”. Tutto bene, in fondo. Però: perchè il numero verde , il pomeriggio, ha detto a tutti che il peggio era passato, che tutto sarebbe tornato normale in un battere d’occhio? Già, perchè? Perchè non contiamo niente. Un tempo essere massa faceva sentire forti. Forse pareva così perchè eravamo giovani. Oggi intruppati in un quotidiano che proprio non va, fa pensare che a noi, massa un po’ alla deriva, potrebbero portarci dappertutto, a fare qualunque cosa. Anche una guerra, chissà.
"Segnali di fumo"
Quotidiano "IlBologna", Epolis
venerdì 29 maggio 2009
UNA SCUOLA PUBBLICA CAPACE DI FUTURO
Bologna, via Due Madonne,
Quartiere Savena
Venerdi' 29 maggio 2009 ore 20.45
PER UNA SCUOLA PUBBLICA CAPACE DI FUTURO
Introduce
Marilena Pillati, Universita' di Bologna,
candidata in Consiglio Comunale
Intervengono
Giovanni Sedioli
Assessore Regione Emilia-R. Scuola Formazione
On. Manuela Ghizzoni
Capogruppo PD nella Comm. Istruzione Camera
Davide Ferrari
presidente Forum delle Scuole
martedì 19 maggio 2009
Scuole. Cosa può fare Bologna.
Circo Arci Benassi
Viale Cavina 4
"Una città per crescere. Cosa fa, cosa può fare Bologna per le scuole"
Incontro con Marilena Pillati, candidata per il Consiglio comunale.
Intervengono Davide Ferrari ed Antonio Lo Vallo
www.marilenapillati.blogspot.com
Crevalcore e altro. Vittime senza giustizia
"Segnali di fumo"
rubrica di D.F. su "Ilbologna", quotidiano Epolis
Parliamo di Lei
Come la mitica Silvia, la sconfitta del ’99. Curioso.
Il settimanale “Chi”, credendo probabilmente di denigrarla ha pubblicato vecchie foto dei primi anni ’80. In realtà il contenuto pornografico di quegli scatti è oggi, nel 2009, pari a quello che si può trovare in una striscia di fumetti per la primissima infanzia.
A me è venuta invece un po’ di commozione, nel guardarle.
Sento gli anni, molto, in una stagione di incertezze che non terminano, di paure e di pioggia. Vedere gli abiti della ragazza Miriam, ricordarli addosso ad altre che ho amato o anche solo ammirato è stato tutt’uno.
Ha infatti poco più dei miei anni, è del ’56, la Signora di oggi. Gli anni della sua giovinezza sono stati gli stessi della mia. Io leggevo e facevo “militanza”. Consumavo i libri della Nanni e correvo da un corteo ad un altro. Lei, pare, ha provato a studiare recitazione, all’Antoniano, come tanti giovani bolognesi aspiranti attori. Non so se fosse portata, o addirittura brava. Qualche anno dopo Lina Wertmuller che l’ha diretta affermò di sì. Come giurarci, però? Torniamo alla giovinezza. Io vicino all’Antoniano abitavo ed era la mia parrocchia. Sapevo dell’Acccademia e molte volte ho incontrato i ragazzi che ne uscivano. Forse c’erà anche Lei. Avrà indossato maglioni multicolori e striscie di lana come la Melato in “Mimì metallurgico”, e come Paola, la ragazza con cui uscivo io.
Era libera come lei? Sentiva la sconfitta arrivare per quella libertà? Forse il suo matrimonio, la ricchezza infinita, i soldi fissati nella roba, nel lusso ridondante di un reggia senza storia, hanno posticipato, quasi di una intera vita, quella sconfitta. Molte donne e con loro tutta la mia generazione l’ha incontrata molto prima. Forse però la sua ribellione non è solo orgoglio. E’ che, chi in quegli anni è vissuto, non riesce a scordare: sì, eravamo liberi. La libertà abbiamo conosciuta. E ancora ci accorgiamo quando scivola via.
Da "Segnali di fumo"
rubrica di D.F. su "Ilbologna", quotidiano Epolis
lunedì 18 maggio 2009
Davide in Comune. Il Ministero e gli organici delle scuole.
INTERVENTO DI INIZIO SEDUTA NEL CONSIGLIO COMUNALE DI BOLOGNA
Consigliere FERRARI.
Gentile Presidente, cari colleghi, abbiamo ricevuto - credo molti di noi e voglio ringraziare chi si prende l’incarico, l’impegno di svolgere questa funzione anche informativa - una serie di lettere che stanno giungendo in questi giorni all’autorità scolastica provinciale, regionale, in merito alla situazione davvero grave che gli istituti a Bologna come altrove, ma molto è penalizzata la nostra città, vivono dopo che è stata resa noto – peraltro con ritardo - il quadro dell’organico di diritto per il prossimo anno scolastico. Purtroppo molti di noi, chi ha seguito le vicende della scuola anche sono in questi mesi lo sa, possiamo ricordare con amarezza i tanti interventi, tanti, tanti interventi che ironizzavano sul catastrofismo del movimento dei genitori, per esempio, che si affannavano a dire che le cose importanti erano il grembiule o le matite, quando invece siamo di fronte – già lo eravamo dalla finanziaria Tremonti - alla più gigantesca operazione di taglio degli organici del principale servizio sociale ed educativo del nostro Paese. Oggi abbiamo, dopo la beffa della richiesta di scegliere pur sapendo che i numeri per concedere le classi di tempo pieno non ci sarebbero mai stati, non solo tempo pieno non concesso in almeno dieci istituti della nostra città ma abbiamo ancora di più, abbiamo il tempo normale che non si riesce a svolgere senza rastrellare docenze specifiche o compresenze in modo da cercare di salvare il salvabile. La mia solidarietà va agli insegnanti che si impegneranno, va ai direttori didattici, ai dirigenti scolastici ma certo la sfida è grossa, se ne sono accorti gli amministratori dei nostri Comuni che hanno un calendario fitto d’iniziative per la loro vertenza a scuola, forse ancora però il mondo politico e istituzionale non ha fatto sentire in maniera pervasiva la sua voce. Anche in questa campagna elettorale vedo troppe assenze soprattutto dalla parte con cui io mi confronto, non con la mia parte certamente, bisogna però tutti fare di più. Quando io vedo colleghi, permetterà il Consigliere Carella che ho di fronte, cito lui, così attenti e giustamente attenti - l’abbiamo sentito anche negli interventi di poco fa - a ogni piega della condizione di sicurezza e di vita urbana anche qualora riguardasse piccoli gruppi cittadini, ed è bene esserlo, sappiate che come queste lettere dimostrano ci sono interi comitati di genitori, interi collegi dei docenti che hanno messo nero su bianco l’impossibilità a svolgere in condizioni normali la vita scolastica. Se si rappresenta una comunità, al dì là della parte politica, bisogna interessarsene, bisogna far sentire una voce, bisogna accompagnare a Roma e davanti alle sedi proposte le delegazioni che in questi mesi abbiamo visto tante volte così numerose e che ancora si produrranno nel prossimo futuro. Bisogna esserci a prescindere, ognuno con la sua identità, dall’appartenenza politica perché la scuola è troppo seria per affrontarne i problemi o non affrontarne a seconda della convenienza. Grazie signor Presidente.
martedì 28 aprile 2009
"Un padre in prestito"

Presentazione del romanzo:
"Un padre in prestito"
di Fosca Andraghetti
Nel pomeriggio di martedì 28 aprile 2009, presso la bellissima Sala Conferenze del Baraccano nel Quartiere Santo Stefano di Bologna, è stato presentato il romanzo Un padre in prestito (Edizioni del Leone, 2009) della scrittrice Fosca Andraghetti. Ne hanno parlato con l’autrice Davide Ferrari, Giuseppina Rossitto e Giulia Motola di fronte ad un pubblico particolarmente numeroso e attento.
La presentazione di questo volume rientra in un progetto più ampio che mira a fare conoscere scrittori, poeti, fotografi e musicisti, ha ricordato Giuseppina Rossitto, Presidente della Associazione “Lo Specchio di Alice – Associazione Culturale Affiliata alla Università Primo Levi” e curatrice del progetto, che ha poi ha proseguito introducendo l’autrice, Fosca Andraghetti che inizia con una breve carrellata sul suo percorso letterario. Accanita lettrice, e anche scrittrice, fin da bambina; proverbiali sono rimaste le sue incursioni tra i pochi libri di suo padre letti e riletti fino a consumarli, ai quali si aggiungevano quelli della magra biblioteca scolastica e altri dei maestri. Con ironia, racconta le “sue avventure letterarie”, una scuola che non era quella suggerita dai suoi insegnanti, l’amore per i classici russi, i romanzieri inglesi, gli scrittori americani senza trascurare i grandi autori italiani. Infine, negli anni sessanta, la scoperta di Brunella Gasperini divenuta poi la sua autrice preferita. Poi i racconti pubblicati negli anni 70/80 su una rivista edita dalla Rizzoli, i corsi di scrittura, altri concorsi con esiti anche importanti, le prime pubblicazioni di poesie e di narrativa fino al fortunato incontro con le Edizioni del Leone: “un primo romanzo“ Quello che ancora non sai, pubblicato due anni fa, e Un padre in prestito, il libro di cui si parlerà oggi. E’ una storia che mi ha coinvolto molto, perché entro nei miei personaggi, li amo quasi come fossero creature vere, anzi, a volte li uso per ribellarmi o per riscattarmi da tante piccole contrarietà quotidiane dalle quali non mi so difendere...”.
Fosca Andraghetti parla dei personaggi del romanzo, dei loro caratteri, dei rapporti interpersonali, della famiglia e dei suoi silenzi più o meno motivati. E ancora dei bambini che qui compaiono, del loro affacciarsi alla vita, degli approcci con gli adulti. Sguardi perplessi, curiosi, incerti e reazioni emotive forti con diverse capacità di reagire alle situazioni che, in qualche misura, seminano disorientamento nelle loro vite. Una storia che si snoda attraverso una narrazione veloce e asciutta, ricca di episodi a volte divertenti e pieni di ironia. Conclude poi citando un paragrafo tratto dalla introduzione del volume: “Poi arrivano la frantumazione e molteplici nuove realtà, quelle che possono riguardare il quotidiano di ognuno di noi, ma l’autrice, soffiandoci dentro il suo stile di forte tensione narrativa e animandola con la sua capacità di analisi psicologica del profondo, la trasforma in una serrata vicenda ricca di suggestioni e di atmosfere, dove i personaggi si muovono da una città all’altra con la loro fatica di vivere, con le loro storie difficili che si intrecciano, si spezzano e si riannodano.”
Dopo la lettura delle prime pagine del libro, prende la parola Davide Ferrari portando il discorso sulla scrittura femminile. “…spesso i temi di vita sono trattati come un valore in sé, con grande attenzione cogliendo ogni aspetto e, quindi, anche come un qualcosa che permette di fondare un racconto senza che necessariamente ci sia un rimando ad altre verità più generali, oppure vi siano metafore che illustrino sul piccolo, sul particolare, sul quotidiano della concezione del mondo della vita.” Ferrari ritiene che “il quotidiano sia già sufficientemente ampio per essere fonte di una narrazione estesa come quella di questo romanzo, ma esiste una caratteristica specifica che non consente di creare un genere sulla base della sessualità dell’autore/autrice, però, non casualmente, può rimandare a tante altre scritture consimili.” Una rivelazione importante questo perché la sequela della narrazione porta il lettore uomo a riflettere anche sulla vita propria, sulle proprie relazioni familiari che deve integrare in una vita che si svolge altrove. Ferrari continua entrando nel merito del libro, della storia che lo ha appassionato, dal padre che è il centro del titolo, dei pensieri e anche delle liti per queste protagoniste femminili. Un accostamento a Umberto Saba che, abbandonato dal padre, era vissuto con la madre e con la nutrice; causa o concausa, questo, della sua nevrosi e di una sensibilità fragilissima ma anche disincantata; due elementi che ha ritrovati nel racconto che Saba fa, in parte in poesia e in parte come una nota di diario, dell’incontro con il padre già in età adulta. Quello che si ripresenta è un padre sbandato, che ha mandato una carriera a rotoli, ma forse si umilia e contemporaneamente condanna ogni possibile riconquista di ruoli chiedendo soldi, un aiuto concreto. Senza dare giudizi, si può vedere il quadro così come lo si vede nel racconto di Fosca Andraghetti. Bellissima è la reazione che ha nella sua scrittura: una condanna a una separazione, a una scelta del tutto irriducibile che non si può recuperare in alcun modo.
“Io penso che la lettura di un libro come questo, Un padre in prestito consente proprio di poter riandare a noi e agli altri di cui qualcosa magari sappiamo, perché è proprio come una pista fatta di tante situazioni familiari di questo quotidiano che, da solo, ci permette di ripensare tutto il senso di un nostro esistere senza per forza dover trarre da una lezione pregressa. Mia mamma era una grande lettrice di riviste femminili, quelle però degli anni 60; contenevano un inserto letterario con qualche nome famigliare come Natalia Ginzburg, Brunella Gasperini e altre. Allora trovavo difficilissimo seguire queste trame con questi nomi. Poi ho pensato, negli anni, al fatto che, da questo tipo di letteratura se valida, si prendono delle cose utili alla bisogna per capire una situazione, per ricordarsi una parola, ed altro. Ecco allora che questo universo di letteratura popolare, ma d’alto contenuto, è un grande aiuto dato alla situazione culturale di una paese, di una generazione. La letteratura femminile è questo: non sempre o quasi sempre c’è un grande valore. Noi dobbiamo molto alla letteratura, al valore del racconto femminile, vera storia di familiarità.”
Davide Ferrari conclude così il suo intervento e la parola passa a Giulia Motola che esordisce con un commento sui temi trattati nel libro: temi importanti come la famiglia, le relazioni che ci sono all’interno della stessa, di queste cose che vengono taciute e, proprio per questo, possono poi creare delle fratture che si protraggono nel tempo e difficili da rimarginare. “Riguardo a questi argomenti – dice Giulia Motola – emerge, all’interno del libro, una dimensione familiare vissuta molto anche dagli uomini e mai in una forma secondaria. Infatti, uno dei due fondamenti di questa famiglia, Giorgio, il padre prestato, è una bella figura per la funzione di protettore e di garanzia, fulcro nell’ambito della famiglia… sua moglie Rita è colei che dà rassicurazione ed ha un ruolo di accoglienza."
Prosegue parlando dei personaggi e di come si muovono all’interno del libro. “Una struttura su diversi piani perché, all’interno di questo testo, abbiamo la relazione dal quale parte e i flash back attraverso i quali si ricostruisce la relazione di personaggi principali. Il tutto con un grosso lavoro di equilibri e un gioco di temi non facile per l’autrice.” Sulla caratterizzazione dei personaggi rileva che il loro aspetto fisico non è immediatamente rappresentato completamente, ma si diluisce nel tempo creando così delle aspettative per il lettore che può, in questo modo, fare le sue considerazioni. Altra cosa interessante sono le anticipazioni, piccoli accenni a un qualche cosa che potrebbe accadere creando anche qui una attesa, una curiosità nel lettore spingendolo a proseguire nella lettura. Quindi flash back, anticipazioni, caratterizzazione dei personaggi diluita nello spazio e nel tempo di narrazione. Parla poi della protagonista del libro, Mirka, la bambina che non conosce il suo vero padre e che si muove all’interno del suo nucleo famigliare. Ci sono altri personaggi nel libro, ad esempio nonni di Rita, personaggi che sono dei cammei, con le loro presenze saltuarie. C’è questo nonno che, pur nella sua bruschezza nel definire Delinquente il maturo professore che abbandona Rita, non lascia sola sua figlia e ne accetta la maternità illegittima, fa in modo che sua figlia abbia una famiglia e che non si senta mai sola. “Anche questa volta, c’è un uomo che ha una funzione protettiva, una funzione che ricorda gli alberi. Ricorda l’olmo, l’albero che Giorgio ha poi piantato per Mirka verso la quale ha una specie di predilezione rispetto a Margherita, la figlia carnale. Gesto simbolico quello di piantare un albero. Un olmo. Mirka sa di non avere un padre, e le viene sempre rinfacciato quello in prestito. In una pagina viene definita molto bene questa situazione che inizia: Di sicuro il fatto di non avere un padre l’aveva molto condizionata…”
Sarà Rita, la madre, a spiegarle di questo padre naturale che non è lì, e la rassicura anche dicendole “Tu hai tutti noi”. In realtà questo aspetto dell’esserci della famiglia la porta, forse, ad una sorta di riconciliazione con la figura del padre biologico cioè quello dell’immaginario. Se un padre non c’è, è una ferita che non si richiude, ma Mirka è stata fortunata perché ha avuto sempre questo “padre in prestito”, Giorgio, pur con la sofferenza latente per questo padre naturale che non l’ha mai accettata. Una ulteriore considerazione sul riflettere delle cose, sulle molte situazioni di famiglie non strutturate nella forma tradizionale, le cosiddette famiglie allargate: c’è la speranza che anche in una famiglia allargata ci sia, o si possa creare, una situazione serena con delle relazioni sane.
Giulia Motola chiede all’autrice, che ha dato voce ad una varietà di personaggi, che cosa significa per lei dare voce ai bambini.
“Forse ricordare la mia voce di bambina. – risponde Andraghetti - In Mirka ci sono io bambina, ci sono le mie paure e le mie fragilità, ma anche la mia capacità di farmi compagnia da sola. In Margherita ci sono le mie birichinate, in Alberto c’è la mia voglia di giocare, di rifugiarmi nel gioco e quella di piacere agli adulti per essere accettata. Le voci dei bambini che compaiono in Un padre in prestito, sono quelle dei bambini che ho incontrato e che incontro ancora: le mie nipoti, i figli delle mie amiche… Potrei forse scrivere un libro sui bambini, sui giochi e le favole che inventavo. Magari sarà il prossimo che scriverò!”
Con questa battuta Fosca conclude e prende la parola Giuseppina Rossitto. Poiché ogni lettore è un lettura del libro, oltre alle considerazioni dei relatori che l’hanno preceduta, Rossitto ha rilevato altri aspetti. Innanzi tutto la partenza che è il passaggio dalla scrittura creativa alla scrittura d’autore che, in questo contesto, è ben visibile nella tematica trattata: la famiglia, cioè il racconto di sé che va verso il racconto più largo, anche nel sociale. “Il libro di Fosca non si esaurisce nella famiglia – prosegue Rossitto -, in questo tema principale e centrale del padre in prestito. C’è tutto un contorno, il trasferimento del racconto di sé nel sociale.” Una famiglia nuova, allargata, dove c’è un passaggio generazionale, c’è una gravidanza, quella di Rita, fuori dal matrimonio, che porterà la famiglia a fare delle scelte importantissime. Poi, in un certo senso, la storia si ripete con la separazione di Margherita. C’è di nuovo un bambino che rimarrà solo. Meno sacrifici, tutti intorno a questo bambino. Giorgio e Rita, Mirka stessa costituiscono un punto di riferimento per lui che si ritrova in una famiglia di persone separate. Questi sono i problemi: la famiglia allargata con il divorzio, la separazione, la ricongiunzione… “La contemporaneità così presente in questo libro, la vita di ogni giorno diventa una caratteristica. E’ una capacità ben riuscita il saper trasferire nella narrazione di un contesto sociale molto stretto, quello bolognese, cioè andare nella narrazione e ritrovare le tue strade, la tua collina, i tuoi ristoranti, il tuo fiume, cioè l’ambiente di tutti giorni, un’altra realtà contemporanea. E’ un grosso valore.”
Poi attorno a questa famiglia compare il dramma che si alimenta e si consuma nel tempo, c’è questo strappo fortissimo che coinvolge un po’ tutti.
“Come diceva prima Davide, il rapporto con il padre per una donna è molto importante, ma credo lo sia per chiunque indipendentemente dal sesso perché è il rapporto con le radici, lo è anche con la madre, e quando le radici si perdono, diventa un trauma difficilmente recuperabile.” Un trauma che non è solo in Mirka, ma anche della sorella Margherita con quel continuo rinfacciare alla sorella ti ho prestato mio padre, quel padre che non è tutto suo, ma lo ha dovuto dividere con qualcuno a cui non apparteneva. In questo senso è stato un trauma anche per lei. In un episodio appare chiaramente il dolore di questa donna, apparentemente superficiale, più disinvolta come carattere, ma anche lei con delle mancanze fortissime. Due personaggi con tutte le problematiche presenti nella società di oggi.
“In questo trauma c’è una espressione molto poetica ed è quando Mirka, alla fine del suo percorso, si rifugia sotto l’olmo che Giorgio ha piantato per lei e fa attorno a sé un cerchio di foglie, una fragilità incredibile perché basta un soffio di vento a spostare le foglie, ma racchiude il suo universo. Poi chiama Giorgio. Ecco, è questa è l’immagine poetica che non è l’unica. Ricordiamoci che Fosca è anche poetessa; non è né determinante né prevalente questo aspetto del libro, ma alcuni tratti hanno proprio del poetico.
L’altro tema di grande attualità che Fosca affronta è il lavoro, il rapporto con il lavoro che, qui, ha delle caratteristiche particolari: i nostri personaggi, prevalentemente femminili come Mirka e Margherita, arrivano al lavoro con il percorso della raccomandazione. Come del resto succede anche al marito di Margherita che lavora nella azienda di Giorgio, cioè del suocero. Un ambiente con una protezione eccessiva. Il percorso privilegiato di Mirka però si interrompe con il mobbing, altro tentativo di Fosca di trattare una problematica attuale nel mondo del lavoro. Mirka dovrebbe fare delle scelte adeguate al suo carattere forte, ma ancora una volta trova la protezione del nuovo Presidente che si trasforma in un storia affettiva. Non sono personaggi scontati.”
G. Rossitto rileva inoltre il rapporto dell’autrice con i bambini, del suo ruolo con gli stessi. “Fosca – dice - si è immedesimata in questi bambini, poi ha detto tante cose di sé e dei vari personaggi, il ruolo della nonna, della amica. Ma non ha parlato del ruolo di una madre che non è una dimenticanza, ma una cosa voluta perché significa che si riconosce di più negli altri ruoli che non in quello della madre. Ecco in questo personaggio l’autore non è riuscito, (o non ha ritenuto) di calarsi sino in fondo.” [In effetti è una scelta dell’autrice: Mirka sa che sua madre è presente, come lo sa Margherita. Quindi non è lei che si contendono, ma il padre biologico solo per una di loro n.d.a].
Riguardo alla costruzione del libro, secondo Rossitto le prime centro pagine si somigliano molto e si somigliano molto le seconde cento pagine. Ricorda che l’autrice ha parlato di un vecchio romanzo, scritto dieci anni prima, che ha rielaborato aggiungendo diverse parti nuove. “… si nota molto lo stacco di una narrazione che passa dal 98 ad oggi. Nella seconda parte del libro si muove molto di più, c’è una narrazione più veloce, ci si muove di più nell’ambientazione, ci si muove molto di più anche con i personaggi anche non di rilievo, ma che fanno del racconto un percorso dinamico e denota una maturità dello scrivere.”
[L’autrice ha preso spunto da un suo vecchio romanzo inedito, riscritto completamento e con l’aggiunta di nuovi personaggi come, appunto Margherita e Giorgio, che compaiono già nelle prime pagine. L’autrice ha costruito un percorso logico: da una tranquilla quotidianità, quindi un tempo di narrazione lento, si passa ad un insieme di avvenimenti che scorrono sempre più velocemente quindi anche il tempo di narrazione diventa più incalzante. [n.d.a]
“Il tipo di narrazione mi ha dato l’impressione di una narrazione da sceneggiatura di soap opera, non lo dico in senso negativo, ma mi riferivo anche al cinema, parlavo della realtà trasferita nelle immagini cinematografiche o televisive. C’è l’uso dei particolari, dalla ambientazione molto ferma, perché molte ambientazioni sono al chiuso, dentro la famiglia rappresentata con immagini. Fosca ha parlato dei suo percorso iniziale: il racconto popolare, il racconto sui settimanali, lei stessa ha scritto sui settimanali in epoche precedenti, quindi c’è questo aspetto del racconto popolare con tutte le caratteristiche.”
A conclusione del suo intervento, Rossitto fa un suo commento sulla lunghezza del romanzo che, a suo parere, non deve superare le 150/170 pagine. “Ci deve essere una narrazione più veloce perché ci sono più libri in circolazione che vanno letti. Il narratore non riesce a dire tutto, noi ce ne accorgiamo perché quando lo leggiamo, automaticamente nascono impressioni e punti di vista quindi si creano tanti altri libri quanti sono i lettori, partendo dai diversi spunti.”
Il saluto a Palazzo d'Accursio

Davide Ferrari lascia Palazzo d'Accursio, dopo dieci anni.
A salutarlo,il 27 Aprile, con Salvatore Caronna e Andrea De Maria, una folla di cittadini e di amici, delle istituzioni e del mondo della cultura. Dell'altro schieramento: Enzo Raisi e Daniele Carella.
lunedì 20 aprile 2009
Davide Ferrari, su scuola e politica per la città.
Si può vedere a:
http://www.ustream.tv/recorded/1411121
martedì 7 aprile 2009
C'è la crisi? Prendo un taxi.
I taxisti non sono simpatici a tutti.
Qualcuno guida parlando al telefonino con la fidanzata. Altri d'estate ciabattano in sandali.
Però è gente che lavora. E poi sono simpatici. C'è quello che vuole per forza una strada intitolata ala categoria, perchè " c'è via del fonditore" e allora...E quello che vuole mettere i "piedoni" gialli, le impronte incollate sul selciato, per segnare il posto del primo cliente in ogni fila. E come fu ridicola la campagna che li additava come una pericolosa corporazione succhiasangue. Non mi piacciono i populisti che li hanno difesi. Ma certi liberisti, più o meno, che li trattavano come fossero un pericolo pubblico han fatto danni.
Comunque: c'è la crisi? Prendo un taxi. Finchè si può.
E' ancora notte. La pioggia in strada, a Bologna, è un'altra cosa, se si è in taxi. Oh il luccichio. Nel tepore. Accompagnati. Ricordate il Dino Sarti: " Io non fumo , non ci ho vezzi, mi piglio un taxi, mi cavo un caprezzi".
Segnali di fumo.
Rubrica di D.F. su "Ilbologna" quotidiano Epolis.
venerdì 3 aprile 2009
“Amo la scuola”. 2 Aprile 2009. La relazione.
Forum delle scuole
Convegno programmatico
“Amo la scuola”Bologna, sala della Cappella Farnese, palazzo d’Accursio, 2 Aprile 2009
Relazione introduttiva di Davide Ferrari
Abbiamo assemblato vari contributi che ci sono giunti in questi giorni e che troverete nella carpetta dei materiali. Contributi diversi che sono stati però molto utili per comporre un temario, una traccia di orientamento.
Un brogliaccio di temi che io penso possa essere utile sia ai candidati che sono presenti in sala, e saluto, alla Presidenza, Beatrice Draghetti , ma anche tale da poter aiutare anche le istituzioni, nel prossimo futuro.
L’impegno sarà lungo. Avremo un mandato comunque difficile, che dovrà affrontare il tema più grave del fare più cose con meno risorse. E questa volta, quando si dice “meno risorse” si parla davvero di molte, molte risorse umane e finanziarie disponibili, in meno.
Ecco, questo è lo scopo di questa iniziativa; iniziativa che si svolge in campagna elettorale ma che non ha un taglio elettorale, ha le caratteristiche e l’ambizione di misurarsi su un tempo più lungo. Diceva bene Luciano Russo, non siamo in un tempo normale. Siamo, appunto, in un tempo che viene “tagliato” dagli avvenimenti per usare una linguaggio divenuto familiare in ambito scolastico.
Ecco allora che abbiamo provato a fare questa sfida: vedremo se, questa sera, alla fine di questa lunga camminata avremo potuto lasciare, soprattutto a voi, indicazioni, temi, contenuti.
I valori, il fine della scuola.
Volevo partire da un aneddoto personale: mi è capitato di leggere, qualche giorno fa, in un testo di un centro di ricerca abbastanza importante, non proprio il primissimo, ma certamente fra i più importanti, un centro italiano, un elenco di quelli che, a loro dire, dovrebbero essere i valori posti come fine della scuola.
Ne sono rimasto colpito. I valori elencati erano, nell’ordine: autorità, gerarchia, e disciplina.
Certo, il momento è quello che è, e consideriamo importanti anche noi il rispetto, l’autorevolezza dei docenti. Però fa riflettere questo elenco, fa pensare che sono quegli stessi “valori” che il governo e le sue televisioni ci propongono con grande insistenza, insieme, con malcelata ipocrisia, ai mille e mille nani e ballerine che occupano gli schermi televisivi.
Chiediamoci: sono forse davvero questi i valori che ci deve assicurare la scuola? Io non lo credo, noi non lo crediamo. Ci sembra invece che i valori debbano essere ben diversi, che il fine dell’educazione debba essere quello di favorire una crescita individuale libera e piena, differenziata e ricca; che, in sostanza con una frase “l’apertura di porte e finestre nella vita dei bambini” dovrebbe essere il portato principale della scuola. E questa, se vogliamo, è la base di quella “naturale devozione della scuola alla democrazia”, di cui scriveva John Dewey e di cui recentemente la nostra Mauria Bergonzini ha scritto in un bel contributo.
Ecco il punto: oggi non si parla solo di tagli, ma anche – io penso – di una sfida sui valori. Siamo chiamati ad una battaglia culturale sui fini di fondo circa il ruolo della scuola. Dietro alla difesa che vogliamo fare, positiva e assolutamente necessaria, della scuola di tutti non c’è tanto la difesa di un servizio e di spazi di solidarietà. C’è di più: c’è il bisogno di riportare la scuola alla sua funzione, non a quelle funzioni plastificate e fasulle alle quali, certamente, le gravissime scelte del governo, ma anche, purtroppo, un certo dibattito culturale insistente quanto negativo e inaccettabile, vorrebbero condannarla.
“Amo la scuola” - ha voluto dire proprio questo il nostro titolo di questa sera – e cioè concepire la missione educativa come la più importante per la qualità della crescita sociale, certamente, ma prima ancora – e su questo punto insistiamo –per assicurare ad ogni individuo, ad ogni persona maggiore consapevolezza, dignità, libertà.
E’ acclarato, a nostro avviso, come questo governo sia nemico della scuola – ma pensiamo che ci si debba chiedere se non stia, in questo essere nemico della scuola, per i richiami fin qui fatti, anche la radice di una inimicizia verso la democrazia.
E’ una prospettiva inquietante.
La politica del governo Berlusconi prima ha stabilito i confini dell’intervento pubblico obbligando a drastici tagli nella scuola e nell’Università. E poi, con la controriforma Gelmini, ha cercato di dare copertura a quella che non è una razionalizzazione, ma la scelta di dequalificare, di paralizzare la scuola pubblica.
Trovo ad esempio curioso e molto grave – è solo un esempio, ma su un tema centrale – che tutte le dichiarazioni e gli atti del governo che si sono succeduti in questi mesi in merito ai tempi scuola, li considerino, li trattino come contenitori, mentre mai si parla della distribuzione delle materie all’interno di questi contenitori. La qualità dei risultati ottenuti fino ad ora dipende invece anche dalle scelte pedagogiche di metodo e di contenuto, che non debbono essere sottovalutate perché fondamentali nella formazione di base delle nuove generazioni.
Si pone quindi in primo piano la questione della qualità della didattica, poiché la drastica riduzione di tempo scuola non si può coniugare con tempi dell’apprendimento distesi, soprattutto nei primi anni scolastici, e penalizza l’apprendimento delle medesime competenze di base.
Difendere il sistema formativo dell’Emilia-Romagna, di Bologna
E’ particolarmente necessario, quindi, difendere il sistema formativo dell’Emilia-Romagna dagli effetti drammatici che queste scelte sono destinate a produrre.
Un altro aneddoto che qualcuno di voi ha vissuto: qualche giorno fa un lunghissimo striscione –che qualcuno ha definito, forse esagerando un poco, il più lungo striscione della storia delle manifestazioni civili a Bologna, ha percorso il centro della città.
Non ho avvertito, nel corso di quella manifestazioni, un clima di sola protesta, di non-proposta. Al contrario, mi pare che sia avvenuto in quella occasione, come in tante altre, la sensazione come se i tagli ciclopici della Gelmini avessero suscitato l’orgoglio di essere scuola fino in fondo, nei docenti ma ancor più nelle famiglie.
I genitori e le famiglie – almeno qualche genitore, qualche famiglia, molte – hanno compreso che a tutto si può porre rimedio; magari quando l’economia ripartirà – ma sarà durissimo, riuscire a risanare la grave ferita inferta alla migliore delle nostre scuole: la scuola primaria, la scuola per tutti i bambini… Una scuola non si inventa e non si improvvisa: con la scuola non si scherza! Bisognerebbe, quando gli affari vanno male, raddoppiarne i finanziamenti, e non tagliarli!
Per questo tanti bolognesi hanno cucito quel lenzuolo infinito degno – scusatemi la battuta – di una Penelope con le gambe così lunghe da poter capitanare una squadra di Watussi…. E per questo hanno sfidato un po’ di vento, con le mani all’altezza del petto, per stringere e sorreggere quella tela.
Noi eravamo tra loro: la protesta è stata larga e noi vogliamo raccoglierla e unirla alla proposta.
La partita è nazionale e proprio ieri Dario Franceschini ha lanciato – e Mariangela Bastico con lui – una petizione con la quale il PD chiede la immediata cancellazione di alcune fra le misure più gravi come quelle dei tagli finanziari e il maestro unico, l’orario a 24 ore settimanali e l’abolizione delle compresenze.
Su questi punti insisterà – ed è bene che insista – una campagna nazionale di questo Partito, che è già sul campo così come di altre forze che possono riflettere ed impegnarsi con noi.
Una vertenza per la scuola di Bologna.
Qui, oggi, dobbiamo insistere sull’aspetto più locale non perché Bologna possa avere problemi diversi dagli altri, ma perché dobbiamo vedere attraverso questo laboratorio – che questa volta è un laboratorio di rischio – come portare un contributo specifico sia con la protesta sia con l’azione di governo a questa battaglia più generale che si sta facendo.
Io parlerei, adoperando un termine che è già stato usato alla recente Conferenza per il miglioramento dell’offerta formativa, di costruire una vera e propria “Vertenza per la scuola di Bologna”, portata avanti insieme da Enti locali e cittadini.
E d’altra parte, come si potrebbe tacere, In un territorio dove, proprio mentre il Governo taglia, si registra una crescita costante della popolazione scolastica: 3mila ragazzi in più quest’anno rispetto al precedente e mai comunque una crescita di meno di 2 mila negli ultimi otto anni.
E poi non possiamo e non vogliamo nascondere le gravi preoccupazioni, non solo umane, non solo solidaristiche, ma anche riferibili alla qualità di tutta la scuola circa la drastica riduzione di posti di lavoro. Si parla – sulle cifre non azzardo, ma riprendo quelle sindacale e quelle degli enti locali – di circa 600 unità. Delicata è anche la situazione a livello di personale tecnico e ausiliario.
Noi vorremmo fare questa battaglia mettendo in campo anche idee nuove, o per lo meno raccogliere le migliori idee positive correnti e che devono avere ancora più gambe per correre più rapidamente.
Nell’ottica di un federalismo solidale
Ad esempio, se il tema è come rapportare la dimensione locale ad una nuova idea di Stato e quindi ad una battaglia nazionale, una idea su cui riflettere potrebbe essere questa: come potrebbe realizzarsi un vero federalismo solidale, a partire dalle scuole e a partire soprattutto dalla storia delle istituzioni bolognesi scolastiche e degli interventi degli enti locali per l’educazione, la formazione, l’istruzione, già così ricca di esperienze incentrate sulla dimensione del territorio.
Cominciamo a parlarne cercando però una nostra prospettiva: il federalismo non può essere una via di fuga dalle responsabilità pubbliche! O è il segno della cultura della libertà e dell’autogoverno, della sicurezza per tutti anche i più deboli, perché la Repubblica si divide per fare di più e meglio. Oppure è bene essere chiari: è pura reazione.
Sarebbe interessante, invece, mettere in campo idee per la perequazione delle possibilità fra territori forti e territori più deboli, che vedano in campo anche agenzie centrali dei territori forti. Ad esempio, su Bologna ed Emilia.
Mi permetto una proposta personale. Io da tempo penso ad una superagenzia per sussumere ed aiutare le zone deboli e gestire emergenze formative e culturali. Una specie di “Tennesse Valley” capace di agire su tutto il territorio nazionale proprio quando la Repubblica conquista nuove autonomie e nuove diversità.
Ma il punto, per gli enti locali, non è ipotizzare tante piccole Rome dotate di tanti piccoli viali Trastevere, ma prevedere una gestione del sistema che unifichi tutte le competenze oggi in capo agli enti locali, ridia loro ordine, aumenti l’integrazione, rispetti la libertà dell’insegnamento e la funzione delle scuole. Dia vita, in sostanza, ad un patto significativo e rilevante per la qualità, anche oggi, anche di fronte alla nuova e più pericolosa situazione.
Noi pensiamo che in questa dimensione si dislochi la rivendicazione di un forte ruolo della Regione e degli enti locali.
La legge Aprea: un decentramento proprietario
Vedete, non ci convince, ad esempio, ciò che viene dopo la Gelmini, la Legge Aprea. Certo, c’è un linguaggio diverso, però la sostanza sembra quella di essere una sorta di decentramento proprietario.
Ho detto prima: decentriamo. Leggiamo che addirittura gli enti locali, con le imprese, entrerebbero nei consigli di amministrazione di scuole diventate fondazioni! Ma si tratta di integrare o di imporre magari scelte didattiche, magari scelte culturali?
Le scuole ad altissimo rapporto con il lavoro del territorio
Certo, noi per primi abbiamo proposto anche in campagna elettorale – e qui riproponiamo – una cosa che ha aspetti di similitudine, ma per scuole ad altissima vocazionalità. E lo proponiamo da tempo, da parte di tutti i partiti da cui proveniamo: un’altissima vocazionalità territoriale richiede un maggiore rapporto scuola-impresa-territorio. Ed ecco, ad esempio, che per alcuni poli didattici attorno ad istituti tecnici di fortissima vocazione e socializzazione, può essere interessante dare più spazio alla dimensione della Fondazione per tutto ciò che può crescere attorno alla scuola. E vedere lì anche una diretta responsabilità delegata non solo ai rapporti tra l’assessorato e quella scuola da parte degli enti locali.
Ma è tutto un altro discorso ed è un discorso promotivo e non oppressivo. E io credo che le esperienze emiliane dovrebbero essere un punto di partenza proprio perché noi possiamo rivendicare qualche cosa che ha funzionato. E’ vero o no che il modello dell’integrazione tra la libertà delle scuole e una forte presenza di sostegno, anche di indirizzo dell’ente locale, ha prodotto risultati: dalla scuola dell’infanzia alla scuola di base, fino alla secondaria superiore?
Queste esperienze, con l’impegno diretto, anche sul piano del personale impiegato, non sono la zavorra, ma sono state il banco di prova soprattutto a Bologna, di tutte le principali innovazioni.
Da tempo, d’altra parte è emerso il problema: come ripensare, riqualificare, non solo ridurre le gestioni dirette in epoca di scarsità crescente di risorse. Anche su questo abbiamo una proposta.
Un progetto per l’intervento comunale a Bologna.
Una istituzione per le scuole dell’infanzia. Un progetto per il nuovo polo-Aldini.
Prevediamo, ad esempio, a Bologna come in altre realtà, istituzioni autonome cui dare vita per organizzare le risorse in capo agli enti locali. E ci proponiamo di attuare una programmazione che determini fin dall’inizio un obiettivo sostenibile, quante scuole dell’infanzia comunale tenere, quanti interventi diretti per l’handicap mantenere, da qui ad un intero ciclo di programmazione, per almeno un decennio, dunque. Un elemento di arrivo, dunque, da indicare subito, per poter sostenere ciò che si mantiene, come un laboratorio di qualità.
Siamo perplessi da una discussione, ma anche da una azione di governo, talvolta, che pur con tante qualità inizia ogni volta dalla difesa di tutto e poi alla fine rincorre disperatamente lo Stato perché assuma gestione di sempre più parti di quelle che erano le scuole degli enti locali.
E’ comprensibile, ma una buona programmazione richiede una operatività inversa. Mettere in luce dove ha un senso storico gestire ancora direttamente, dichiarare che cosa mantenere; creare strumenti di governo più forti per la gestione e attorno a questo costruire un progetto di sistema integrato di cui da tempo, nella pratica, si è dato vita.
Questo discorso è valido soprattutto per le scuole dell’infanzia. Ma in qualche modo – e qui, pur con tanta difficoltà, qualcosa si è fatto di significativo – anche per i poli polifunzionali tecnici: a Bologna le Aldini-Valeriani-Sirani.
Il Comune ha bussato a tutte le porte, ma nessuno ha risposto. Questi imprenditori che scendono in campo proponendosi di fare di fare i sindaci, in quel momento hanno tenuto il portafoglio chiuso! Forse interessa di più che si apra il portafoglio del pubblico, per incrementare qualche iniziativa privata, piuttosto che aprire il proprio!
Ecco, mi chiedo: se ci fosse stato attorno alle Aldini qualche cosa di simile a quello che è avvenuto intorno alla riqualificazione del patrimonio GD, in questi giorni, che cosa poteva accadere? Forse qualcosa di ancora più avanzato di quanto abbiamo realizzato, con l’assunzione da parte dello Stato degli Istituti scolastici, ed il mantenimento di una serie di servizi formativi e di orientamento in capo all’Ente Locale.
Ma certo la scelta è stata interessante, non solo necessaria, sic stantibus rebus.
La scelta, noi così la intendiamo, di mantenere una poliedricità di interventi intorno ad un polo scolastico che veniva riassunto dalla rete delle scuole pubbliche.
Adesso si tratta di sviluppare la progettualità dei servizi formativi Aldini, fare veramente un polo di rinnovata qualità ed utilità, con la piena collaborazione con la Scuola vera e propria, statale ma-ricordiamolo sempre-dotata di autonomia, primo interlocutore dell’Ente Locale e del territorio.
Bisogna accelerare, ora, proprio nel senso che prima richiamavo.
Siamo qui partiti richiamando il tema degli interventi diretti del Comune di Bologna.
Ma se l’ottica è il progetto, se la base è la libertà di insegnamento e di fare scuola delle istituzioni autome, tali sono le scuole pubbliche che un tempo dicevamo solo “statali” il punto di partenza deve essere : riconoscere negli istituti i primi interlocutori, non fare più nemmeno un progetto- da parte dell’Ente locale- senza una compartecipazione delle scuole, dall’idea, alle risorse umane e logistiche.
Un grande accordo strategico Enti Locali-Scuole, dagli edifici ai contenuti
Ci vorrebbe quindi un grande accordo strategico Enti Locali-Scuole, quasi un piano “regolatore” della rete educativa, dagli edifici ai contenuti, pensato e realizzato insieme.
Troverete nei contributi delle proposte prodotte da amici del Forum delle scuole*.
Partiamo da punti di riferimento valoriali: il diritto alla formazione, la famiglia, il ruolo della scuola pubblica, l’integrazione sociale e culturale, l’accesso al sapere.
Ma poi azzardiamo delle proposte sullo specifico. Ho detto già un po’ del rapporto con le istituzioni; ho detto della scuola materna. Del metodo e degli strumenti per governare, programmando, il tema complesso delle gestioni dirette del Comune.
Gli interventi scuola-cultura-territorio
Voglio ancora dire una cose, l’una sugli interventi scuola-territorio. Qui abbiamo colui che dette il via, con una sistematizzazione teorica, il professor Franco Frabboni che ringrazio di essere qui con noi. Sono passati molti anni e non è facile mantenere la rete delle aule didattiche decentrate, un impegno diretto su tante realtà, anche perché sono cresciute altre esperienze, di altra provenienza.
Guardate, io per convocare questa nostra iniziativa mi sono basato su un elenco di servizi comunali e di associazioni partecipanti ad un bel convegno promosso dall’assessore Virgilio. Non perché non le conoscessi ma perché chiamare a raccolta queste realtà, vuol dire fare i conti con un numero di realtà che supera il centinaio.
Mi chiedo: in quale altra città, per fare una locandina di una iniziativa simile, occorre riempire tutto lo spazio di una A3 per metterci tutte le firme?
Cioè, in quale altra realtà si è fatta crescere e si è mantenuta una rete così fitta di istituzioni culturali così aperte alla fruizione didattica e aperte alle scuole? Questo è un punto centrale: troviamo le forme più adatte, ma guai se diventasse una questione di politica del personale.
Questo è un punto essenziale, attorno al quale fare ancora più emergere, qualificare, quel ruolo autonomo e rispettoso della autonomia delle scuole che, appunto, vede l’ Ente Locale fornire ad esse un servizio e investire per la qualità di tutta l’attività didattica, di tutte le scuole.
Ho detto, seppur poco, sui vari ordini di scuola. Ma voglio dirvi davvero che in ogni parte troverete, nel documento della Conferenza per l’offerta formativa, tanti spunti che permettono di vedere chiaramente cosa sta accadendo. Che cosa accade sulle iscrizioni, ad esempio. La vera e propria truffa: scegliete e – vorrei dire – non vi sarà dato!
E anche i rischi in settori di scuole di cui si parla poco. Ma non sta a me sviluppare compiutamente tutti gli argomenti, li troverete nei contributi.
Voglio finire con un’affermazione: sembra forse poca cosa, ma difendere la scuola pubblica chiamando a raccolta anche altri, anche chi vuole fare impresa, purché sia un intraprendere sano, difendere la scuola pubblica mantenendo un profilo alto anche quando le risorse sono poche e quindi riprogrammando e scegliendo è difficile e necessario.
Difendere la scuola pubblica come priorità politica: qui c’è ancora moltissimo da fare, nonostante – è curioso- grande parte del personale politico, certo quello miglior, provenga dalla scuola. E’ importante, ecco, che si recuperi il senso di una priorità.
Mi chiedo se almeno il 5% delle dichiarazioni polemiche che abbiamo visto nel nostro campo negli ultimi sei mesi, fosse stato impiegato a propagandare e magari anche a riflettere sulle realizzazioni e i punti critici di un così vasto intervento per la scuola che le nostre istituzioni fanno, ancora oggi, forse saremmo più contenti di noi.
Guardate: siamo coscienti che ancora, pur con mille distinguo, il mondo della scuola, gli insegnanti e anche tante famiglie, ma anche chi ci critica perché ci vorrebbe più sulla barricata, oppure invece chi dice “no, attenzione perché la barricata non reggerà”; insomma, tutto l’arcipelago dell’educazione militante, dimostra un’ attenzione e una capacità propositiva che resta molto alta.
Noi esercitiamo una professione intellettuale ma siamo innanzitutto cittadini che vogliono far discutere e non possiamo rispondere per tutto il Partito; possiamo però creare momenti di approfondimento che sollecitino una voce più chiara e costante. Ripeto, all’altezza anche di ciò che già si fa.
In sostanza, ogni tanto ci chiediamo: ne vale la pena? Pensiamo di sì. Io una volta terminavo spesso con una nota frase di don Milani che implica una parolaccia. Oggi si potrebbe lasciare stare, essere più pudibondi, ma tanti me l’hanno sentita dire spesso: la frase famosissima di “Lettere ad una professoressa”.
Se non sappiamo se la scuola sia sempre, ed in ogni sua espressione, meglio di quella cosa lì, come diceva Don Milani, certo vale la pena impegnarsi per la scuola.
Noi qui siamo per la scuola, per la scuola sempre.
*Per informazioni ed il materiale di programma completo del convegno “Amo la scuola” e del Forum
scrivere a: forumscuole.pdbologna@yahoo.it
giovedì 2 aprile 2009
"Amo la scuola"
"Amo la scuola". Bologna: le scuole, il territorio, gli Enti Locali
Giovedi' 2 Aprile
Gentilissimi, desidero invitarvi personalmente ad un incontro "PER" la scuola, non soltanto "sulla" scuola, Si svolgera' a Bologna, in Sala della Cappella Farnese, Palazzo d' Accursio, Piazza Maggiore 6, dalle ore 17,30 alle 23.
Un orario un po' lungo, possiamo dire un "tempo" lungo, ma pieno di tante cose. Con tanti insegnanti, genitori e studenti, con associazioni e sindacati, e con il mondo di chi fa e promuove cultura cultura in dialogo con Flavio Delbono, Beatrice Draghetti, Andrea De Maria.
A seguire troverete il programma, in forma sintetica. L'incontro e' promosso dal Forum sui temi della scuola, del PD di Bologna, in collaborazione con il Gruppo consiliare del PD del Comune di Bologna. Sono a vostra disposizione per ogni informazione e chiarimento, e vi rivolgo un caro saluto,
Davide Ferrari (Presidente del Forum)
Spero sarete con noi anche al buffet, alle ore 19,45 presso il Bar Paolo in via IV Novembre. .....................................................................
PD Bologna, Forum sui temi della scuola Giovedi' 2 Aprile 2009 "Amo la scuola" Bologna: le scuole, il territorio, gli Enti Locali Insegnanti, genitori e studenti, Associazioni ed esperienze, dalle Scuole, dall' Universita' , dalla Cultura in dialogo con Flavio Delbono Beatrice Draghetti Andrea De Maria Giovanni Sedioli
Apertura del dibattito di Davide Ferrari Partecipano tra altri alla discussione Paolo Rebaudengo, Maria Virgilio, Marilena Pillati, Daniela Turci, Franco Frabboni, Vittorio Biagini, Marco Mazzoli
Presiedono: Luciano Russo e Rosanna Facchini
Sala della Cappella Farnese, in Palazzo D'Accursio, Piazza Maggiore 6 Orario: I sessione ore 17,30 - 19,45 h 19,45 Buffet II sessione ore 20,45 - 23 Info: forumscuole.pdbologna@yahoo.it
"Amo la scuola"
Bologna: le scuole, il territorio, gli Enti Locali
Giovedì 2 Aprile
Desidero invitare personalmente ad un incontro "PER" la scuola, non soltanto "sulla" scuola,
Si svolgerà a Bologna, in Sala della Cappella Farnese, Palazzo d' Accursio, Piazza Maggiore 6, dalle ore 17,30 alle 23.
Un tempo lungo, ma pieno di tante cose.
Con tanti insegnanti, genitori e studenti, con associazioni e sindacati, e con il mondo di chi fa e promuove cultura cultura in dialogo con Flavio Delbono, Beatrice Draghetti, Andrea De Maria.
A seguire troverete il programma, in forma sintetica. L'incontro è promosso dal Forum sui temi della scuola, del PD di Bologna, in collaborazione con il Gruppo consiliare del PD del Comune di Bologna.
Sono a vostra disposizione per ogni informazione e chiarimento,
Davide Ferrari
(Presidente del Forum)
Spero sarete con noi anche al buffet che alle ore 19,45 ci ritroverà presso il Bar Paolo in via IV Novembre.
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PD Bologna, Forum sui temi della scuola
Giovedì 2 Aprile 2009
“Amo la scuola”
Bologna: le scuole, il territorio, gli Enti Locali
Insegnanti, genitori e studenti,
Associazioni ed esperienze,
dalle Scuole, dall’Università, dalla Cultura
in dialogo con
Flavio Delbono
Beatrice Draghetti
Andrea De Maria
Giovanni Sedioli
Apertura del dibattito di
Davide Ferrari
Partecipano tra altri alla discussione
Paolo Rebaudengo, Maria Virgilio, Marilena Pillati, Daniela Turci,
Franco Frabboni, Vittorio Biagini, Marco Mazzoli
Presiedono:
Luciano Russo e Rosanna Facchini
Sala della Cappella Farnese,
in Palazzo D'Accursio, Piazza Maggiore 6
Orario: I sessione ore 17,30 - 19,45
h 19,45 Buffet
II sessione ore 20,45 – 23
Info: forumscuole.pdbologna@yahoo.it