Ieri la presentazione ufficiale con esponenti della minoranza Ds e dei movimenti. Critiche alla Quercia sul no al documento pro Cgil «Aprile, ponte tra sinistra e società» L’obiettivo dell’associazione: dar voce e occasioni di confronto a chi non sopporta Berlusconi e Guazzaloca
Parte subito in quarta, Aprile, l’associazione nata dalla mozione Berlinguer e aperta alla società civile, in testa movimenti e girotondi. A battezzarla, sotto le due torri, arriverà Sergio Cofferati, il prossimo 5 luglio (Aula absidale di Santa Lucia, ore 20.30). E proprio il tema dei diritti del lavoro è stato al centro dell’incontro di ieri con la stampa, in cui non sono mancate critiche al segretario dei Ds Piero Fassino. «Il mancato sostegno alla Cgil da parte della maggioranza dei Ds è stato un infortunio - ha detto Luigi Mariucci, uno dei 140 promotori di Aprile -. Mi sembra strano pensare che la Cgil sia minoranza nei Ds quando è maggioranza tra i lavoratori». «La spaccatura di lunedì ha rafforzato il nemico» gli ha fatto eco Paolo Serra, portavoce dell’associazione. Aprile, dunque, nasce ben ancorata alle lotte sociali consacrate dalla grande manifestazione del 23 marzo e dai girotondi. E si pone un obiettivo «ambizioso», come ha spiegato Serra: «Costruire un ponte tra i partiti della sinistra, in primo luogo i Ds, e la società. Per mettere in azione un circolo virtuoso che dia voce e occasioni di incontro a chi non sopporta Berlusconi e Guazzaloca e vuole che il centrosinistra torni a essere maggioranza». «Aprile sarà un’associazione politica e culturale tra diversi - ha spiegato Serra-. Perché diverse sono le provenienze culturali dei promotori e dei cittadini a cui si rivolge». «Pensiamo che i partiti non siano eliminabili - ha chiarito il portavoce -. Ma abbiamo l’obiettivo di renderli più interessanti e accattivanti, anche per chi non ha nessuna tessera». E infatti dei 140 promotori (61 donne e 79 uomini) 62 non hanno tessere di partito. Mentre spiccano alcuni dei nomi più importanti della Sveglia e dei girotondi bolognesi: da Vittorio Boarini a Luisa Brunori, Laura Grassi, Eugenio Riccomini, Antonio Faeti. Senza dimenticare lo stato maggiore della Cgil locale: dal segretario regionale Danilo Barbi a quello cittadino Cesare Melloni, al leader regionale della Fiom Gian Guido Naldi. E poi l’ex sindaco di Bologna Guido Fanti, il capogruppo in Comune dei Ds Davide Ferrari e i parlamentari Walter Vitali, Sergio Sabattini, Alfiero Grandi, Giovanna Grignaffini, Katia Zanotti e Daria Bonfietti. E ancora: il portavoce dei comitati antismog Otello Ciavatti e il presidente Arcigay Sergio Lo Giudice. I temi su cui l’associazione intende lavorare sono quelli caldi di questo primo anno di governo Berlusconi: diritti, legalità e difesa della Costituzione, scuola, welfare, guerra e politiche della città. Per far questo saranno costruiti dei gruppi tematici, oltre a una sede cittadina e ad altre sedi decentrate nei quartieri (a partire dal Savena) e nei comuni della provincia (una sede è già attiva a Budrio, altre arriveranno a San Lazzaro, San Giovanni in Persiceto e Crespellano). Il motivo è semplice: «Non vogliano fare un club di intellettuali di Manhattan - ha spiegato Serra -. Per questo puntiamo a essere presenti su tutto il territorio». Si parte quindi dai diritti del lavoro, dalla preoccupazione per le frasi del ministro Maroni sulla Cgil che segnalano «un imbarbarimento del clima politico che ricorda gli anni di piombo», come ha spiegato Luigi Mariucci. Ma un ruolo centrale sarà dedicato anche al tema dell’immigrazione e al rapporto col volontariato e i movimenti no global. Senza dimenticare il progetto «Bologna 2004» che sfocerà in autunno nella convenzione cittadina del centrosinistra che dovrà indicare le linee di programma per le prossime amministrative. «Faremo di tutto perché i nostri gruppi di lavoro siano in rapporto con quelli del progetto 2004 - ha detto Davide Ferrari-. Da settembre ci sarà un’accelerazione politica e al centrosinistra non mancherà l’apporto delle professionalità e delle intelligenze che aderiscono ad Aprile».
di Andrea Carugati
26 giugno 2002
Unità pubblicato nell'edizione di Bologna
mercoledì 26 giugno 2002
venerdì 1 marzo 2002
11 marzo 2002 - Cossiga a Radio Radicale
Intervenendo a Radio Radicale, l' ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga dice:’...se fosse necessaria la mia firma per la grazia a Sofri la metterei volentieri...’. Cossiga definisce anche ‘uno dei piu' grandi errori giudiziari’ la sentenza sulla strage di Bologna. ‘Il caso e' chiuso giuridicamente. Poi - ha aggiunto Cossiga - un giorno quando realizzeremo un vero stato di diritto potremo forse riaprirlo’. ‘Io ho gia' chiesto scusa ad An, quando allora si chiamava ancora Msi, per aver detto alla Camera in un impeto di antifascismo che la strage di Bologna era stata causata dai fascisti. Non comprendo perche' l'amministrazione di Bologna abbia voluto mantenere la targa che accusa i fascisti’. ‘Io so che una persona - ha aggiunto Cossiga - nonostante fosse del commando che rapì Moro, una che stimo perche' e' una donna di coraggio, venne da me e mi disse appena uscita dal carcere: '...non vengo qui a difendere la posizione dei nostri brigatisti rossi, ma vengo qui a dirle, da ex terrorista, che uno dei piu' grandi errori giudiziari commessi e' stato quello di condannare Fioravanti e la Mambro come mandanti e autori della strage di Bologna...'. Io credo - ha sottolineato Cossiga - che sia uno degli episodi piu' brutti della malagiustizia italiana. Perche' una Corte d'assise, dopo che questi erano gia' stati assolti, non ha saputo resistere alla pressione politica della sinistra bolognese...’. C'e' stata - ha concluso Cossiga - ‘una logica leninista per la quale questi debbono essere gli autori della strage e quindi sono’.
Paolo Bolognesi, presidente dell'associazione familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna, critica le dichiarazioni di Cossiga:’...che un Presidente della Repubblica abbia ricevuto una terrorista rossa, omicida e considerata irriducibile, e' una cosa scandalosa per tutti il popolo italiano. Che poi si basi sulle dichiarazioni di una terrorista, irriducibile e assassina per avallare il depistaggio dei Servizi Segreti che cercavano di avallare l'innocenza della Mambro e di Fioravanti, e' non solo scandaloso per i familiari, ma per tutto il Popolo Italiano. Infine sarebbe bene che Cossiga, che era Presidente del Consiglio il 2 agosto del 1980 - ha detto ancora Bolognesi - chiarisse una volta per tutte il fatto che aveva tutti i vertici dei servizi iscritti alla P2 che e' stata pesantemente coinvolta nel depistaggio della strage per avallare l'innocenza dei due terroristi fascisti Mambro e Fioravanti...’.
‘...le dichiarazioni del sen. Cossiga sono molto gravi - ha detto Davide Ferrari, presidente del Gruppo Ds per l' Ulivo in Comune di Bologna - Giungono a poche ore da una sentenza contro uno degli esecutori della strage del 2 Agosto. Cossiga non contesta la sentenza e, nonostante cio', assurdamente da per scontata l'innocenza dei correi Mambro e Fioravanti...’. ‘...per Cossiga le sentenze non contano - ha aggiunto - guai chi tocca l' eversione degli anni di piombo. La magistratura se ne tenga alla larga ed il popolo dimentichi. Al contrario, Bologna non dimentica. Occorrera' vigilanza verso questo nuovo attacco alle garanzie democratiche: diritto di indagine, certezza della pena per i colpevoli, tutti, anche per i piu' vicini agli apparati deviati dello Stato. Intanto diciamo chiaro: la lapide non si tocca...’.
venerdì 20 aprile 2001
La Resistenza. Consiglio comunale straordinario.
Venerdì, April 20, 2001
Consiglio comunale straordinario sulla Resistenza chiesto dalle opposizioni.
9 aprile 2001, Bologna, primo firmatario della richiesta Davide Ferrari
RELAZIONE DI DAVIDE FERRARI
Presidente del Gruppo DUE TORRI- DS
Io credo che quando un Consiglio comunale, volenti o nolenti i colleghi della Maggioranza, discute di temi così rilevanti, occorre chiedere ai propri interlocutori la pazienza di svolgere una discussione pacata e seria e di ascoltare, per poi eventualmente ribattere un'argomentazione non solamente ancorata all'attualità e ai più stretti termini della polemica politica.
Nei giorni scorsi sono intervenuti esponenti importanti della cultura nazionale a partire da un singolo avvenimento, che forse - forse - gli attori, coloro che avevano con i loro emendamenti, tesi a togliere il riferimento alla Resistenza nella citazione sulla Costituzione, presente nel nostro Statuto del Comune di Bologna, non avevano nemmeno ben valutato per cogliere, ripeto, in questo evento un riferimento più generale.
Alte e importanti figure della Resistenza e della Cultura italiana hanno messo in relazione la questione dello Statuto del nostro Comune, che voi avete aperto-con gravi fatti, gravi, legati talvolta al tentativo di sponsorizzare dalle sedi istituzionali, peraltro quelle più improprie, le operazioni più smaccate di revisionismo storico e di indirizzo politico della ricerca storica e della divulgazione scolastica della ricerca storica, altre volte a mettere in dubbio persino i fondamenti della legittimità dello Stato democratico con proposte di netta separazione dei diritti della cittadinanza, a seconda della razza o della Religione, e altre ancora con l'avvallo, anche in Italia, di personaggi, che rappresentano la più squallida riproposizione della cultura fascista e nazista nel cuore dell'Europa ai nostri più vicini confini.
Tutto questo avviene oggi in Italia, non c'è dubbio che chi è intervenuto nel dibattito culturale e nazionale su questo tema di Bologna, ha posto una relazione, ha posto un termine di connessione fra questo, di cui oggi noi discutiamo e la più generale tendenza al revisionismo storico e all'attacco dei fondamenti repubblicani e democratici della funzione statuale nel nostro Paese, come per altro in tutta l'Europa.
Chiediamoci perché, colleghi della Maggioranza. Se fossi in voi cercherei di rispondere non - come dire - come fa lo scolaretto bacchettato, per carità, nessuno vi chiede questo, ma chiederei a me stesso di rispondere agli interrogativi che sono stati rivolti alla nostra città, perché quando una parte importante della cultura nazionale rivolge un interrogativo angosciato sulla natura e la tenuta della democrazia a chi governa una città, lo rivolge alla città stessa e questa città deve rispondere, oggi dovrebbe rispondere con le vostre parole, che rappresentate la maggioranza.
Fra le tante voci voglio citare quella più recente e forse più autorevole, che un quotidiano bolognese ci ha invitato a leggere, quella di Claudio Pavone, uno storico che ha partecipato alla Resistenza da protagonista, ma che è anche una delle figure più illustri dell'Università italiana.
Ebbene, Claudio Pavone ha ricordato con grande chiarezza di riferimenti, addirittura cronologici, il nesso inscindibile che vi è fra Resistenza e Costituzione democratica.
Certo, vi sono stati altri fattori, la liberazione per l'iniziativa delle forze alleate, il clima di collaborazione democratica a livello internazionale, che ha portato alla sconfitta del nazi-fascismo, ma in Italia se non si è andati a una pura e semplice restaurazione di quei fondamenti autoritari e irrisolti dello Stato democratico, che avevano consentito il fascismo, dalla monarchia allo Statuto albertino, questo si è avuto grazie al fatto che dalla pura e semplice caduta istituzionale del fascismo, alla rinascita del nostro Stato, c'è stato un avvenimento, non hanno parlato soltanto le nazioni belligeranti, ha parlato una parte importante del nostro popolo e della nostra cultura.
Ha parlato la Resistenza italiana.
Io ricordo un discorso molto bello di Alcide De Gasperi, quando chiese la rilegittimazione del nostro Paese, di fronte al consesso delle nazioni ricostruito da chi aveva vinto quella guerra, così tragica come la seconda guerra mondiale è stata, Alcide De Gasperi iniziò il suo discorso dicendo: "Io sento che soltanto la vostra personale cortesia vi trattiene dal manifestarmi la vostra ostilità".
Ebbene, Alcide De Gasperi era presidente del Consiglio di uno Stato rinato, non era presidente del Consiglio di uno Stato ricostruito come era prima del fascismo.
Ha potuto parlare a nome dell'intera nazione al di là delle maggioranze e delle minoranze fra le forze democratiche, perché era presidente del Consiglio di una nuova Repubblica democratica, di una nuova Italia.
Non dell'Italia di prima del fascismo, ma di una nuova Italia.
L'Italia del voto alle donne, l'Italia della libertà e del diritto al lavoro, l'Italia come non c'era mai stata prima.
Mai stata prima e quell'Italia non è nata - ripeto - per caso, è nata perché si sono incontrate, sancendosi poi nella Costituzione, culture prima non protagoniste e non affermate fino in fondo come il caposaldo della vita civile di questo Paese.
Non più le culture dei maggiorenti oppure dei gruppi di potere economico, ma le culture delle grandi forze sociali e politiche di massa.
La cultura cattolica, la cultura socialista e comunista che è stata in Italia sul terreno democratico, le culture repubblicane, le culture liberali, quelle cioè che sono state però al vaglio della loro trasformazione in culture compiutamente democratiche e repubblicane.
Questo è molto importante.
Oggi, a fronte dello sconvolgimento che ha portato in questo decennio al trapasso da una Repubblica a un'altra, trapasso ancora incompiuto, ed oggi quando questa trasformazione del nostro Paese avviene, mentre in tutta Europa è all'ordine del giorno un processo di unificazione politica e statuale, chiediamoci: è su questi fondamenti che noi vogliamo ricostruire una stagione democratica nuova, di pace, più larga ancora ai confini sovranazionali di questo Paese o è un'altra Europa, è un'altra Italia che vogliamo affermare? Quale?
Qualche giudizio mi sento di avanzarlo, sulle culture che agitano anche il patrimonio culturale non solo dell'estrema destra fascista, che ancora agisce nel nostro Paese, ma anche culture più diffuse, più vaste, culture che sono dentro lo stesso schieramento del centro-destra.
Ve lo voglio dire con estrema franchezza, chiedendovi su questo una risposta ed un confronto.
Sono quelle culture che considerano l'integrazione europea come occasione di pura e semplice abolizione dei dazi e dei vincoli alla libera espressione del commercio e dell'attività economica, mettendo fra quei vincoli anche quei legami di solidarietà istituzionale finora ancorate alle carte costituzionali e ai diritti dei singoli Stati, colleghi, questo è il punto.
E sono anche quelle culture che in solo apparente contraddizione al liberismo assurto come forza più importante degli stessi vincoli di solidarietà civile e istituzionali statuali e della Repubblica, sono per le piccole patrie, per patrie di razza, per patrie di confine regionale ed economico, per patrie di stile di vita o di adesione religiosa. Piccole patrie conchiuse che sono non contraddittorie, ma alleate al liberismo che si vuole disfare degli Stati come principi sovrani a garanzia della libertà e della sovranità diffusa come garanzia della libertà di essere cittadini e non sudditi.
C'è un contrasto che esploderà fra queste due visioni, fra un Berlusconi e un Bossi, c'è un contrasto che esploderà, ma oggi la cosa drammatica e tragica è che se non si afferma una cultura democratica condivisa, la tendenza a una iper deresponsabilizzazione rispetto ai livelli collettivi, sia sul versante liberistico, sia sul versante regionalistico e comunitaristico, il rischio che noi abbiamo è che con il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, dalla prima Europa democratica, ad una nuova Europa federale, se le classi dirigenti chiamate a questo travaglio, a questo trapasso non sono concordi sul reinverare la democrazia a fondamento di questa trasposizione, di questo cambiamento, noi siamo a rischio nelle radici più profonde dei nostri diritti di cittadinanza, dei diritti di tutti, colleghi.
Ecco perché il centro-destra ha avuto tanta difficoltà anche a Bologna a prendere le distanze da quella che può sembrare una vicenda minuta, una questione amministrativa.
Eppure ci è stato persino detto: "guardate che in altri Enti locali non c'è questo riferimento, guardate che è un fatto tecnico."
No, non è così.
Ecco perché anche oggi siamo di fronte ad un ordine del giorno del centrodestra, compresa La Tua Bologna, che si limita a prendere atto delle dichiarazioni di antifascismo del Sindaco di Bologna e considera semplicemente di potere affermare un'unità della vostra maggioranza solo sulla ricusazione tecnica di questo Consiglio comunale e sul riaffido alla Commissione Statuto dell'itinerario della questione.
Non è un caso, perché questo avviene; non è un caso e lo sappiamo bene, lo sapete voi, come lo sappiamo noi; non è un caso perché nelle culture del centro-destra sono presenti quei punti che io vi ho sollevato e sono punti irrisolti.
Ecco allora i giorni che sono passati da quando i colleghi Cevenini e Benecchi hanno sollevato giustamente, seguendo l'itinerario di discussione che aveva nella Commissione Statuto il tema della Resistenza e del riferimento alla Costituzione della nostra Carta Statutaria fondamentale.
Ecco perché è avvenuto un dibattito che ha sfuggito ogni sede istituzionale, non era semplicemente una dimostrazione di arroganza da parte della Maggioranza, è che in questa sede si voglia o no dichiararla legittima, la politica deve andare nelle sue radici più profonde, non può sfuggire nelle pubbliche relazioni, non può sfuggire nella furbizia delle dichiarazioni tattiche.
No, in un Consiglio comunale la politica deve parlare sui motivi suoi più alti e forti, deve dire la verità.
Ecco il punto, ed è una verità indicibile, perché non c'è ricostruzione sui diritti fondamentali della Carta costituzionale italiana, sulla prima parte della Costituzione, come base per il passaggio al federalismo e alla nuova Repubblica d'Italia.
Oggi non c'è condivisione fra le forze politiche italiane nel centro-destra; è un problema, ripeto, ancora irrisolto.
Come ha visto Bologna questi giorni di furbizia e di dichiarazioni televisive di sfuggita alle responsabilità istituzionali di rinvio, come ha vissuto Bologna questi giorni che hanno visto, ed è molto grave colleghi, la sola Minoranza agire, perché si è arrivasse ad una discussione chiara in Consiglio comunale. Molto grave, che sia dovuta essere una parte sola a prendere questa iniziativa.
Io credo che la città abbia vissuto, reagendo certo con linguaggi diversi a seconda delle generazioni.
Certamente con lo sdegno lo sdegno di chi si è sentito colpito in prima persona come partigiano e resistente, come fondatore dei diritti di cittadinanza di cui tutti noi ci gioviamo oggi, e con l'interesse e la curiosità delle nuove generazioni che ha trovato in punte di avanguardia anche l'occasione di manifestare francamente l'interesse ai loro diritti di oggi, che devono rimanere nell'Europa di domani, che stiamo costruendo e non essere archiviati con la Resistenza alla Costituzione, io credo anche una diffusa inquietudine.
Può darsi che questo non si esprima direttamente in politica, ma Bologna, vedete, è una strana città; è una città che è posta al centro dei processi civili e politici dell'Italia da sempre, da prima che esistesse come Stato la nostra nazione.
E' la città che ha liberato per prima la servitù della gleba, è la città che ha visto dopo l'episodio della rivoluzione francese la prima Costituzione democratica affermanti i diritti dell'individuo, è una città che dopo il 1256 e dopo il 1796 ha vissuto più di altre il travaglio come libertà autonomamente cercata nella Resistenza della fine della seconda guerra mondiale.
Questo è dovuto ad un grande protagonismo politico che ha caratterizzato la storia di questa città, prima ancora che il termine politica fosse assunto nei termini della modernità, ma io credo che questo derivi anche persino dalla sua natura più propria: Bologna è una città, che è al centro delle vie di passaggio, non solo geografiche, ma culturali di questa nazione e che ha visto affermarsi le punte più alte di tutte le grandi tradizioni politiche del nostro Paese.
E' una città che non può rinchiudersi nel protagonismo della libertà d'impresa e nelle piccole patrie conchiuse, perché la nostra piccola patria - Presidente - non esisterà mai, a fronte dell'Europa.
Può esistere nelle pendici prealpine, può esistere in un sud che torna all'indietro, ma al centro dell'Italia, dove è collocata Bologna, un destino di piccola patria non risponde in alcun modo, alla coscienza di avere necessità di libertà e di ricchezza di questa terra e di questa città.
E' una città che ha bisogno di uno sviluppo che si leghi a solidarietà.
Uno sviluppo che è sempre stato teso al protagonismo dell'individuo e della collettività, perché non è fatto di grandi poteri e di grandi imprese, perché non può essere fatto così.
Cambieranno dalla campagna alla città, dall'industria meccanica alla nuova economia i prodotti, ma la nostra sarà sempre una economia sociale tesa al protagonismo di molti.
Lo è per inevitabile destino della nostra natura umana, oltre che antropologica e geografica.
Chi oggi si vuole interrogare sulla bolognesità, chi addirittura si ritiene interprete di una bolognesità tesa al confronto e allo scontro con le altre culture, non comprende questa natura profonda della nostra città.
La bolognesità non è un presepio da agitare nei quartieri del piccolo commercio.
No, la bolognesità è una profonda idealità unita ad una necessità storica, Bologna è terra di libertà, perché senza libertà non ha futuro e non ha benessere.
Noi vi sfidiamo ad interpretare anche oggi questo terreno della storia e del futuro di Bologna. Ripeto, cambieranno i nomi, cambieranno le occasioni, ma i valori non sono nati a caso con tanta forza in questa nostra città.
Per questo vi chiediamo di ritirare ordini del giorno tecnici, amministrativi, pretestuosi e di votare con noi che oggi come sempre è stato in questa città, Bologna sia all'avanguardia dei diritti di democrazia e di libertà.
Diritti modernamente intesi, ampliati, ma fondati sull'esperienza della Carta costituzionale e della Resistenza che ha in questa città una delle sue più alte e indissolubili radici.
Questo vi chiediamo: votate con noi che ora e sempre saremo dalla parte della resistenza democratica.
Consiglio comunale straordinario sulla Resistenza chiesto dalle opposizioni.
9 aprile 2001, Bologna, primo firmatario della richiesta Davide Ferrari
RELAZIONE DI DAVIDE FERRARI
Presidente del Gruppo DUE TORRI- DS
Io credo che quando un Consiglio comunale, volenti o nolenti i colleghi della Maggioranza, discute di temi così rilevanti, occorre chiedere ai propri interlocutori la pazienza di svolgere una discussione pacata e seria e di ascoltare, per poi eventualmente ribattere un'argomentazione non solamente ancorata all'attualità e ai più stretti termini della polemica politica.
Nei giorni scorsi sono intervenuti esponenti importanti della cultura nazionale a partire da un singolo avvenimento, che forse - forse - gli attori, coloro che avevano con i loro emendamenti, tesi a togliere il riferimento alla Resistenza nella citazione sulla Costituzione, presente nel nostro Statuto del Comune di Bologna, non avevano nemmeno ben valutato per cogliere, ripeto, in questo evento un riferimento più generale.
Alte e importanti figure della Resistenza e della Cultura italiana hanno messo in relazione la questione dello Statuto del nostro Comune, che voi avete aperto-con gravi fatti, gravi, legati talvolta al tentativo di sponsorizzare dalle sedi istituzionali, peraltro quelle più improprie, le operazioni più smaccate di revisionismo storico e di indirizzo politico della ricerca storica e della divulgazione scolastica della ricerca storica, altre volte a mettere in dubbio persino i fondamenti della legittimità dello Stato democratico con proposte di netta separazione dei diritti della cittadinanza, a seconda della razza o della Religione, e altre ancora con l'avvallo, anche in Italia, di personaggi, che rappresentano la più squallida riproposizione della cultura fascista e nazista nel cuore dell'Europa ai nostri più vicini confini.
Tutto questo avviene oggi in Italia, non c'è dubbio che chi è intervenuto nel dibattito culturale e nazionale su questo tema di Bologna, ha posto una relazione, ha posto un termine di connessione fra questo, di cui oggi noi discutiamo e la più generale tendenza al revisionismo storico e all'attacco dei fondamenti repubblicani e democratici della funzione statuale nel nostro Paese, come per altro in tutta l'Europa.
Chiediamoci perché, colleghi della Maggioranza. Se fossi in voi cercherei di rispondere non - come dire - come fa lo scolaretto bacchettato, per carità, nessuno vi chiede questo, ma chiederei a me stesso di rispondere agli interrogativi che sono stati rivolti alla nostra città, perché quando una parte importante della cultura nazionale rivolge un interrogativo angosciato sulla natura e la tenuta della democrazia a chi governa una città, lo rivolge alla città stessa e questa città deve rispondere, oggi dovrebbe rispondere con le vostre parole, che rappresentate la maggioranza.
Fra le tante voci voglio citare quella più recente e forse più autorevole, che un quotidiano bolognese ci ha invitato a leggere, quella di Claudio Pavone, uno storico che ha partecipato alla Resistenza da protagonista, ma che è anche una delle figure più illustri dell'Università italiana.
Ebbene, Claudio Pavone ha ricordato con grande chiarezza di riferimenti, addirittura cronologici, il nesso inscindibile che vi è fra Resistenza e Costituzione democratica.
Certo, vi sono stati altri fattori, la liberazione per l'iniziativa delle forze alleate, il clima di collaborazione democratica a livello internazionale, che ha portato alla sconfitta del nazi-fascismo, ma in Italia se non si è andati a una pura e semplice restaurazione di quei fondamenti autoritari e irrisolti dello Stato democratico, che avevano consentito il fascismo, dalla monarchia allo Statuto albertino, questo si è avuto grazie al fatto che dalla pura e semplice caduta istituzionale del fascismo, alla rinascita del nostro Stato, c'è stato un avvenimento, non hanno parlato soltanto le nazioni belligeranti, ha parlato una parte importante del nostro popolo e della nostra cultura.
Ha parlato la Resistenza italiana.
Io ricordo un discorso molto bello di Alcide De Gasperi, quando chiese la rilegittimazione del nostro Paese, di fronte al consesso delle nazioni ricostruito da chi aveva vinto quella guerra, così tragica come la seconda guerra mondiale è stata, Alcide De Gasperi iniziò il suo discorso dicendo: "Io sento che soltanto la vostra personale cortesia vi trattiene dal manifestarmi la vostra ostilità".
Ebbene, Alcide De Gasperi era presidente del Consiglio di uno Stato rinato, non era presidente del Consiglio di uno Stato ricostruito come era prima del fascismo.
Ha potuto parlare a nome dell'intera nazione al di là delle maggioranze e delle minoranze fra le forze democratiche, perché era presidente del Consiglio di una nuova Repubblica democratica, di una nuova Italia.
Non dell'Italia di prima del fascismo, ma di una nuova Italia.
L'Italia del voto alle donne, l'Italia della libertà e del diritto al lavoro, l'Italia come non c'era mai stata prima.
Mai stata prima e quell'Italia non è nata - ripeto - per caso, è nata perché si sono incontrate, sancendosi poi nella Costituzione, culture prima non protagoniste e non affermate fino in fondo come il caposaldo della vita civile di questo Paese.
Non più le culture dei maggiorenti oppure dei gruppi di potere economico, ma le culture delle grandi forze sociali e politiche di massa.
La cultura cattolica, la cultura socialista e comunista che è stata in Italia sul terreno democratico, le culture repubblicane, le culture liberali, quelle cioè che sono state però al vaglio della loro trasformazione in culture compiutamente democratiche e repubblicane.
Questo è molto importante.
Oggi, a fronte dello sconvolgimento che ha portato in questo decennio al trapasso da una Repubblica a un'altra, trapasso ancora incompiuto, ed oggi quando questa trasformazione del nostro Paese avviene, mentre in tutta Europa è all'ordine del giorno un processo di unificazione politica e statuale, chiediamoci: è su questi fondamenti che noi vogliamo ricostruire una stagione democratica nuova, di pace, più larga ancora ai confini sovranazionali di questo Paese o è un'altra Europa, è un'altra Italia che vogliamo affermare? Quale?
Qualche giudizio mi sento di avanzarlo, sulle culture che agitano anche il patrimonio culturale non solo dell'estrema destra fascista, che ancora agisce nel nostro Paese, ma anche culture più diffuse, più vaste, culture che sono dentro lo stesso schieramento del centro-destra.
Ve lo voglio dire con estrema franchezza, chiedendovi su questo una risposta ed un confronto.
Sono quelle culture che considerano l'integrazione europea come occasione di pura e semplice abolizione dei dazi e dei vincoli alla libera espressione del commercio e dell'attività economica, mettendo fra quei vincoli anche quei legami di solidarietà istituzionale finora ancorate alle carte costituzionali e ai diritti dei singoli Stati, colleghi, questo è il punto.
E sono anche quelle culture che in solo apparente contraddizione al liberismo assurto come forza più importante degli stessi vincoli di solidarietà civile e istituzionali statuali e della Repubblica, sono per le piccole patrie, per patrie di razza, per patrie di confine regionale ed economico, per patrie di stile di vita o di adesione religiosa. Piccole patrie conchiuse che sono non contraddittorie, ma alleate al liberismo che si vuole disfare degli Stati come principi sovrani a garanzia della libertà e della sovranità diffusa come garanzia della libertà di essere cittadini e non sudditi.
C'è un contrasto che esploderà fra queste due visioni, fra un Berlusconi e un Bossi, c'è un contrasto che esploderà, ma oggi la cosa drammatica e tragica è che se non si afferma una cultura democratica condivisa, la tendenza a una iper deresponsabilizzazione rispetto ai livelli collettivi, sia sul versante liberistico, sia sul versante regionalistico e comunitaristico, il rischio che noi abbiamo è che con il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, dalla prima Europa democratica, ad una nuova Europa federale, se le classi dirigenti chiamate a questo travaglio, a questo trapasso non sono concordi sul reinverare la democrazia a fondamento di questa trasposizione, di questo cambiamento, noi siamo a rischio nelle radici più profonde dei nostri diritti di cittadinanza, dei diritti di tutti, colleghi.
Ecco perché il centro-destra ha avuto tanta difficoltà anche a Bologna a prendere le distanze da quella che può sembrare una vicenda minuta, una questione amministrativa.
Eppure ci è stato persino detto: "guardate che in altri Enti locali non c'è questo riferimento, guardate che è un fatto tecnico."
No, non è così.
Ecco perché anche oggi siamo di fronte ad un ordine del giorno del centrodestra, compresa La Tua Bologna, che si limita a prendere atto delle dichiarazioni di antifascismo del Sindaco di Bologna e considera semplicemente di potere affermare un'unità della vostra maggioranza solo sulla ricusazione tecnica di questo Consiglio comunale e sul riaffido alla Commissione Statuto dell'itinerario della questione.
Non è un caso, perché questo avviene; non è un caso e lo sappiamo bene, lo sapete voi, come lo sappiamo noi; non è un caso perché nelle culture del centro-destra sono presenti quei punti che io vi ho sollevato e sono punti irrisolti.
Ecco allora i giorni che sono passati da quando i colleghi Cevenini e Benecchi hanno sollevato giustamente, seguendo l'itinerario di discussione che aveva nella Commissione Statuto il tema della Resistenza e del riferimento alla Costituzione della nostra Carta Statutaria fondamentale.
Ecco perché è avvenuto un dibattito che ha sfuggito ogni sede istituzionale, non era semplicemente una dimostrazione di arroganza da parte della Maggioranza, è che in questa sede si voglia o no dichiararla legittima, la politica deve andare nelle sue radici più profonde, non può sfuggire nelle pubbliche relazioni, non può sfuggire nella furbizia delle dichiarazioni tattiche.
No, in un Consiglio comunale la politica deve parlare sui motivi suoi più alti e forti, deve dire la verità.
Ecco il punto, ed è una verità indicibile, perché non c'è ricostruzione sui diritti fondamentali della Carta costituzionale italiana, sulla prima parte della Costituzione, come base per il passaggio al federalismo e alla nuova Repubblica d'Italia.
Oggi non c'è condivisione fra le forze politiche italiane nel centro-destra; è un problema, ripeto, ancora irrisolto.
Come ha visto Bologna questi giorni di furbizia e di dichiarazioni televisive di sfuggita alle responsabilità istituzionali di rinvio, come ha vissuto Bologna questi giorni che hanno visto, ed è molto grave colleghi, la sola Minoranza agire, perché si è arrivasse ad una discussione chiara in Consiglio comunale. Molto grave, che sia dovuta essere una parte sola a prendere questa iniziativa.
Io credo che la città abbia vissuto, reagendo certo con linguaggi diversi a seconda delle generazioni.
Certamente con lo sdegno lo sdegno di chi si è sentito colpito in prima persona come partigiano e resistente, come fondatore dei diritti di cittadinanza di cui tutti noi ci gioviamo oggi, e con l'interesse e la curiosità delle nuove generazioni che ha trovato in punte di avanguardia anche l'occasione di manifestare francamente l'interesse ai loro diritti di oggi, che devono rimanere nell'Europa di domani, che stiamo costruendo e non essere archiviati con la Resistenza alla Costituzione, io credo anche una diffusa inquietudine.
Può darsi che questo non si esprima direttamente in politica, ma Bologna, vedete, è una strana città; è una città che è posta al centro dei processi civili e politici dell'Italia da sempre, da prima che esistesse come Stato la nostra nazione.
E' la città che ha liberato per prima la servitù della gleba, è la città che ha visto dopo l'episodio della rivoluzione francese la prima Costituzione democratica affermanti i diritti dell'individuo, è una città che dopo il 1256 e dopo il 1796 ha vissuto più di altre il travaglio come libertà autonomamente cercata nella Resistenza della fine della seconda guerra mondiale.
Questo è dovuto ad un grande protagonismo politico che ha caratterizzato la storia di questa città, prima ancora che il termine politica fosse assunto nei termini della modernità, ma io credo che questo derivi anche persino dalla sua natura più propria: Bologna è una città, che è al centro delle vie di passaggio, non solo geografiche, ma culturali di questa nazione e che ha visto affermarsi le punte più alte di tutte le grandi tradizioni politiche del nostro Paese.
E' una città che non può rinchiudersi nel protagonismo della libertà d'impresa e nelle piccole patrie conchiuse, perché la nostra piccola patria - Presidente - non esisterà mai, a fronte dell'Europa.
Può esistere nelle pendici prealpine, può esistere in un sud che torna all'indietro, ma al centro dell'Italia, dove è collocata Bologna, un destino di piccola patria non risponde in alcun modo, alla coscienza di avere necessità di libertà e di ricchezza di questa terra e di questa città.
E' una città che ha bisogno di uno sviluppo che si leghi a solidarietà.
Uno sviluppo che è sempre stato teso al protagonismo dell'individuo e della collettività, perché non è fatto di grandi poteri e di grandi imprese, perché non può essere fatto così.
Cambieranno dalla campagna alla città, dall'industria meccanica alla nuova economia i prodotti, ma la nostra sarà sempre una economia sociale tesa al protagonismo di molti.
Lo è per inevitabile destino della nostra natura umana, oltre che antropologica e geografica.
Chi oggi si vuole interrogare sulla bolognesità, chi addirittura si ritiene interprete di una bolognesità tesa al confronto e allo scontro con le altre culture, non comprende questa natura profonda della nostra città.
La bolognesità non è un presepio da agitare nei quartieri del piccolo commercio.
No, la bolognesità è una profonda idealità unita ad una necessità storica, Bologna è terra di libertà, perché senza libertà non ha futuro e non ha benessere.
Noi vi sfidiamo ad interpretare anche oggi questo terreno della storia e del futuro di Bologna. Ripeto, cambieranno i nomi, cambieranno le occasioni, ma i valori non sono nati a caso con tanta forza in questa nostra città.
Per questo vi chiediamo di ritirare ordini del giorno tecnici, amministrativi, pretestuosi e di votare con noi che oggi come sempre è stato in questa città, Bologna sia all'avanguardia dei diritti di democrazia e di libertà.
Diritti modernamente intesi, ampliati, ma fondati sull'esperienza della Carta costituzionale e della Resistenza che ha in questa città una delle sue più alte e indissolubili radici.
Questo vi chiediamo: votate con noi che ora e sempre saremo dalla parte della resistenza democratica.
venerdì 2 marzo 2001
La cultura. Conferenza stampa di Davide Ferrari
INTERVENTO DEL CAPOGRUPPO DAVIDE FERRARI ALLA CONFERENZA STAMPA DELL'OPPOSIZIONE IN CONSIGLIO COMUNALE SULLA CULTURA ED IL BILANCIO DI BOLOGNA 2000.
Palazzo d'Accursio, Sala Savonuzzi, 2/3/01
Ancora noi. Ancora l'opposizione.
Dopo aver convinto il Consiglio comunale ad indire la grande Istruttoria pubblica sull'industria multimediale (con 130 imprese che hanno preso la parola), e l'audizione con il Comitato "Bologna 2000" di Martedì per avere un bilancio di cifre e di risultati, abbiamo fatto indire, raccogliendo le firme di tutti i nostri consiglieri, per Lunedì 5 Marzo un Consiglio comunale straordinario su Bologna 2000 e le politiche per la cultura.
Perché queste iniziative, perché non vogliamo fermarci alla nostra funzione di denuncia, perché non voglia dire solo dei NO ?
Il punto è che "Bologna 2000" corre un rischio.
- Chi non l'ha voluta non la difenderà (Guazzaloca, la Giunta, il centro destra)
- Chi voleva di più giustamente critica e criticherà il suo svolgimento (intellettuali, Associazione scrittori)
- In molti si aspettano che chi non l'ha gestita direttamente in Comune ne critichi gli esiti (noi, l'opposizione di centro sinistra)
ECCO ALLORA IL RISCHIO PIU' GROSSO: NON VEDERE NESSUNO SCHIERATO DALLA PARTE DI "BOLOGNA 2000"
Noi non stiamo a questo "gioco".
Vogliamo, al contrario, dare una risposta ai 10.000 bolognesi che hanno partecipato a costruire gli eventi del 2000,
ai tanti ospiti stranieri che hanno visitato, a lungo non solo come sosta, Bolognala città della Cultura.
Per fare un bilancio di " Bologna 2000" bisogna partire dagli obiettivi che voleva raggiungere.
-Assicurare a Bologna un ruolo di "capitale", di città importante e metropolitana, con un centro storico e universitario straordinario ma anche un ricco tessuto territoriale.
-Affermare la centralità del fattore Cultura nelle politiche pubbliche e nelle scelte dei privati nella città.
-Portare Bologna, come Venezia, Firenze, Roma, nel "Grand tour d'Italie", fra le mete dei grandi flussi turistici .
In parte significativa questi obiettivi sono stati se non raggiunti molto avvicinati.
Bologna 2000 ha indicato che LA NOSTRA CITTA' PUO' FARCELA.
Bologna non è più la città dipinta fino a ieri da tutte le "destre": infelice, degradata, disperata ancorchè satolla, oppure quella che oggi accarezzano: mediocre, provinciale, invecchiata nei suoi miti da rispolverare.
E' anche la città della "gioia", la città del lavoro creativo.
In questo anno straordinario di mostre, concerti, coferenze sono emersi problemi, certamente: nell'eccellenza, (selezionare gli eventi e legarli a progetti poliennali), nella rete diffusa delle iniziative, (qualificare e creare reti di partenariato fra più soggetti, fra più persone).
Ma è l'abbassamento di tiro, la sfiducia nella città, la progettualità insufficente della Giunta che sta facendo danni che potrebbero diventare irreparabili.
IL DEPOTENZIAMENTO DRASTICO DEL FUTURO DI SALA BORSA, da grande biblioteca multimediale a nuovo "Montanari" con in più solo una sede affittata ad espositori privati, e la stagnazione nella realizzazione di un vero e proprio distretto diffuso dell'impresa creativa e del multimediale, sono i due grandi indicatori che "Bologna 2000" rischia di non partorire i suoi figli migliori.
LE NOSTRE PROPOSTE.
Partiamo dal Comune, dove operiamo come consiglieri.
Innanzitutto è urgente un nuovo governo: "per" la cultura, non "della" cultura.
SI DEBBONO FARE TRE PASSI IN QUESTA DIREZIONE
I)- non deve andare perduto, neanche per un giorno il modo di lavorare e le professionalità espresse dal Comitato Istruttore, chiediamo che si trovino le forme più adatte perché NON SI SCIOLGA IL COORDINAMENTO CONTINUO FRA COMUNE, PROVINCIA, REGIONE,UNIVERSITA', CAMERA DI COMMERCIO
Serve un "governo largo" ed efficiente per la cultura.
II)-In Comune serve una svolta. Troppi Assessori parlano di cultura e cercano di occuparsene.
Come nelle squadre di calcio perdenti tutti sono Commissari tecnici e nessuno ha una idea di gioco.
Così abbiamo: Monaco:la bolognesità minore e passatista, Raisi: il produttivismo dei cento rapporti personali, Pannuti: l'ideologismo senza efficienza, Salizzoni: il velleitarismo ideale e la disattenzione concreta alla Comunicazione moderna, Monduzzi:il giovanilismo, Foschini :la "cattiveria" degli affitti esosi per le associazioni "nemiche".
L'Assessore Deserti ha dapprima creduto di dover fermare tutto poi ha avuto l'intelligenza di fare il meno possibile.
La svolta che proponiamo?
Da un lato SI REALIZZI UN UNICO DIPARTIMENTO CULTURALE, CON UNA FIGURA DIRIGENTE COORDINATIVA UNICA, PER CULTURA, SCUOLA, FORMAZIONE, RAPPORTO CON L'UNIVERSITA',COMUNICAZIONE E TELEMATICA,.
Dall'altro lato SI ARRIVI AD UN ASSESSORATO "Cultura" PIU' LEGGERO, di "coordinamento" più che di "indirizzo" e soprattutto non di "scelta politica",
MI PIACEREBBE INTITOLARLO COSI':
"ASSESSORATO AL COORDINAMENTO DELLE LIBERTA' E DELLE AUTONOMIE CULTURALI"
Quali queste libertà e autonomie?
-Fondazioni, Istituzioni, Libere forme associative, ma anche l'Università e le Scuole, che con le riforme in corso hanno finalmente autonomia.
Tutta la cultura in Italia, in questi anni è stata deministerializzata. Bisogna prenderne atto anche a Bologna.
Da questo punto di vista bisogna fermare subito scelte davvero negative:
-le condizioni capestro poste da Foschini alle Libere Forme Associative,
-la mancanza di un rapporto serio con l'Università, dopo il tentativo di un rapporto personalistico fra Guazzaloca, Roversi Monaco ed il candidato sconfitto Cantelli Forti, è tutto fermo:
Con il medesimo obiettivo bisogna invece fare scelte positive urgenti:
-completare la realizzazione e il rinnovamento delle grandi infrastrutture con progetti adeguati, BISOGNA ATTUARE SUBITO IL PROTOCOLLO CITTA'-UNIVERSITA' E COCLUDERE COME PREVISTO I GRANDI PROGETTI, A COMINCIARE DA SALA BORSA e SANTA CRISTINA, ma anche Manifattura, Forno del Pane, Museo della Musica, Stalle Bentivogliesche;
-verificare, con Università e Scuole tutti i servizi culturali diffusi, a cominciare dalla rete bibliotecaria diffusa, orientandole a dienire start-up di vocazioni alla produzione culturale di giovanissimi, giovani , ma anche adulti.
-fare un piano per insediamenti imprenditoriali e associativi diffusi in tutta la città, come previsto anche dalla "proposta Benecchi";
-per le Scuole, insieme a seguire tutti i cambiamenti della riforma, occuparsi, con la Provincia ma anche con le categorie le imprese, l'Università di creare
POLI SCOLASTICI SUPERIORI A PRECISA FINALITA': così il Polo Artistico alle ex-Sirani, ed una "Scuola delle scuole", un polo magistrale moderno, mettendo al lavoro insieme il patrimonio delle ex-magistrali Laura Bassi e degli storici Licei-ginnasi cittadini, che formi insegnanti e formatori necessari a rinnovare e gestire il sistema scolastico ed educativo ricchissimo di Bologna, dall'Infanzia e i Nidi all'Educazione degli adulti.
Infine: Guazzaloca oggi propone, dopo il Bacchelli, il premio Cappelli e le giornate per Gino Cervi.
Benissimo, ma la bolognesità deve essere all'altezza di Bologna.
Allora due proposte in forma di esempio:
1) il premio Bacchelli trovi una sua dimensione reale e non mondana nel panorama culturale nazionale, diventi un premio rivolto a promuovere le grandi esperienze di scrittura che sono a Bologna insieme ai grandi della letteratura mondiale, individui di anno in anno temi sui quali fare discutere e produrre la cultura letteraria, si rivolga all' inedito raccogliendo la bellissima e decennale esperienza del "Navile"
2) si promuova una grande edizione multimediale di quanto è stato detto, scritto, disegnato, filmato, musicato "per" e "durante" "Bologna 2000", tramite un consorzio di Case editrici locali e, da qui, si pongano le condizioni per una nuova grande Collana libraria di arte e letteratura edita a Bologna e di valore nazionale, che manca da troppi decenni e che nessuna casa editrice, fra quante presenti in città, può da sola garantire.
Davide Ferrari
Palazzo d'Accursio, Sala Savonuzzi, 2/3/01
Ancora noi. Ancora l'opposizione.
Dopo aver convinto il Consiglio comunale ad indire la grande Istruttoria pubblica sull'industria multimediale (con 130 imprese che hanno preso la parola), e l'audizione con il Comitato "Bologna 2000" di Martedì per avere un bilancio di cifre e di risultati, abbiamo fatto indire, raccogliendo le firme di tutti i nostri consiglieri, per Lunedì 5 Marzo un Consiglio comunale straordinario su Bologna 2000 e le politiche per la cultura.
Perché queste iniziative, perché non vogliamo fermarci alla nostra funzione di denuncia, perché non voglia dire solo dei NO ?
Il punto è che "Bologna 2000" corre un rischio.
- Chi non l'ha voluta non la difenderà (Guazzaloca, la Giunta, il centro destra)
- Chi voleva di più giustamente critica e criticherà il suo svolgimento (intellettuali, Associazione scrittori)
- In molti si aspettano che chi non l'ha gestita direttamente in Comune ne critichi gli esiti (noi, l'opposizione di centro sinistra)
ECCO ALLORA IL RISCHIO PIU' GROSSO: NON VEDERE NESSUNO SCHIERATO DALLA PARTE DI "BOLOGNA 2000"
Noi non stiamo a questo "gioco".
Vogliamo, al contrario, dare una risposta ai 10.000 bolognesi che hanno partecipato a costruire gli eventi del 2000,
ai tanti ospiti stranieri che hanno visitato, a lungo non solo come sosta, Bolognala città della Cultura.
Per fare un bilancio di " Bologna 2000" bisogna partire dagli obiettivi che voleva raggiungere.
-Assicurare a Bologna un ruolo di "capitale", di città importante e metropolitana, con un centro storico e universitario straordinario ma anche un ricco tessuto territoriale.
-Affermare la centralità del fattore Cultura nelle politiche pubbliche e nelle scelte dei privati nella città.
-Portare Bologna, come Venezia, Firenze, Roma, nel "Grand tour d'Italie", fra le mete dei grandi flussi turistici .
In parte significativa questi obiettivi sono stati se non raggiunti molto avvicinati.
Bologna 2000 ha indicato che LA NOSTRA CITTA' PUO' FARCELA.
Bologna non è più la città dipinta fino a ieri da tutte le "destre": infelice, degradata, disperata ancorchè satolla, oppure quella che oggi accarezzano: mediocre, provinciale, invecchiata nei suoi miti da rispolverare.
E' anche la città della "gioia", la città del lavoro creativo.
In questo anno straordinario di mostre, concerti, coferenze sono emersi problemi, certamente: nell'eccellenza, (selezionare gli eventi e legarli a progetti poliennali), nella rete diffusa delle iniziative, (qualificare e creare reti di partenariato fra più soggetti, fra più persone).
Ma è l'abbassamento di tiro, la sfiducia nella città, la progettualità insufficente della Giunta che sta facendo danni che potrebbero diventare irreparabili.
IL DEPOTENZIAMENTO DRASTICO DEL FUTURO DI SALA BORSA, da grande biblioteca multimediale a nuovo "Montanari" con in più solo una sede affittata ad espositori privati, e la stagnazione nella realizzazione di un vero e proprio distretto diffuso dell'impresa creativa e del multimediale, sono i due grandi indicatori che "Bologna 2000" rischia di non partorire i suoi figli migliori.
LE NOSTRE PROPOSTE.
Partiamo dal Comune, dove operiamo come consiglieri.
Innanzitutto è urgente un nuovo governo: "per" la cultura, non "della" cultura.
SI DEBBONO FARE TRE PASSI IN QUESTA DIREZIONE
I)- non deve andare perduto, neanche per un giorno il modo di lavorare e le professionalità espresse dal Comitato Istruttore, chiediamo che si trovino le forme più adatte perché NON SI SCIOLGA IL COORDINAMENTO CONTINUO FRA COMUNE, PROVINCIA, REGIONE,UNIVERSITA', CAMERA DI COMMERCIO
Serve un "governo largo" ed efficiente per la cultura.
II)-In Comune serve una svolta. Troppi Assessori parlano di cultura e cercano di occuparsene.
Come nelle squadre di calcio perdenti tutti sono Commissari tecnici e nessuno ha una idea di gioco.
Così abbiamo: Monaco:la bolognesità minore e passatista, Raisi: il produttivismo dei cento rapporti personali, Pannuti: l'ideologismo senza efficienza, Salizzoni: il velleitarismo ideale e la disattenzione concreta alla Comunicazione moderna, Monduzzi:il giovanilismo, Foschini :la "cattiveria" degli affitti esosi per le associazioni "nemiche".
L'Assessore Deserti ha dapprima creduto di dover fermare tutto poi ha avuto l'intelligenza di fare il meno possibile.
La svolta che proponiamo?
Da un lato SI REALIZZI UN UNICO DIPARTIMENTO CULTURALE, CON UNA FIGURA DIRIGENTE COORDINATIVA UNICA, PER CULTURA, SCUOLA, FORMAZIONE, RAPPORTO CON L'UNIVERSITA',COMUNICAZIONE E TELEMATICA,.
Dall'altro lato SI ARRIVI AD UN ASSESSORATO "Cultura" PIU' LEGGERO, di "coordinamento" più che di "indirizzo" e soprattutto non di "scelta politica",
MI PIACEREBBE INTITOLARLO COSI':
"ASSESSORATO AL COORDINAMENTO DELLE LIBERTA' E DELLE AUTONOMIE CULTURALI"
Quali queste libertà e autonomie?
-Fondazioni, Istituzioni, Libere forme associative, ma anche l'Università e le Scuole, che con le riforme in corso hanno finalmente autonomia.
Tutta la cultura in Italia, in questi anni è stata deministerializzata. Bisogna prenderne atto anche a Bologna.
Da questo punto di vista bisogna fermare subito scelte davvero negative:
-le condizioni capestro poste da Foschini alle Libere Forme Associative,
-la mancanza di un rapporto serio con l'Università, dopo il tentativo di un rapporto personalistico fra Guazzaloca, Roversi Monaco ed il candidato sconfitto Cantelli Forti, è tutto fermo:
Con il medesimo obiettivo bisogna invece fare scelte positive urgenti:
-completare la realizzazione e il rinnovamento delle grandi infrastrutture con progetti adeguati, BISOGNA ATTUARE SUBITO IL PROTOCOLLO CITTA'-UNIVERSITA' E COCLUDERE COME PREVISTO I GRANDI PROGETTI, A COMINCIARE DA SALA BORSA e SANTA CRISTINA, ma anche Manifattura, Forno del Pane, Museo della Musica, Stalle Bentivogliesche;
-verificare, con Università e Scuole tutti i servizi culturali diffusi, a cominciare dalla rete bibliotecaria diffusa, orientandole a dienire start-up di vocazioni alla produzione culturale di giovanissimi, giovani , ma anche adulti.
-fare un piano per insediamenti imprenditoriali e associativi diffusi in tutta la città, come previsto anche dalla "proposta Benecchi";
-per le Scuole, insieme a seguire tutti i cambiamenti della riforma, occuparsi, con la Provincia ma anche con le categorie le imprese, l'Università di creare
POLI SCOLASTICI SUPERIORI A PRECISA FINALITA': così il Polo Artistico alle ex-Sirani, ed una "Scuola delle scuole", un polo magistrale moderno, mettendo al lavoro insieme il patrimonio delle ex-magistrali Laura Bassi e degli storici Licei-ginnasi cittadini, che formi insegnanti e formatori necessari a rinnovare e gestire il sistema scolastico ed educativo ricchissimo di Bologna, dall'Infanzia e i Nidi all'Educazione degli adulti.
Infine: Guazzaloca oggi propone, dopo il Bacchelli, il premio Cappelli e le giornate per Gino Cervi.
Benissimo, ma la bolognesità deve essere all'altezza di Bologna.
Allora due proposte in forma di esempio:
1) il premio Bacchelli trovi una sua dimensione reale e non mondana nel panorama culturale nazionale, diventi un premio rivolto a promuovere le grandi esperienze di scrittura che sono a Bologna insieme ai grandi della letteratura mondiale, individui di anno in anno temi sui quali fare discutere e produrre la cultura letteraria, si rivolga all' inedito raccogliendo la bellissima e decennale esperienza del "Navile"
2) si promuova una grande edizione multimediale di quanto è stato detto, scritto, disegnato, filmato, musicato "per" e "durante" "Bologna 2000", tramite un consorzio di Case editrici locali e, da qui, si pongano le condizioni per una nuova grande Collana libraria di arte e letteratura edita a Bologna e di valore nazionale, che manca da troppi decenni e che nessuna casa editrice, fra quante presenti in città, può da sola garantire.
Davide Ferrari
giovedì 26 ottobre 2000
Sfratti. La Destra colpisce gli ultimi.
Il Senato boccia il decreto sugli sfratti.
La lotta politica della Destra colpisce gli "ultimi".
E' necessaria una reazione, per l'equità, per la solidarietà.
Giudico molto grave il voto con il quale il Senato ha bocciato la conversione del decreto legge 29 settembre 2006 n.261, che quindi è decaduto.
Il decreto determinava il blocco degli sfratti per finita locazione di immobili
ad uso abitativo, a favore di conduttori con reddito annuo famigliare inferiore
a Euro 27.000 e con presenza nel nucleo famigliare di persone ultrasettantenni,
figli a carico, malati terminali o portatori di handicap con invalidità superiore al 66%.
Tecnicamente sono state accolte le pregiudiziali di costituzionalità
presentate dal centrodestra (senatori Pastore e Ferrara di FI).
Il provvedimento a) riguardava soggetti ben precisi assolutamente bisognosi dell’aiuto pubblico; b) escludeva sfratti per morosità; 3) non era un provvedimento di pura proroga dell'esistente, accompagnando la sospensione
degli sfratti con disposizioni per programmi di edilizia sovvenzionata ed agevolata da parte dei Comuni e un piano nazionale straordinario di edilizia residenziale pubblica a favore degli stessi soggetti beneficiari della sospensione.
La bocciatura del Senato mostra una destra scatenata che pur di braccare il Governo ha dimostrato una ben scarsa sensibilità verso le persone in condizioni di bisogno.
Insomma, quella cultura dell’ ”abbandono” di chi ha bisogno che alimenta
da tempo il grande “piano inclinato” di rinuncia al principio costituzionale
della solidarietà.
E’ stato stimato che il decreto riguardasse circa 200.000 famiglie.
fra queste centinaia sono a bologna, moltissimi gli anziani in età molto avanzata.
La grande stampa ha sottolineato quasi escluisivamente la sconfitta del Governo ma sconfitte, ancora una volta sono queste famiglie.
L'opposizione al Governo sempre di più si colora o come una offensiva tesa ad intercettare categorie e corporazioni, contro l'interesse generale, oppure come attacchi diretti alla solidarietà ed all'equità.
Quanto è avvenuto deve indurre ad una reazione. Non basta governare. L'Unione e l'Ulivo devono sopstenere, nella società, le ragioni della giustizia sociale che sono nei provvedimenti di questo Governo.
Davide Ferrari
La lotta politica della Destra colpisce gli "ultimi".
E' necessaria una reazione, per l'equità, per la solidarietà.
Giudico molto grave il voto con il quale il Senato ha bocciato la conversione del decreto legge 29 settembre 2006 n.261, che quindi è decaduto.
Il decreto determinava il blocco degli sfratti per finita locazione di immobili
ad uso abitativo, a favore di conduttori con reddito annuo famigliare inferiore
a Euro 27.000 e con presenza nel nucleo famigliare di persone ultrasettantenni,
figli a carico, malati terminali o portatori di handicap con invalidità superiore al 66%.
Tecnicamente sono state accolte le pregiudiziali di costituzionalità
presentate dal centrodestra (senatori Pastore e Ferrara di FI).
Il provvedimento a) riguardava soggetti ben precisi assolutamente bisognosi dell’aiuto pubblico; b) escludeva sfratti per morosità; 3) non era un provvedimento di pura proroga dell'esistente, accompagnando la sospensione
degli sfratti con disposizioni per programmi di edilizia sovvenzionata ed agevolata da parte dei Comuni e un piano nazionale straordinario di edilizia residenziale pubblica a favore degli stessi soggetti beneficiari della sospensione.
La bocciatura del Senato mostra una destra scatenata che pur di braccare il Governo ha dimostrato una ben scarsa sensibilità verso le persone in condizioni di bisogno.
Insomma, quella cultura dell’ ”abbandono” di chi ha bisogno che alimenta
da tempo il grande “piano inclinato” di rinuncia al principio costituzionale
della solidarietà.
E’ stato stimato che il decreto riguardasse circa 200.000 famiglie.
fra queste centinaia sono a bologna, moltissimi gli anziani in età molto avanzata.
La grande stampa ha sottolineato quasi escluisivamente la sconfitta del Governo ma sconfitte, ancora una volta sono queste famiglie.
L'opposizione al Governo sempre di più si colora o come una offensiva tesa ad intercettare categorie e corporazioni, contro l'interesse generale, oppure come attacchi diretti alla solidarietà ed all'equità.
Quanto è avvenuto deve indurre ad una reazione. Non basta governare. L'Unione e l'Ulivo devono sopstenere, nella società, le ragioni della giustizia sociale che sono nei provvedimenti di questo Governo.
Davide Ferrari
venerdì 13 ottobre 2000
Allarme antisemitismo, denuncia dei Ds.
L'ANTISEMITISMO serpeggia anche a Bologna e in regione. E naviga in Internet. A dare l'allarme è Davide Ferrari che lancia un appello alla destra: 'Occorre un'azione comune per arginare i gruppi antisemiti nella nostra città'. Il capogruppo Ds in Comune, sociologo delle religioni, ha presentato ieri i risultati di un'indagine su Internet (un'inchiesta è apparsa recentemente su Repubblica.it) partita dalla denuncia contro un sito internazionale, 'Holywar', che pubblica il peggio del repertorio antiebraico arrivando a mettere in rete i cognomi di quasi diecimila famiglie ebree italiane. 'E' la punta di un iceberg pericoloso' dice Ferrari denunciando collegamenti del sito, dove si trova anche una petizione al sindaco contro l'apertura a Bologna della prima macelleria di rito 'ebraicoislamico', con altri gruppi presenti in Emilia. Ferrari descrive l'indagine in Internet come 'un viaggio nell'orrido' e annuncia che consegnerà 'il materiale alle autorità competenti'. E ad An dice: 'Non è possibile che in consiglio comunale non si riesca mai ad avere l'unanimità su ordini del giorno in cui si nomina la parola Olocausto e antisemitismo'. (i.v.)
Da Repubblica, 13 Ottobre 2000
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/10/13/allarme-antisemitismo-ds-appello-alla-destra.html
Da Repubblica, 13 Ottobre 2000
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2000/10/13/allarme-antisemitismo-ds-appello-alla-destra.html
domenica 27 agosto 2000
Festa naz. Unità 2000. Dibattito con Bersani.
Davide Ferrari presiede l'incontro con Pierluigi Bersani ed altri alla Festa Nazionale dell'Unità di Bologna del 2000.
Da Radio Radicale la registrazione, cui si può accedere dal link sottostante.
Da Radio Radicale la registrazione, cui si può accedere dal link sottostante.
mercoledì 2 agosto 2000
Addio Centi agitatore di poesia
La Repubblica. 02 agosto 2000 — BOLOGNA
Si è spento domenica scorsa, nella casa di famiglia all'Aquila, Gilberto Centi. Aveva 53 anni; due anni fa era stato colpito da un male incurabile. Gilberto Centi viveva a Bologna dal '68, scriveva sulle pagine dell'Unità e di "Zero in condotta", ma il suo vero lavoro era quello di «agitatore di poesia». Scriveva lui stesso poesia, ma quel che soprattutto gli piaceva fare, ed era l'unico a compierlo con tanto accanimento, era indagare la poesia degli altri, era scovarla, portarla alla superficie della città, farla ascoltare al Link, all'osteria del Montesino e farla leggere, darne nomi e testimonianza. Ha lasciato, oltre a un'infinità di articoli, due antologie, due censimenti in realtà, dei poeti a Bologna. Pubblicò il primo nel 1991, "Bologna e i suoi poeti", curato assieme a Carla Castelli: raccoglieva 253 poeti. Ne curò una seconda edizione, con l'editrice Pendragon, nel 1997, "Voci di poesia. Rassegna dei poeti contemporanei a Bologna": raccoglieva 286 poeti. Molti «sommersi», molti «inediti», alcuni noti, certi notissimi: Stefano Benni, Alessandra Berardi, Franco Berardi, Giorgio Celli, Davide Ferrari, Salvatore Jemma, Claudio Lolli, Fabrizio Lombardo, Roberto Roversi, Gregorio Scalise, Giancarlo Sissa~ I loro testi pubblicati accanto ad absolute beginners. Programmaticamente, Centi non esercitava nessuna selezione. O meglio, selezionava i testi, ma non i poeti. La poesia era, ai suoi occhi, comunque documento e forse profezia di una realtà urbana, sociale, esistenziale, era materiale di indagine ed essa stessa indagine. Dunque gli piaceva conoscere, esplorare e catalogare. Ha avuto in Roberto Roversi il suo maestro. Ha trovato sodali in miriadi di associazioni e circoli di poesia. Si chiedeva: «Ma a che serve scrivere?». E nel '91, nell'introduzione al suo censimento, aveva suggerito la risposta che diede Jean Ricardou all'analogo interrogativo di Sartre, «a cosa serve la letteratura di fornte a un bambino che muore di fame?». «La letteratura aveva replicato Ricardou è lo strumento indispensabile per renderci attenti alla morte di quel bambino. Essa crea lo spazio dentro il quale la morte per fame di quel bambino è uno scandalo. Dà senso a quella morte». Nella poesia di Bologna, ai cui confini aveva circoscritto la sua indagine, Centi cercava la risonanza e il senso di una città che definiva opulenta, pigra, rassicurante, feroce. E i poeti? Generalmente considerati «inservibili», diceva. Ma il tempo aggiungeva si sa, rende giustizia. - BRUNELLA TORRESIN
Si è spento domenica scorsa, nella casa di famiglia all'Aquila, Gilberto Centi. Aveva 53 anni; due anni fa era stato colpito da un male incurabile. Gilberto Centi viveva a Bologna dal '68, scriveva sulle pagine dell'Unità e di "Zero in condotta", ma il suo vero lavoro era quello di «agitatore di poesia». Scriveva lui stesso poesia, ma quel che soprattutto gli piaceva fare, ed era l'unico a compierlo con tanto accanimento, era indagare la poesia degli altri, era scovarla, portarla alla superficie della città, farla ascoltare al Link, all'osteria del Montesino e farla leggere, darne nomi e testimonianza. Ha lasciato, oltre a un'infinità di articoli, due antologie, due censimenti in realtà, dei poeti a Bologna. Pubblicò il primo nel 1991, "Bologna e i suoi poeti", curato assieme a Carla Castelli: raccoglieva 253 poeti. Ne curò una seconda edizione, con l'editrice Pendragon, nel 1997, "Voci di poesia. Rassegna dei poeti contemporanei a Bologna": raccoglieva 286 poeti. Molti «sommersi», molti «inediti», alcuni noti, certi notissimi: Stefano Benni, Alessandra Berardi, Franco Berardi, Giorgio Celli, Davide Ferrari, Salvatore Jemma, Claudio Lolli, Fabrizio Lombardo, Roberto Roversi, Gregorio Scalise, Giancarlo Sissa~ I loro testi pubblicati accanto ad absolute beginners. Programmaticamente, Centi non esercitava nessuna selezione. O meglio, selezionava i testi, ma non i poeti. La poesia era, ai suoi occhi, comunque documento e forse profezia di una realtà urbana, sociale, esistenziale, era materiale di indagine ed essa stessa indagine. Dunque gli piaceva conoscere, esplorare e catalogare. Ha avuto in Roberto Roversi il suo maestro. Ha trovato sodali in miriadi di associazioni e circoli di poesia. Si chiedeva: «Ma a che serve scrivere?». E nel '91, nell'introduzione al suo censimento, aveva suggerito la risposta che diede Jean Ricardou all'analogo interrogativo di Sartre, «a cosa serve la letteratura di fornte a un bambino che muore di fame?». «La letteratura aveva replicato Ricardou è lo strumento indispensabile per renderci attenti alla morte di quel bambino. Essa crea lo spazio dentro il quale la morte per fame di quel bambino è uno scandalo. Dà senso a quella morte». Nella poesia di Bologna, ai cui confini aveva circoscritto la sua indagine, Centi cercava la risonanza e il senso di una città che definiva opulenta, pigra, rassicurante, feroce. E i poeti? Generalmente considerati «inservibili», diceva. Ma il tempo aggiungeva si sa, rende giustizia. - BRUNELLA TORRESIN
domenica 16 luglio 1995
domenica 7 giugno 1987
sabato 15 settembre 1984
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