giovedì 7 giugno 2007

Società civile, culture: facciamo il punto sul PD.

Associazione della Sinistra
per il Partito Democratico

Bologna Giovedì 7 Giugno 2007
sala Londra,
Hotel Europa, via Boldrini 11, Bologna
 
 
Società civile, culture:
facciamo il punto sul Partito Democratico


Incontro

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Saranno presenti:

Luca Alessandrini, Gian Mario Anselmi, Augusto Barbera, Leonardo
Barcelo, Nuccio Bellodi, Stefano Benassi, Stefano Bonaga, Matteo Bortolotti, Stefano Caliandro, Stefano Canestrari, Giovanna Cantoni De Sabbata, Rocco Cardamone, Giorgio Celli, Otello Ciavatti, Giancarla Codrignani,  Alberto Cossarini, Andrea Cotti, Giuseppe D'Agata, Piero Dall'Occa, Chiara Degli Esposti, Giovanni De Rose, Elisa Ercolessi, Rosanna Facchini, Carla Faralli, Mario Federici, Davide Ferrari, Giorgio Festi, Rita Finzi, Marcello Fois, Carlo Galli, Guido Gambetta, Gianni Ghiselli, Tommaso F.Giupponi, Roberto Grandi, Laura Grassi, Giacomo Manzoli, Luigi Mariucci , Eugenio Mastrorocco, Umberto Mazzone, Marco Mazzoli, Massimo Meliconi, Stefano Mingardi, Piero Mioli, Andrea Morrone, Paolo Orioli, Cosimo Orsillo, Vera Ottani, Marilena Pillati, Giuseppe Pinelli, Francesca Puglisi, Laura Renzoni Governatori, Werter Romani,Gregorio Scalise, Giovanni Sedioli, Serse Soverini, Paolo Staffiere, Siriana Suprani, Diletta Tega, Walter Tega, Micol Tuzi.
 
Intervengono:
Andrea De Maria
Gianluca Benamati
INVITO

martedì 29 maggio 2007

Bologna 1977. La cultura, dopo.

Associazione culturale "La casa dei pensieri"
Fondata nel 1987. Da una idea di Paolo Volponi


Casadeipensieri

Primavera-Estate 2007

"Bologna 1977. La cultura, dopo"
Arti, musica, letteratura, comunicazione,
i percorsi dopo il '77

 
Festa dell'Unità
in via Due Madonne, a Bologna.

martedì 29 maggio, alle ore 21

 
Intervengono:

Claudio Lolli,
Andrea Morini,
Enrico Palandri,
Gregorio Scalise,
Giancarlo Ambrogio Vitali,

Presiede:
Davide Ferrari


Il '77 dopo trenta anni, non per rievocare, non per giudicare.
il punto in quest'occasione è quello dell'arte, della musica, della letteratura e della produzione comunicativa: come mutarono dopo il '77, come la generazione protagonista di quel movimento ha segnato la cultura italiana contemporanea.
 
 
INVITO

venerdì 25 maggio 2007

“E’ la natura che vi condanna”

Una sentenza, quella dell’avvocato Foschini(V.Presidente del Consiglio comunale di Bologna, di Forza Italia, ndr) rivolta ai Gay, sulla quale è difficile non consentire.
La natura, è vero, non è democratica. Così come ha messo al mondo Don Giovanni Tenorio e, per fortuna, l’On. Franco Grillini, così ha prodotto Rita Levi Montalcini ed il medesimo Foschini. Quale ingiustizia!
Da sempre, da Sparta a Saint-Just, gl’ideologi egualitari, sia di Destra che di Sinistra, provano a lottare contro la natura. In generale costringendo i seguaci a una divisa. Per questo l’imperatore Ming, del pianeta Mongo di Flash Gordon, costringeva tutti a raparsi a zero perchè non si notasse la sua gialla calvizie.
Allora ha ragione Foschini, è meglio arrendersi alla naturalità?
Ma, ahinoi, la storia è andata avanti. Non siamo più nudi di fronte alle intemperie, non siamo senza difesa di fronte alla bizzarria della Natura. Alla calvizie si rimedia con un trapianto, come ha fatto il Ming di Arcore. Così come lo stesso imperatore nostrano ha dimostrato che bastano due tacchi nascosti nella tomaia e la statura inadeguata è esorcizzata. “Più protesi per tutti!”.
Ci fu un tempo nel quale Vescovi battaglieri e predicatori itineranti cercarono, senza successo, di impedire l’uso dell’anestetico ai cavadenti perchè il dolore è nell’ordine delle cose e sarebbe stato sovversivo cercare di attenuarlo.
”E’ causa di dolore il nascimento”, così la Bibbia.
E ancora stenta a diffondersi l’epidurale. Chissà perchè. Meno letta la Bibbia che ricorda le prime medicine ed insegna ad alleviare le sofferenze.
”I poveri saranno sempre con voi”, dice il Signor Gesù Cristo, e, invece di trarne spunto, come i tanti Don Bosco, per una carità inesausta, qualche polemista paolotto dell’ottocento, ma anche le suorine che mi ebbero scolaro negli anni ’60, ne ricavavano l’insegnamento che cercare di vincere la povertà è andar contro l’ordine stabilito dell’universo. Questione di punti di vista.
L’idea che l’uomo sia solo figlio della Natura e che tutto ciò che lo allontana da lei è male, è un bizzarro ragionamento, durissimo a morire.
Provarono a coniugarlo anche gli ecologi fondamentalisti di moda qualche decennio fa. Siccome non risultavano ancora rinoceronti gay o zanzare lesbiche, pareva loro opportuno che i diversi fra gli umani fossero più condiscendenti al gusto dei più. Confesso che quando mi parlano di comunità contraddistinte dal rifiuto della luce elettrica, dal riso bollito e dall’artigianato alternativo, provo,assieme ad una viva simpatia, un’irresistibile desiderio di un taxi e di un Mc Donald.
D’altra parte decidere cosa è davvero innaturale è difficilissimo. Ognuno è incline a dire normali le proprie abitudini ed a inorridire di quelle altrui. Con i punkkabbestia socializziamo tutti con difficoltà, riconosciamolo, ma sugli usi sessuali ci si divide.
Forza Italia tollera la diversità quando è mediatica, nei giurati di qualche reality di Mediaset, anche se a stretto contatto con aspiranti divetti, ma la vorrebbe lontana dalle anagrafi e dagli stati di famiglia. Insomma: se serve all’audience sì, se allontana la preferenza no.
Più che “Todo modo”, il motto sembra essere “Tutto fa brodo”.
Si dice: “non parliamo di voi, ma dei figli”. Non devono nascere figli da gay. E quelli che già sono nati, figli di un uomo o di una donna omosessuali, che ne facciamo? Li cancelliamo, li affidiamo a qualche accogliente famiglia normale? Come i figli degli squartati dai militari nazisti in Argentina, adottati poi da caritatevoli famigliuole bene. Ricordo, sull’alpe di Praly, sopra Pinerolo, nell’aspra montagna valdese, la sagoma di un prete. Sì proprio uno di quelli con la tonaca nera, lunga e lisa. Un uomo solitario, fra tanti protestanti, fierissimo del suo cattolicesimo, più di Nereo Rocco.
Uno che si sentiva carico del peso della responsabilità del mondo. Del mondo così com’è, con la natura, e gli uomini che nulla ne capiscono. Un sacerdote dall’aria mite e dalla fede durissima. Don Barbero, il prete che - lo accusarono - sposava i gay.
E’ vero: anche lo scandalo turba e può far danno. Ma molto cambia con i tempi, ed è facile immaginare che un giorno esempi come questi saranno preziosi.
Diamoci, tutti, una via d’uscita da queste brutte giornate. Ricordiamo che uno scontro sulla dignità delle persone, una divisione, non si dimenticano per mille anni.

Davide Ferrari
Unità 24 maggio 2007
www.davideferrari.org

sabato 19 maggio 2007

"Non capisco Rosy Bindi"

ROMA. Nel merito della dichiarazione di oggi (18 Maggio 2007) del Ministro Rosy Bindi sulla necessità di chiudere i giornali esistenti e/o fare una “nuova testata” come organo del Partito Democratico, Davide Ferrari, coordinatore nazionale dell’associazione “Sinistra per il PD” esprime il suo dissenso.
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“Non capisco Rosy Bindi. – afferma Ferrari - Come già quando dichiarò a proposito delle sedi (vendere quelle dei Ds e comprarne di nuove, ndr) mi pare che, anche per quanto riguarda il quotidiano l’Unità, il nostro ministro faccia prevalere la logica della sottrazione a quella dell'addizione. Non sono sicuro che serva un organo ufficiale. Mi pare una logica un pò vecchia. In ogni caso crediamo che non debba morire nulla ma si debbano cercare forme di comunicazione larghe e innovative. Ci piacerebbe, - conclude il coordinatore dell’associazione - lavorando in un’associazione di cittadini con molti giovani, che si pensasse a come realizzare un grande portale del PD nell’Internet, piuttosto che prefigurare chiusure e dispersione di patrimoni di credibilità e di democrazia”.

(da www.pupia.tv)

Una missione laica per il PD

La questione della laicità dello Stato e delle forme della presenza dei cattolici nella vita politica si è riaperta in modo dirompente.
Vi sono cause di ampia portata. Sono note ma non è inutile provare a citarle.
Innanzitutto la crisi delle ideologie narrative, delle loro definizioni del progresso, che riporta i corollari ideologici delle fedi in primo piano, apparentemente senza contendenti e comunque senza più il senso di un limite imposto loro dall'evoluzione storica.
Ma anche il sempre più marcato pluralismo delle scelte di fede e dei comportamenti etici sembra spingere la Chiesa cattolica, soprattutto nei paesi di più solida o quasi esclusiva presenza, ad una battaglia aspra per la difesa delle aree di egemonia.
In Italia questi fenomeni convivono, com'è evidente, con vicende più ravvicinate: la scomparsa della Democrazia Cristiana e la fine, in un sistema bipolarista di un "centro" dove, naturaliter, possano confluire le adesioni e le scelte di militanza della parte dell'opinione cattolica più influenzata dalle gerarchie e dalla struttura di appartenenza della Chiesa.
Una situazione dove il crinale delle maggioranze sembra impossibile da varcare senza la conquista del voto cattolico più organizzato.
In questo quadro, dove ogni compromesso sembra rotto per sempre, o destinato a rompersi, cerca di realizzarsi un processo di modernizzazione della politica, il Partito Democratico, che scommette su un confronto che non si radicalizzi su visioni generali e contrapposte della società e della vita.
Il PD può "farcela"? Può proporre , e imporre, dialogo e collaborazione a chi punta sulla globalità, sull'interezza delle scelte?
Se ogni volta dovesse risolversi come Sabato 12 Maggio, il pessimismo sarebbe più che giustificato.
Ma l'unità della Repubblica non può reggere la prova di un confronto di civiltà al proprio interno.
Devono essere messe ben in chiaro le conseguenze che produrrebbe: il blocco dell'integrazione dei migranti, l'approfondirsi della diversità fra Nord e Sud, fra città e provincia, fra le generazioni, oltre che fra le diverse scelte di vita.
E' evidente che occorre reagire, invertire il processo in corso, proporre all'Italia strade diverse. Innanzitutto riferite al senso di responsabilità.
Il PD può diventare l'unica grande forza capace di fare il primo passo in questa direzione. La sua missione è di rivolgersi all'opinione pubblica, a tutti i cittadini di buona volontà, per rifiutare lo scontro. Proporre una politica che sia garante della serenità pubblica, dell'avanzamento dei diritti, del senso dei doveri, della possibilità di far crescere, insieme, la Repubblica. Proprio i suoi caratteri plurali, e quindi laici, possono trasformarsi in fattore di costruttività positiva. Il Partito Democratico può essere un'ancora nelle tempeste delle guerre di identità, nel gioco tragico delle reciproche esclusioni e delegittimazioni.
Ma non è per nulla scontato che questo accada, e soprattutto non è qualcosa che si può ottenere senza una franca battaglia politica.
In primo luogo per rivolgersi a tutti gli italiani, bisogna definire il proprio "spazio politico", il proprio campo di proposta.
A tutte le tradizioni che stanno dando vita al partito , da qualunque esperienza politica provengano, spetta il compito di contribuire con fermezza, a viso aperto, a questo chiarimento.
Una chiarezza alla quale è ancor più necessario contribuiscano, proprio ora, all'inizio del percorso, i cattolici democratici che credono al PD.
Una clericalizzazione della politica non può essere la linea di nessuno che ambisca a determinare l'asse politico del PD, che senza laicità non può avere senso.
Al contempo, è necessario che la sinistra laica che crede nel Partito Democratico affermi una propria visione, autonoma da chi crede, con o senza strumentalizzazioni, nella priorità della risposta "colpo su colpo".
Non si tratta di una competitività sportiva: il terreno su cui misurarsi è quello delle argomentazioni. In sintesi: il PD "s'ha da fare", anche perché i rischi di esplosione identitaria si potrebbero fare di giorno in giorno più gravi. Il PD deve parlare, e per primo, oltre che ascoltare con pazienza le manifestazioni altrui. Deve parlare con una gamma di voci compatibili, maggioritarie, perché responsabili, capaci di farsi riconoscere e scegliere. L'Italia più grande è quella che vuole rispetto per tutti, che non crede alle scomuniche, ma che non sottovaluta il fenomeno religioso. Gli italiani che, o con "sapientia cordis", con "la sapienza del cuore", o con l'intelligenza, con la capacità di capire la realtà, vogliono, ad esempio, che una famiglia stabile sia la possibilità data a tutti, anche se dandole nomi diversi, sono la vera maggioranza che molti vorrebbero silenziosa. A noi apparire credibili, dare loro fiducia perché riprendano la parola.


Giancarla Codrignani
Davide Ferrari

mercoledì 9 maggio 2007

Non tutta la Sinistra è contro il Partito Democratico


“Diciamo a Mussi: migliaia di compagni della Sinistra hanno scelto di restare nell’Ulivo e saranno forza di dialogo e unità”. Lo afferma Davide Ferrari, coordinatore nazionale dell’associazione “Sinistra per il PD”, all’indomani della fondazione, a Roma, del movimento “Sinistra Democratica” degli ex diessini Mussi e Angius.

“Abbiamo il massimo rispetto per tutti i compagni che hanno sancito a Roma la loro scelta, - continua Ferrari - che d’altra parte abbiamo considerato inevitabile per loro da tempo, e proprio per questo motivo chi di noi è iscritto ai Ds decise di non sottoscrivere le mozioni di minoranza. Una scelta che ci ha portato con tanti altri compagni non iscritti a nessun partito a promuovere una nuova associazione che è per il PD, per farlo nascere nel migliore dei modi con dentro anche le culture della Sinistra. Chi come noi ritiene un dovere restare nell'Ulivo si impegnerà perché tutto il centrosinistra sia unito nel sostegno al Governo e cambiare il paese. Per questi obiettivi, è bene ricordarlo, un grande numero di compagne e compagni provenienti dalle esperienze della Sinistra dei Ds di questi anni, dal Correntone in poi, è oggi ancora all'interno dell'Ulivo e intende provare a fare il nuovo Partito Democratico”. Ferrari conclude: “E’ una scelta di migliaia di persone e rappresenta una forza per il dialogo e l'unità, una ricchezza per tutti, non solo per il PD”.

da PUPIA TV, di Redazione del 7/05/2007 in Politica

domenica 6 maggio 2007

"Sinistra per il PD": "Diciamo a Mussi, migliaia di compagni della Sinistra hanno scelto di restare nell'Ulivo. Saranno forza di dialogo e unità"

Associazione della Sinistra
per il Partito democratico

NOTA STAMPA
Roma, 05, 05, 2007


L'Associazione, che rimanendo nell'Ulivo vuole rappresentare le ragioni della Sinistra del riformismo nel Partito Democratico è coordinata nazionalmente da Davide Ferrari.
Questa la dichiarazione da lui rilasciata oggi, in occasione della fondazione a Roma di "Sinistra Democratica" (Mussi e Angius).

" Abbiamo il massimo rispetto per tutti i compagni che sanciscono oggi a Roma la loro scelta, che d'altra parte abbiamo considerato inevitabile per loro da tempo, e proprio per questo motivo chi di noi è iscritto ai DS decise di non sottoscrivere le mozioni di minoranza.
Una scelta che ci ha portato con tanti altri compagni non iscritti a nessun partito a promuovere una nuova associazione che è per il PD, per farlo nascere nel migliore dei modi con dentro anche le culture della Sinistra.
Chi come noi ritiene un dovere restare nell'Ulivo si impegnerà perchè tutto il centrosinistra sia unito nel sostegno al Governo e cambiare il paese.
Per questi obiettivi, è bene ricordarlo, un grande numero di compagne e compagni provenienti dalle esperienze della Sinistra dei Ds di questi anni, dal Correntone in poi, è oggi ancora all'interno dell'Ulivo e intende provare a fare il nuovo Partito Democratico.
E' una scelta di migliaia di persone e rappresenta una forza per il dialogo e l'unità, una ricchezza per tutti, non solo per il PD"

mercoledì 2 maggio 2007

"Quello che non c’è più. Cose piccole, grandi cose"

LA BOLOGNA CHE VOGLIAMO


Mi ricordo...mi ricordo che quando ero bambino in via Santo Stefano, dalla parte sinistra, a venire dalla porta verso il centro, quella con il portico più deserto c’erano tante buche di calzolai.
Cos’erano? Provate ancora a camminare sotto quei portici. Se state in pizzo sulla strada, sotto i vostri piedi vedrete delle lastre di ferro. Quelle lastre un tempo, ogni mattina, si aprivano e diventavano il tetto di piccoli “uffici”, grandi quanto un’ogiva di sputnik. Dentro ognuna, un calzolaio curvo a battere le suole e attorno a portata di mano, “ricambi” e attrezzi. La buca era alta come l’uomo seduto.
Se si alzava usciva dal “negozio”. Un lavoro miserrimo, ma, com’è noto, utilissimo. Mia nonna li conosceva quasi tutti, uno per uno. Eravamo nel 64. Forse nel ’65. Poi in pochi anni sono spariti. Oggi morirebbero avvelenati, prima che dal puzzo delle colle, dai gas delle auto e dei bus. Ma allora ce n’erano meno, oppure si sopportava di più. E’ strano, quando ne parlo nessuno, neanche i “vecchi”, si ricorda di questi calzolai. Li avrò sognati.

Mi ricordo.....mi ricordo che mio padre mi portava a vedere le formelle in arenaria sulle colonne del Palazzo del Podestà. Ognuna è diversa. Sono 2999. Ogni quadrato un fiore di pietra e, in mezzo, sulla prima colonna, verso Piazza Nettuno, la formella a rettangolo, con i bassorilievi di Re Enzo, già mangiati dal tempo, ma allora ancora visibili. Oggi non si vede quasi niente. Anzi non si vede proprio niente. Un anno con l’inquinamento che abbiamo sfarina l’arenaria come un secolo. Pochi giorni fa mia figlia, con l’aiuto di una vecchia foto fatta dal nonno, l’ha individuata. Quella dove si vedeva Re Enzo nascosto nella gerla di un fornaio, mentre tenta la fuga. La sua fuga, dal palazzotto dove i bolognesi lo tennero tutta la vita, dopo Fossalta, quell’evasione che una donna impedì gridando, dopo aver scorto, dall’alto di una finestra, i suoi capelli biondi brillare in mezzo ai pani. Oggi il disegno della pietra è nell’aria, in mille grani di polvere. La sua fuga è riuscita, finalmente.

Mi ricordo....mi ricordo quando nell’insegna color bronzo del Museo Morandi, in alto a lato della porta dell’ascensore di palazzo d’Accursio, quello fra i due cortili, le viti che lo infiggono nel muro erano quattro. Da molti anni sono rimaste in tre. Il “cartello” di metallo è abbastanza solido da non “ballare”, ma tant’è quella vite manca. Quando è venuto in visita il Presidente Napolitano sono stati messi i tappeti rossi sullo scalone “dei cavalli” ed è stato ripitturato attorno all’ascensore. Era la volta buona per piantare la vite mancante. Niente. Il particolare è sfuggito. Pochi giorni fa è stata sostituita l’intera cabina dell’elevatore. Ora è nuova fiammante.
Ma la vite ancora manca. Chissà: forse il buchetto vuoto, dove andrebbe avvitata, è scaramantico, come i macachi di Gibilterra. Fin quando esisteranno, Albione regnerà sullo scoglio. Fin quando la vite mancherà il Palazzo prospererà. Chissà!


DAVIDE FERRARI

lunedì 30 aprile 2007

Si va? Si va nell’Ulivo

LA BOLOGNA CHE VOGLIAMO

Si sono svolti, nello scorso fine settimana, i Congressi nazionali dei DS e della Margherita. La grande partecipazione al Congresso nazionale dei DS, al quale sono stato presente all’interno di una delegazione dell’ “Associazione della Sinistra per il Partito Democratico”, indica che, nonostante le difficoltà, ci sono le forze per andare avanti, portare a compimento il progetto di un nuovo e unito Partito dell’Ulivo.
Era appena finita la relazione del Segretario Piero Fassino, che una frecciata mi raggiungeva.
Mi ha fatto un po’ male. Cosa? Una battutaccia rivoltami-a denti stretti- da un parlamentare con il quale ho condiviso molti anni di battaglie nella Sinistra del partito. Mi ha detto: “Come mai Fassino non ti cita?” Voleva dire: perchè non cita la nostra associazione, i “Sinistri” che ci stanno, che vogliono impegnarsi nel nuovo partito. “Ha citato tutti, persino Sc......o, e te non ti ha citato!”
Hai! Hai! Superata la malignità, ho riflettuto. Certo chi non segue Mussi, chi non vuole la responsabilità di fare un nuovo partitino, l’ennesimo, non può però sfuggire dal dubbio- che so essere di molti- circa il carattere del nuovo grande partito. Sarà ancora una forza di sinistra? Sarà laico? Sarà, sarà sarà..... In realtà, a voler ascoltare, nelle parole del Segretario, come sempre molto serio ed impegnato, si poteva ascoltare il netto ribadimento della collocazione internazionale del PD, a Sinistra e non al centro.
Così pure il richiamo alla centralità del mondo del lavoro, al ruolo delle sue organizzazioni, in primo luogo la CGIL. Di tutto questo i giornali non hanno parlato. Hanno preferito, quasi tutti, anche quelli amici, parlare di come - dietro le quinte - si affilavano le spade di latta della politica di palazzo.
Ma sono state invece parole importanti. Chi è a Sinistra non soltanto può restare nell’Ulivo, a pieno titolo, ma ha una grande responsabilità, quella di non viversi come una nuova componente o corrente, l’ennesima, ma essere lievito e contribuire a portare avanti nuove idee. E’ fondamentale che si apra subito la fase costituente del Partito Democratico caratterizzata dall’apertura e da una nuova militanza, da un impegno nuovo. La cultura italiana, gli intellettuali devono sentire il proprio compito. Per questo abbiamo scelto di portare nei congressi di DS e Margherita ai quali abbiamo partecipato, temi come la laicità , concretizzata in proposte per l’integrazione nella scuola pubblica, la dignità e la sicurezza del lavoro, di straordinaria e drammatica attualità sociale ma ancora troppo fuori dalla politica, la battaglia per la messa al bando in tutto il mondo della pena di morte, dove la Sinistra deve essere più presente e non delegarla solo all’impegno pur lodevole dei Radicali ed all’azione internazionale del Governo. Io non ho voglia di sentire incrociare le spade delle piccole polemichette. Faccio parte di quella sinistra ingenua che non capisce come Mussi possa aiutare il Governo, contribuire a tenere salda la barra e non sbandare a destra, togliendo forze critiche all’Ulivo, andando a pescar voti- questo sarà- con ulteriori diatribe. Nati da un’esperienza, vasta e coinvolgente, a Bologna e nell’Emilia-Romagna, l’ Associazione nazionale si sta affacciando in molte regioni, con partecipanti vecchi e nuovi. Fra le dichiarazioni di sostegno più significative, concretizzate proprio nelle ore di Congresso quella di Giuliano Montaldo.
Ma, al di là dei grandi nomi, quello che mi piace di questa esperienza è che “vuole dare una mano”. Non abbiamo le orecchie foderate di prosciutto, l’antifona, quando c’è, la comprendiamo come tutti, ma guardiamo avanti. Non siamo in caccia di posti succulenti, e infatti non ce ne hanno dati. Noi siamo con la buona volontà del nostro popolo coraggioso dell’Ulivo. Quel popolo che è convinto che l’impegno e la partecipazione contino, anche quando, in tanti, i leaders, così li chiamano in Tv, sia che lo meritino, sia che no, si agitano come spaventapasseri. Siamo degli sciocchi, sono uno sciocco. Ma verrà presto, ancora una volta, il momento che senza “scempi” come noi, ed il loro lavorare, permettetemi di scriverlo, con abnegazione, i mille leaders non sapranno che fare e dove andare. In molti hanno pianto. Io pensando, e consolandomi con queste residue certezze, non ho pianto, ho tirato su la testa.
Non sono stato a Roma, fra gli amici della Margherita, ma guardando in Tv le facce della platea del loro congresso ho avuto l’impressione che molte fossero della stessa mia pasta. Anche molti di quei “baciapile” sono gente che vuole tirare la carretta. Ho visto molte facce di persone che sanno come va il mondo, ma, senza troppe illusioni, per carità, non vengono meno al proprio dovere. Quello di volerlo più giusto, migliore. Allora si va? Sì, si va!


DAVIDE FERRARI

giovedì 26 aprile 2007

Dopo i congressi. Il Partito Democratico e i movimenti.

I congressi di Firenze e Roma hanno appassionato e convinto.
Si avverte un clima diverso. Meno lontananza ed un interesse diffuso.
Non si placa tuttavia una insistita campagna mediatica contraria.
A ben vedere la causa non è nel dissenso a sinistra del nuovo partito.
Il PD può segnare una ripresa di ruolo della politica, e a molti non piace.
Fino a che il progetto del "Partito Democratico" poteva essere scambiato con la piattaforma per dividere il centrosinistra, e renderlo più condizionabile dall'economia e dai corporativismi, non sono mancati certi alleati.
Dopo il voto del 2006 è apparso evidente che la sua funzione, persino oggettivamente, è ben diversa.
Quella di ridare speranza a chi sente nemico il presente, non solo teme il futuro.
E, per dirla chiara, quella di sostenere un Governo che gioca una partita decisiva per l’Italia, e la cui maggioranza, certamente articolata, raccoglie tutte le sinistre.
Il PD nasce per garantirgli una immagine più nitida, unitaria, leggibile, non per ipotizzare alternative, tempi supplementari alla vecchia politica, conservatrice ed impotente.
Anche questo a qualcuno non piace.
E’ qui il motivo di una offensiva che prosegue, di un dare spazio unicamente ai dissensi: puntare a permettere solo la nascita di una forza azzoppata a sinistra, che eventualmente sia la salmeria di un nuovo centro, non il riferimento del cambiamento.
Bisogna prenderne atto. Oggi, all'inizio della fase costituente.
Non per commettere l'errore di non tenere conto delle forze in campo nella società italiana, comprese le sedi dell'economia.
Non per rinchiudersi, ma per aggregare, per chiamare a raccolta le realtà più vive e dinamiche dell'impresa e del lavoro, le grandi sorgenti.
A questo fine serve chiarezza sui tempi e sui contenuti.
Sui tempi: a metà del guado l'acqua è più alta e le correnti contrarie più forti. Bisogna accelerare il passo.
Fare bene, certamente, ma anche fare presto.
Sui contenuti: l'azione del Governo è una risorsa e l'alleanza dell'Unione non è una condanna.
Dall'intervento deciso per la dignità e la sicurezza del lavoro, alla politica internazionale di pace, per l'Onu ed i diritti umani in ogni parte del globo, ai Dico, alle recentissime scelte sull'integrazione del fenomeno migratorio, a beneficio dell'Italia: tutto dimostra che si può e si deve continuare.
Si può dichiarare con energia che una linea riformatrice è in campo. Ha l'ampiezza che è giusto avere, non è l'immagine in un caleidoscopio di decine di partiti e correnti.
Il consenso viene accompagnando l'azione di Governo con una salda iniziativa nella società.
Si potrebbe scoprire che, senza linguaggi biforcuti, si può convincere in più direzioni.
L’opinione pubblica ha meno certezze ed etichette di quanto si pensi.
Ha necessità solide non meno che orientamenti liquidi.
L'Italia del cambiamento può ritrovarsi e diventare una maggioranza più forte e convinta.
Non è facile ma "si può fare".
Si nota però uno iato, una separazione fra le aperture della relazione e delle conclusioni di Piero Fassino a Firenze, e una certa apnea, una debolezza nel prendere l’iniziativa, che si vede nel corpo dei partiti.
Alla base è comprensibile, ma va affrontata e “battuta”. Quei sentimenti di preoccupazione (Che fare adesso”? Con chi!? Con quali “direttive?) sono inevitabili ma vanno presto superati.
Al vertice, invece, essere in “stand by”, vuol dire riaprire il fuoco sulla leadership, azzerare tutto per non cambiare nulla.
No. Il mondo delle Associazioni, la società civile dell’Ulivo, soprattutto chi è in essa con il compito ambizioso di riferirsi alla storia della Sinistra, sente il bisogno di gruppi dirigenti protagonisti, nei partiti, a Roma e nei territori.
Sicuri del consenso registrato nei congressi, con la volontà di cercare assieme la conferma del consenso dei cittadini.
Ma è viva la società civile? Sono credibili le associazioni? Le loro truppe non sono ancora l’elenco dei popoli d’occidente e delle navi, che raccontò Omero, sono ancora limitate ma danno già un segnale. C'è un mondo che può fare la sua parte.

I DS e La Margherita hanno scelto insieme, ora devono essere accompagnati dalla scesa in campo di altre diffuse energie.
Nell'anno 2002, quando l'opposizione culturale e sociale al berlusconismo, fu capace di "scuotere l'albero", ridiede coraggio all'Ulivo e contribuì a mettere le premesse della vittoria del 2006, si mostrò la realtà dei cosiddetti "ceti riflessivi", di una società civile capace di dimostrare la propria forza.
Una soggettività democratica esigente e radicale, ma unitaria.
Sono gli stessi che, in larga misura, hanno determinato la bella affermazione
nel Referendum per la difesa della Costituzione.
Sono convito che i "riflessivi" stiano ancora riflettendo. Senza ironia. Non va confuso, è vero, con l’interezza di una linea politica maggioritaria, ma il loro portato, la loro identità di valori, la loro voglia di impegno sono decisivi per il Partito Democratico, per tutto il centrosinistra.
E grande, insostituibile, è il contributo che bisogna sollecitare dal mondo dei lavori, e del sindacato.
A momenti di iperpoliticizzazione sembra subentrata, qui, una attesa che però non è silenzio, è richiesta di risposte, innanzitutto ai “democratici” , alla parte maggiore dell’alleanza di progresso..
Bisogna reagire di fronte a chi vuol spendere la forza dell’opinione civile raccogliendone solo i quadri di una sconfitta già pensata come inevitabile, radicalizzandoli, portandoli a nuovi partitini minoritari.
Ma bisogna reagire anche di fronte a chi pensa di poterne fare a meno.
Non ci sottovalutate. Sarebbe un errore dalle conseguenze lunghe. Abbiamo tutta l’intenzione di non farvelo commettere.

Davide Ferrari , Fabio Zanzotto
dell’Associazione della Sinistra per il Partito Democratico
www.sinistra.pd.it

mercoledì 25 aprile 2007

Gramsci 70 anni dalla morte: idee vive

Associazione della Sinistra
per il Partito Democratico

Nota stampa

Roma 23 Aprile 2007
Gramsci 70 anni dalla morte: idee vive
Un classico del pensiero mondiale. "Ha insegnato il dovere di impegnarsi ed il coraggio di innovare".
Manifestazione dell'ASPD.

Davide Ferrari, coordinatore nazionale dell'Associazione è intervenuto , questa mattina a Firenze ad un incontro promosso per discutere sulle identità e culture della Sinistra.
E' stata l'occasione per ricordare e attualizzare la figura di Antonio Gramsci
nel 70° anniversario della morte.(27 Aprile 1937).

"Antonio Gramsci è figura più grande delle stesse vicende politiche, pure rilevantissime per la storia d’Italia, delle quali è stato protagonista.
E’ ormai riconosciuto come un classico del pensiero filosofico e politico, in tutto il mondo.
Tuttavia due sue scelte, di ricerca e di vita, paiono oggi particolarmente attuali.
La prima è quella che ha insegnato la necessità di prendere parte, di impegnarsi.
L’intellettuale non può restare distante dalla vita politica del suo paese, dal mondo nel quale vive e dal quale il suo pensiero trae alimento.
La seconda è invece quella del coraggio dell’innovazione.
Il coraggio che Gramsci ebbe, con i giovani della sua generazione, di opporsi al fascismo in nome di una cultura nuova, che non ripetesse i riti ormai logori del positivismo e di un progressismo illusorio dei quali la sinistra del suo tempo era ancora prigioniera.
E il medesimo coraggio lo ebbe nel riflettere sulla sconfitta di quella generazione iniziando a scrivere, dal carcere, della lunga ed articolata lotta per la democrazia come sostanza del socialismo.
Per questo non è indebito ricordarlo oggi anche in una sede politica come la nostra. Per questo Gramsci ci parla ancora oggi, con idee vive. Si è ironizzato anche troppo sul Pantheon del Partito Democratico. A me piace dire che dobbiamo portare con noi il suo coraggio nel Partito da costruire".

martedì 24 aprile 2007

Distacco di Angius: un errore grave.

Associazione della Sinistra
per il Partito Democratico


Nota stampa

Bologna, 24 Aprile 2007

Distacco di Angius: un errore grave.
Stare da Sinistra nell'Ulivo è possibile e necessario.
Accelerare la fase costituente per aggregare e interrompere diaspora.

"La scelta del Sen. Angius, che stimiamo, di lasciare i Ds per non partecipare alla costruzione del PD è un errore grave"
Dichiarano così Davide Ferrari, consigliere comunale di Bologna, e Fabio Zanzotto, dell'Accademia di Brera di Milano, del coordinamento nazionale dell'ASPD.
"Non entriamo nel merito del dibattito interno ai partiti dell'Ulivo, ma chi ha posizioni più di Sinistra deve dare il suo contributo per ancorare il nascente Partito Democratico su temi come la pace e la politica internazionale, il lavoro ed i diritti della persona.
Così si contribuisce a rendere più forte tutta la coalizione, oggi troppo divisa, che regge il Governo Prodi.
Se non lo si fa si indebolisce non solo il PD ma tutta l'Unione.
Ci sono centinaia di migliaia di militanti ed elettori dell'Ulivo che vogliono posizioni nette, ma sui contenuti, non sulla astratta geometria degli schieramenti interni.
Questi cittadini vogliono partecipare e non dividere.
E' oggi ancor più urgente avviare con la massima rapidità la fase costituente per aggregare e non proseguire in una diaspora francamente negativa"

domenica 22 aprile 2007

Il confine della vita.

L'ass.ne Poesia ad altra voce
presenta:
Il confine della vita.
Eutanasia, accanimento terapeutico, testamento biologico. Riflessioni e performance artistiche.

Giovedi' 26 Aprile, ore 21,30
c/ La Linea ,piazza Re Enzo 1/h, Palazzo Re Enzo
 
Prima parte della serata:
Incontro con Carlo Flamigni (Università di Bologna, comitato nazionale di bioetica) ,
Giovanni Sicuranza (medico legale, UAAR ),
Davide Ferrari (Università di Bolzano) .
Moderatrice Marta Pompei.

Gli attori Sergio Dell'Aquila e Giuliana Sciaboni leggono testi di Piergiorgio Welby.

martedì 10 aprile 2007

L' Unità scrive................

E a sinistra si ode una voce. Una voce che non si accoda al "coro degli scontenti di mestiere", come spiega il consigliere copmunale Davide Ferrari, e che ricorda le enormi possibilità del dialogo come metodo in politica.
Che, dunque, ai protagonisti delle recenti polemiche nel centrosinistra dice: la Giunta ha tutte le possibilità di arrivare bene alle prossime elezioni, perchè "Cofferati gode ancora di un largo consenso, chi come noi sta in mezzo alla gente lo sa", assicura Laura Renzoni Governatori, docente all'Alma Mater di Bologna.
Insomma si può recuperare". Detto questo, scegliere la via del dialogo significa anche "non liquidare il dissenso, ma valutarlo come disagio per risposte che ancora non sono arrivate. Ferrari e Governatori sono tra le voci dell'"Associazione della Sinistra per il Partito Democratico".
Un gruppo che nasce per fare valere nel PD che verrà i valori storici della Sinistra, a cominciare da quelli "principe" della laicità e della dignità del lavoro.
"Bisogna uscire da un vortice di dichiarazioni, di accuse e contraccuse, tutto interno alla politica, e tornare alle caratteristiche originarie dell'Ulivo, che ha saputo tenere insieme radicalità e unitarietà", ragiona Ferrari.
E questo è possibile se ci si concentra sulla società civile, sulle associazioni che già sono state fondamentali in tante occasioni "ricordo quella, aggiunge Ferrari-per noi fondamentale-della battaglia del referendum per difendere la Costituzione".
E' quella l'occasione in cui l'idea di un progetto diverso e unitario, da Sinistra.
Oggi l'Associazione conta 300 adesioni a Bologna, 2 mila a livello nazionale.
Vi sono impegnati nomi come Giancarla Codrignani, Giorgio Festi, Gregorio Scalise, Marco Mazzoli, dell'Università Cattolica e Fabio Zanzotto, dell'Accademia di Brera.
Il gruppo porta avanti tre campagne (per una scuola laica che valorizzi le esperienze di integrazione multiculturale, per la sicurezza e la dignità del lavoro, contro la pena di morte per una vera giustizia internazionale).
All' ultimo incontro-a Bologna-sul programma del PD si presentano in 150, in dialogo con Roberto Montanari e Roberto Gualtieri, .
Si sente portavoce di quei cittadini dell'Ulivo, che "hanno un orientamento netto sulla laicità, e credono, insieme, nella politica come dialogo".
Un dialogo, e un'unità, che a Bologna " non possono essere messi sotto attacco da divisioni interne".
Per Ferrari i voti contro De Maria all'ultimo congresso e le critiche degli ex-assessori a Copfferati sono due iniziative, "una disdicevole, l'altra sorprendente".
"Il segretario ha comunque una maggioranza significativa e porta avanti una linea di confronto con la società civile e con il resto della coalizione che ci trova concordi".
Quanto a Cofferati, l'invito è a preoccuparsi non tanto dei critici come gli ex-amministrtatori, quanto della società civile, "e' questa la vera urgenza. C'è un numero significativo di bolognesi che vuole impegnarsi-sottolinea Ferrari- e il Comune ha la responsabilità di cogliere questo fatto".
Guai a giocare al massacro: "La prima critica che oggi un gruppo che lavora e ascolta il mondo della cultura e degli intellettuali come il nostro può fare è all'ideologia dello sconfittismo".
Anche per Renzoni "alimentare ulteriori divisioni non serve al PD".
E' vero, ammette, che "la Giunta sembra un po' lontana dalla città", che c'è una scarsa consultazione dei cittadini, eccezion fatta per esperienze come quella per il nuovo piano urbanistico.
Ma per vincere nel 2009 si può "recuperare il dialogo come metodo. Bologna è una città dai bisogni articolati, la sua composizione demografica sta cambiando. Gli amministratori dovrebbero farsi vedere di più ai supermercati, sui bus, a teatro e al cinema, in piazza.
Sono questi, come altri, i luoghi dove i bolognesi manifestano le loro opinioni. Raccogliendo e rispondendo a queste la preoccupazione per il 'salotto', che sono pochissima cosa, potrà essere dimenticata".
Tratto da l'Unità 10 04 2007

La sinistra che resterà nel PD: "Basta col gioco al massacro dello sconfittismo e delle divisioni".Ferrari e Renzoni Governatori su "L'Unità"

E a sinistra si ode una voce. Una voce che non si accoda al "coro degli scontenti di mestiere", come spiega il consigliere copmunale Davide Ferrari, e che ricorda le enormi possibilità del dialogo come metodo in politica.
Che, dunque, ai protagonisti delle recenti polemiche nel centrosinistra dice: la Giunta ha tutte le possibilità di arrivare bene alle prossime elezioni, perchè "Cofferati gode ancora di un largo consenso, chi come noi sta in mezzo alla gente lo sa", assicura Laura Renzoni Governatori, docente all'Alma Mater di Bologna.

Insomma si può recuperare". Detto questo, scegliere la via del dialogo significa anche "non liquidare il dissenso, ma valutarlo come disagio per risposte che ancora non sono arrivate. Ferrari e Governatori sono tra le voci dell'"Associazione della Sinistra per il Partito Democratico".
Un gruppo che nasce per fare valere nel PD che verrà i valori storici della Sinistra, a cominciare da quelli "principe" della laicità e della dignità del lavoro.
"Bisogna uscire da un vortice di dichiarazioni, di accuse e contraccuse, tutto interno alla politica, e tornare alle caratteristiche originarie dell'Ulivo, che ha saputo tenere insieme radicalità e unitarietà", ragiona Ferrari.

E questo è possibile se ci si concentra sulla società civile, sulle associazioni che già sono state fondamentali in tante occasioni "ricordo quella, aggiunge Ferrari-per noi fondamentale-della battaglia del referendum per difendere la Costituzione".
E' quella l'occasione in cui l'idea di un progetto diverso e unitario, da Sinistra.

Oggi l'Associazione conta 300 adesioni a Bologna, 2 mila a livello nazionale.
Vi sono impegnati nomi come Giancarla Codrignani, Giorgio Festi, Gregorio Scalise, Marco Mazzoli, dell'Università Cattolica e Fabio Zanzotto, dell'Accademia di Brera.
Il gruppo porta avanti tre campagne (per una scuola laica che valorizzi le esperienze di integrazione multiculturale, per la sicurezza e la dignità del lavoro, contro la pena di morte per una vera giustizia internazionale).
All' ultimo incontro-a Bologna-sul programma del PD si presentano in 150, in dialogo con Roberto Montanari e Roberto Gualtieri, .
Si sente portavoce di quei cittadini dell'Ulivo, che "hanno un orientamento netto sulla laicità, e credono, insieme, nella politica come dialogo".
Un dialogo, e un'unità, che a Bologna " non possono essere messi sotto attacco da divisioni interne".
Per Ferrari i voti contro De Maria all'ultimo congresso e le critiche degli ex-assessori a Copfferati sono due iniziative, "una disdicevole, l'altra sorprendente".
"Il segretario ha comunque una maggioranza significativa e porta avanti una linea di confronto con la società civile e con il resto della coalizione che ci trova concordi".
Quanto a Cofferati, l'invito è a preoccuparsi non tanto dei critici come gli ex-amministrtatori, quanto della società civile, "e' questa la vera urgenza. C'è un numero significativo di bolognesi che vuole impegnarsi-sottolinea Ferrari- e il Comune ha la responsabilità di cogliere questo fatto".
Guai a giocare al massacro: "La prima critica che oggi un gruppo che lavora e ascolta il mondo della cultura e degli intellettuali come il nostro può fare è all'ideologia dello sconfittismo".
Anche per Renzoni "alimentare ulteriori divisioni non serve al PD".
E' vero, ammette, che "la Giunta sembra un po' lontana dalla città", che c'è una scarsa consultazione dei cittadini, eccezion fatta per esperienze come quella per il nuovo piano urbanistico.
Ma per vincere nel 2009 si può "recuperare il dialogo come metodo. Bologna è una città dai bisogni articolati, la sua composizione demografica sta cambiando. Gli amministratori dovrebbero farsi vedere di più ai supermercati, sui bus, a teatro e al cinema, in piazza.
Sono questi, come altri, i luoghi dove i bolognesi manifestano le loro opinioni. Raccogliendo e rispondendo a queste la preoccupazione per il 'salotto', che sono pochissima cosa, potrà essere dimenticata".

Tratto da l'Unità 10 04 2007

www.sinistra.pd.it

martedì 3 aprile 2007

La Bologna che vogliamo
di Davide Ferrari


I DS di Bologna. Note dal congresso.

Ho partecipato lo scorso fine settimana al congresso dei DS di Bologna.
Sono andato a questo appuntamento contento della grande partecipazione registrata nei congressi di sezioni e anche per il risultato.
In questo momento, con il governo Prodi appeso al filo ad ogni votazione ci vuole unità. Prima di ogni altra cosa. Poi si vedrà.
Sono intervenuto, ho parlato con tanti delegati, di età, esperienza, condizione lavorativa diversa, mi è sembrato che, nonostante tutto, prevalessero di gran lunga la serenità, la voglia di confermare l'impegno e il senso di responsabilità.
Mi sono commosso anch'io ascoltando l'intervento di Katia Zanotti che, in lacrime, annunciava la prossima separazione dal partito.
Katia non è solo una dirigente stimata, di lungo corso e di capacità, è una figura di donna, figlia di una famiglia comunista, che rappresenta -come poche- il senso di una continuità ininterrotta. Per questo è molto amata e stimata.
Mentre tutti la salutavano, mi sono avvicinato a lei dopo il suo intervento e le ho detto "Io oggi non ti saluto. Voglio salutarti per ultimo".
La frase, me ne accorgo ora, poteva avere diversi significati ma Katia ha capito benissimo. Si è alzata dalla sua poltroncina in platea e mi ha abbracciato.
Volevo dirle che ancora mi rifiuto di considerare inevitabile questa separazione.
Ne sono convinto. Se, nel dare vita al nuovo Partito Democratico, DS e Margherita, con le numerose Associazioni già convinte, sapranno rivolgersi e coinvolgere tutti gli elettori dell'Ulivo che vanno ben oltre le loro forze, sono certo che anche molti che oggi dicono di voler fare un altro partito (un altro!!!!!) si potranno ricredere senza abiure.
Troveranno un campo grande dove fare politica per e con i cittadini.
Anche molte preoccupazioni su un Ulivo piccolo, poco laico, troppo moderato, verranno superate dai fatti, perchè il popolo dell'Ulivo è grande, laico e vuole il progresso ed il bene dell'Italia.
Fare il Partito Democratico in tanti, oltre i partiti , è la miglior garanzia contro ideologismi, rissosità, scissioni.
Queste riguardano la vita interna dei partiti, assai meno interessano chi vuole assicurare al nostro paese un buon futuro, salvandolo dall'ignoranza, dalla paura dagli interessi e dalle furbizie di chi oltre al potere del denaro vorrebbe di nuovo avere anche il potere sulla cosa pubblica.
Ho apprezzato molti interventi, altri meno, naturalmente, sono stato colpito dal grande numero di giovani e trentenni fra i delegati.
E' così in tutta Italia: soprattutto fra i giovanissimi ci sono fermenti nuovi, dopo l'apnea degli anni del liberismo e del disincanto.
Il segretario Andrea De Maria, sempre presente, attento e cortese, una persona all'arrovescio rispetto al ritratto preconfezionato del politico che abbiamo in mente, mi è sembrato l'immagine e una realtà di questo "andare avanti".
Tutto bene, dunque?
Quando sono stali letti i risultati del voto, dall'espressione del "segreto dell'urna" è venuto fuori, purtroppo anche dell'altro.
Oltre al voto dei delegati contrari al Partito Democratico, un certo numero di NO è venuto a galla. NO al Segretario e forse No a tante altre cose.
Non mi ha stupito del tutto. Il momento è serio ed importante. Fare un nuovo partito e soprattutto volerlo fare in modo nuovo, con più partecipazione e democrazia, mette a rischio favori consolidati e ruoli, eterni o recenti.
Subito si è scatenata, nei giornali, la caccia ai NO ed alle loro motivazioni.
Per ora mi vengono in mente tre cose da scrivere, poche ma da affermare con energia.
Innanzitutto il Segretario è stato eletto da molto più del 70% dei delegati.
Non siamo in Bulgaria ed una maggioranza così solida ha tutto il diritto che la sua "linea", il suo modo di dirigere, improntato all'unità di tutto il centrosinistra vada avanti senza rallentamenti e legature. Non solo, se davvero sotto giudizio è stato, questa volta, direttamente il Segretario, allora, se i numeri hanno valore, bisogna dire che ha passato con forza la prova del voto.
In secondo luogo il dissenso è sempre legittimo e comunque è un fatto. Non bisogna scervellarsi sulle cause ma continuare a far discutere e lavorare assieme tutte le risorse umane dei DS bolognesi, che sono tante.
Se chi non è d'accordo troverà il coraggio di esprimersi apertamente potrà farsi ascoltare e contribuire a fare ancora meglio.
Altrimenti è giusto che "un trappolone"-così si usa chiamare il tentativo di "impallinare" con il voto segreto, resti un episodio-significativo- ma che non può diventare una proposta, non può pretendere di fermare o far deviare chi ha la responsabilità di garantire una rotta.
Infine, di fronte a tanti commenti, più o meno autorevoli ed informati, del seguente tenore: "E' stato il partito del Sindaco", "No, è stato il partito che è avverso al Sindaco", sono convinto bisogna dire, con parole ferme, che ognuno ha i suoi ruoli. La lealtà verso chi ha compiti di governo nelle istituzioni deve essere sempre forte, senza tentennamenti, sia nei confronti di Romano Prodi-a Roma-, che nei confronti di Sergio Cofferati-in città.
Ma non è questa- a pro o a contro- l'unica misura.
Un partito, ed il nuovo Partito Democratico ancor più, ha compiti più vasti, di elaborazione, proposta, ascolto e rapporto con i cittadini.
Un partito dimezzato- il sogno di certi untorelli- la politica dimezzata ridotta a cosche e cordate non è mai piaciuta ma oggi non sarebbe tollerata.
Al lavoro, al lavoro! Quando si lavora non si ha il tempo per far danni con un gruppo di NO, oppure per chiaccherare all'infinito sui retroscena.
Il congresso ha vissuto lacrime e "trappole" ma anche tanto, tanto altro.
Al lavoro, con la sana attitudine dei bolognesi, vecchi e di nuovo conio.

lunedì 2 aprile 2007

Per un programma del PD:

Associazione della Sinistra
per il Partito democratico
 
 
"A confronto
per un programma del PD:
fra identità e concretezza"
 
Primo seminario
 
Lunedì 2 Aprile, ore 20,30
Bologna, via Galliera 25 /a, sala Passepartout
 
In dialogo con
 
Roberto Gualtieri
Fondazione Istituto Gramsci, Roma
 
e
 
Roberto Montanari
Segretario regionale dei DS, Emilia-Romagna
 
intervengono:
 
On. Donata Lenzi
Ulivo, Camera dei deputati
 
Bruno Pizzica
Segretario SPI CGIL Bologna


Laura Renzoni Governatori
Università di Bologna
 

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La Bologna che vogliamo
di Davide Ferrari


Una bella notizia, quando tutto sembra nero.

Ogni giorno il livello sale.
Di cosa giudicate voi.
Nei bar, nei ristoranti, nei negozi, le frasi di odio che sentiamo sono quasi le uniche e, comunque, restano sempre senza replica, senza contraddittorio.
Contro gli zingari, gli arabi, i negri, i gay, e via via anche contro i meno distanti, contro quelli del Sud ma anche quelli del Nord, contro chi non fa nulla, contro chi fa troppo, contro chi è troppo diverso, contro chi è troppo uguale.
“Li brucerei tutti”: è il ritornello degli sfoghi. Non molto di meglio.
Non parliamo poi di come si parla della politica, anzi dei “politici”, come si dice oggi, come se si dovesse trattare sempre di persone e mai di idee e contenuti.
“Sono tutti eguali”, vale a dire “marci”: è l’altro ritornello, un po’ ipocrita, e che, in realtà, nasconde quasi sempre un altro pensiero.
“Si stava meglio quando si stava peggio” e quindi “tanto vale stare con i peggiori, chissà che non siano cattivi soprattutto con chi ci da fastidio”, questo il vero retro-pensiero.
E’ maggioranza? Non so, certo lo sembra.
Ci sono mille ragioni perchè il livello della m…. salga, ogni giorno.
Ma la ragione più forte è la paura. Del futuro e del presente.
I problemi veri, l’ambiente che muore, il degrado, il lavoro che non vale nulla, nessuno sembra credere che possano essere affrontati e allora tanto vale prendersela con chi sta male, ma a diverso modo, accanto a noi, nel bus o nella via.
Facciamo un po’ tutti come i polli di Renzo.
Quelli che, nei “Promessi sposi” di Manzoni, si beccavano tra loro mentre stavano a testa in giù nelle mani di chi era per tirargli il collo.
Crediamo di essere più furbi, noi poveri piccoli del mondo, se invece di guardare ai potenti, guardiamo a testa bassa, e a “bocca larga”, chi ci sta accanto, troppo accanto, fino a farci sentire il suo fiato.
La paura non rende più intelligenti, però, tanto meno più furbi.
In questo quadro, che è proprio così, anche a Bologna, figuratevi come può essere a Roma, o a Napoli, o -per altri versi- a Varese, a Treviso, a Brescia, ogni buona notizia sembra una favola.
Cos’è buono, in un mondo così?
Un tempo avrei senz’altro detto: “qualcosa che sia di Sinistra”.
Oggi, che pure ho le stesse idee di ieri -e non le cambierò mai- mi rispondo diversamente:
“E’ buono tutto ciò che unisce”.
Solo l’unità-quando non è contro ma per qualcosa- è un bene, sia nella famiglia, sia nella società , sia nella politica.
Pensateci. Il “diavolo”, per chi ci crede, la “cattiveria” per tutti gli altri, ci vuole divisi e quindi buoni solo a odiare, a brontolare, carne qualunque per qualunque avventura.
Ecco allora che, comunque la pensiamo, quando in una casa qualsiasi si sceglie l’unità, o per lo meno quello che si spera voglia dire unità, è un bene per tutti.
Ecco la notizia, allora.
Dopo, e nonostante, mesi di bombardamento dei mezzi di informazione, tutti tesi a dimostrare che a Sinistra c’è solo rissa, dissenso e sconforto, nei congressi di sezione bolognesi dei Democratici di Sinistra, in questo mese di Marzo, hanno partecipato e votato molti uomini e molte donne in più di altre volte e, in moltissimi hanno scelto l’ipotesi del “Partito Democratico”.
Sono state più di cinquemilacinquecento persone e con una prevalenza dell’88% circa, hanno optato per la “mozione Fassino”, così si chiama nel gergo congressuale.
Bella o brutta che sia, per una ipotesi di unità.
Rispetto per tutte le idee diverse e ascolto di molte loro vere ragioni, certamente, soprattutto quando c’è tanto ancora da discutere e soprattutto da fare.
Ma questa è una bella notizia.
State attenti: vi diranno che è solo conformismo di vecchietti cammellati, ma non è vero.
E’ andata così perché quasi tutti, pur con tanti dubbi e magoni, abbiamo voluto reagire, sperare ancora, provare a rimetterci in campo, anche quando - come era per me- si veniva da scelte diverse.
“O cittadino che passi per la via”-recitava una vecchia cantilena-“fermati un poco e…”
E-aggiungo io- pensa che, anche se non ne sai nulla di questo partito e di questi congressi, anche se magari la pensi all’opposto, a destra o a sinistra, questa è una bella cosa anche per te.

martedì 13 marzo 2007

Per una didattica della poesia.

PREMESSE PER UNA DIDATTICA DELLA POESIA.
Appunti poco popolari di un poeta.
di Davide Ferrari

Alcuni anni orsono l'allora Presidente della Camera dei Deputati Irene Pivetti ("Oh tempo-ra....") prese l'iniziativa di invitare a Montecitorio alcuni fra i principali "grandi viventi" della poesia italiana. Al termine del conto, l’iniziativa fu positiva.
Curiosa tuttavia la sigla che la RAI dedicò alla trasmissione TV dell'evento: immagini di gabbiani svolazzanti e di nuvole allo sfumo.
Certo Pivetti oltre non poteva andare. Ma è, forse, più generale pensare la poesia come qualco-sa fra lo spirituale e il trash. Anche nella scuola l'opinione diffusa è che la poesia sia un incom-primibile moto dell'animo e nulla più. Qualcosa che può essere insegnato solo da un professore stile "attimo fuggente". Un piccolo guru capace, senza mediazioni intellettuali oltre le proprie, di fare indossare ali di gabbiano ai ragazzi.
D'altra parte, al polo apparentemente opposto, la tradizione idealistica gentiliana, ancora così presente, consegnava alla poesia, nella scuola, una funzione - a ben guardare - poco dissimile. In quella visione la poesia, perla della cultura umanistica, è qualcosa che deve segnare il conte-nuto dell'educazione di una classe dirigente ed elitaria, la sola capace di afferrare l'emozioni più intime e profonde. Agli esclusi per destino e censo, nella scuola primaria, non resta che memo-rizzare e memorizzare.
Altro non c'è. Non stupisce che, ancora oggi, dati i punti di partenza e le egemonie in campo, poco sia radicata una "didattica della poesia".
Assistiamo a un vasto movimento nelle scuole, basta scorrere le occorrenze su Google per ac-corgersene, ma teoria poco si produce, i teorici sfuggono al compito.
E' possibile invece un punto di vista diverso che, ben compreso, possa essere il punto di parten-za per disegnare almeno alcuni elementi iniziali per un insegnamento dell'espressione poetica .
Si può afferrare un capo del filo e, da lì tirando e svolgendo, sbrogliare l'intricata matassa fra compiti di insegnamento e irriducibilità della creazione poetica..
Innanzi tutto poniamo le domande di sempre, quelle che Eugenio Montale ebbe a ripetere nel "discorso del Nobel" nell'ormai lontano '75. Che cos'è la poesia e se un senso possiede- se ne possiede- nella modernità?
Se "è del poeta il fin la meraviglia" come testimoniava il Marino, cominciamo con un'affer-mazione che, ancora oggi, può sorprendere: La poesia è forma..
Ciò che rende l'universale l'Infinito di Leopardi non è il suo contenuto. Se qualcuno scrive che, abitando nei pressi di Recanati è solito recarsi un colle e da lì guardare fin dove gli è possibile, non ci trasmette molto. La differenza fra queste parole e la straordinaria profondità del poeta universale è data dalla forma, dal meccanismo con il quale sono articolate le parole, oltre che dalla scelta, fra mille sinonimi, di certe parole al posto di altre, altrettanto possibili e significanti.
La parola poetica è qualcosa oltre la parola del quotidiano, per il potere particolare che ad es-sa conferisce la forma. Innanzitutto per il suo contenuto di musicalità e ritmo, per la caratteristi-ca di poter sospendere il tempo e di mutare la natura e la funzione del luogo nel quale la poesia viene prodotta o al quale ci riconduce.
Fin dalla più antica espressione umana, (par di vedere il piede dell’avo battere il ritmo sul ter-reno, mentre la parola che gli esce di bocca acquista -con la pronuncia e il metro- un valore e una forza specifici), la parola poetica avviene in e/o crea un luogo particolare.
Può trattarsi di un luogo naturale, sia esso il bosco dove il nume appare, sia esso il colle del dolore di Leopardi, oppure di un luogo sociale, una raccolta di uomini attorno a un'idea, a una preghiera, ad un evento o anche soltanto il recupero –che ogni volta si ripete e accomuna-dell'emozione di un classico nel ripercorrerlo leggendo. Altrimenti sarà un luogo dell'anima, per così dire, la creazione di un momento e di un'occasione dove la mente del lettore può ad-divenire ad un'astrazione di particolare intensità, tale da delocalizzarlo rispetto alla consuetudi-ne.
In sostanza la forma poetica è un codice fra il poeta e chi lo ascolto o lo legge. Quindi se la po-esia è ispirazione, diciamo pure autonoma genialità, si esprime però con caratteristiche di ne-cessaria esattezza senza le quali non è data.
Ma il partire dalla forma e dal termine di “codice” non vuol dire, in alcun modo, privilegia-re gli aspetti tecnico-letterari in un accostamento alla poesia.
Al contrario.
Il “codice” muta nel tempo e si impiega ad esprimere, così come capita a tutte le principali at-tività artistiche, ma con una forza di sintesi che ha nella letteratura soltanto la poesia , un tempo, un contesto storico, un paradigma culturale di cui il poeta è parte e di cui diviene, nella sua scrittura più alta, un tratto di esemplarità.
Ci avviciniamo un poco a temi che fondano un insegnamento.
Il poeta è sè stesso ma è nel legame con una "situazione", come asseriva il De Sanctis.
Gli antichi identificavano nell'intero arco della vita di un autore, di un artista, la cosiddetta "età della fioritura", gli anni della produttività felice della propria arte. Andiamo oltre e nell'età della fioritura poniamo mente ad una più ristretta "età dell'esemplarità". Saranno quegli “anni”, tal-volta un epoca, talvolta poco più di istanti, nei quali un poeta raggiunge la capacità di rappre-sentare, forse meglio di chiunque altro il paradigma culturale della sua età.
E' quel nocciolo della sua arte nel quale si esprime maggiormente il legame con la "situazio-ne", ma nel senso di una particolare raggiunta libertà di interpretarla.
Ciò che costruisce un poeta classico è proprio quel nocciolo, la sua estensione, la sua possibile comprensione, di generazione in generazione, da parte di un pubblico tendenzialmente univer-sale e mai esauribile.
La poesia come “parola potenziata”, il poeta come segnale del suo tempo, il "classico" co-me ineliminabile ed eterno segnale di "grado" nel succedersi dell'avventura umana: questi tre elementi non possono essere dimenticati, espunti, neanche nella modernità.
Con Montale dunque possiamo affermare, sia pure cercado di ricordare la sua ironia e il suo laico dubitare, che la poesia non può essere cancellata dalla nostra vita, neanche nella contem-poraneità turbinosa che attraversiamo.
Certamente il contemporaneo sembra a volte "il tempo del nulla". Quel "Nulla" che distrugge-va il regno di Fantasia della “Storia infinita” di Michael Ende.
Sono, i nostri, gli anni di un procedere, che pare invincibile, della crisi della funzione sociale dell'arte. Sono gli anni nei quali sembra espandersi sempre maggiormente la riproducibilità tecnica di ciò che un tempo era affidato solo all'opera dell’arsenale degli artisti.
Se, quando ne scriveva Benjamin, la pittura lasciava i suoi campi tecnici alla fotografia e al ci-nema oggi sono gli ipertesti e, pare, una grafica che presto potrà vivere incorporea persino den-tro i nostri occhi, non solo nella nostra visualità, a conquistare il terreno.
Così per la poesia i luoghi di espressione della parola si sono moltiplicati a milioni e milioni, dai tubi catodici alle lavagne di internet.
La poesia e il poeta appaiono quindi con una funzione sociale indebolita e comunque meno ri-conosciuta dall'opinione pubblica e dal potere. Ciò conduce, come noto ad un isolamento della poesia d'arte, e, nel contempo all'esplosione quantitativa delle scritture individuali.
Quelle scritture figlie del tempo libero, diceva Montale, e, diremmo noi, di un disagio che non spetta più soltanto al figlio del conte Monaldo esprimere ma ad ogni "adolescente", anche tren-tenne, ai maestri di scuola come alle segretarie, alle casalinghe separate come agli eterni ragaz-zi in cerca dell'emozione irripetibile.
Sono, le loro scritture, un segno dell'epoca ma anche della sua debole autocoscienza collettiva . Quei fogli riempirebbero mille biblioteche di Alessandria, quei fogli neppure la catastrofe ato-mica potrebbe eliminare, come il poeta “premio Nobel “ci ricordava, mentre bastò un falò di pochi giorni a cancellare lo scrigno della classicità in quell'antico archivio del mondo della città del Faro.
Tuttavia , ripetiamo, seppure indebolita, la funzione della poesia è ineliminabile. Altrettanto i-neliminabile sarà quindi il suo posto nella scuola, se scuola sarà.
Fondati motivi lo confermano. La forma della poesia, lo abbiamo già scritto, contiene verbalità e non verbalità, è un codice di particolare potere che allarga e mescola i linguaggi, come e-scluderlo dalla scuola? Come escluderlo dalla scuola primaria, laddove può rappresentare una sorgente della genesi stessa delle capacità di linguaggio del bambino e della bambina? Ma co-me escluderla anche nella scuola secondaria, dove le sue note di sinteticità sembrano partico-larmente adatte alla comprensione ed all'allargamento intellettuale dei soggetti in età evolutiva, del loro procedere esistenziale per salti logici e per sconvolgenti domande di senso.
E infine rimane comunque, al di là dell’ambito del nostro presente argomentare, il “peso”, nel-la storia della cultura italiana, della cultura umanistica e letteraria signoreggiata dalla grande catena dei poeti della"lingua del si". In fondo è sempre vero che furono i poeti a fondare, ca-nonizzare, imporre la nostra lingua nazionale.
Ma il contenuto formale del codice poetico, la sua esattezza, la sua ricerca di essenzialità, il le-game fra autore e "situazione", il ruolo storico della poesia italiana, “tutto” in sostanza, ci por-ta ad approfondire la ricerca di una didattica tutt'affatto contraria all'attualismo, alla mistica del rapporto diretto ragazzo/testo, alla post-modernità d'accatto.
Sono cattivi maestri, certo pessimi didatti, a me pare, quelli che volendo affermare la forza del-lo spirito in un testo, in un autore, commettono il delitto di togliere allo studente il diritto a una reale comprensione, non aiutandolo ad allargarsi, a “portare dentro di se” la forza del poeta che legge e impara a conoscere.
Non stupisce però che pochi siano i testi di riferimento di una adeguata didattica della poesia. A Gentile non servivano per i post-moderni sarebbe troppo faticoso scriverli.
Se è sempre stato più chiaro il diritto a costruire una didattica delle scienze, della matematica-ad esempio- dove l'attualismo doveva cedere più facilmente il passo alla forza del Numero, è ancora una battaglia da vincere quella per affermare il diritto ad esistere di una didattica della poesia.
Pochi elementi qui saranno da riportare - lasciando approfondimenti, conseguenzialità ed e-sempi ad un secondo prossimo intervento.
In primo luogo una didattica della poesia sembra parente di quella ricerca di integrazione fra istruzione ed educazione, di cui scrive Gerwald Wallnofer nell'introdurre "Società della co-municazione e scuola" di Franco Frabboni. Certo non può sorgere da quegli approcci mutilanti che lui definisce, riprendendo la ricerca internazionale, come basati o sulla trasmissione rigida dei saperi, oppure sulla transazione, sul mitizzato "star bene a scuola."
L'integrazione di aspetti di istruzione con l'irrinunciabile riferimento alle meta educativa più generale può condurre utilmente un passo più avanti.
In primo luogo ad affermare la necessità che l'insegnamento della poesia si rivolga sia ad una sorta di alfabetizzazione primaria circa le conoscenze di contesto, sia ad una forte individualiz-zazione e ad un interscambio emotivo e creativo che riconduca alla capacità e al potere della poesia di formare l'individuo liberando la sua intelligenza.
Proseguendo su questo piccolo “codice binario”, ma non antinomico, alla coppia “istruzio-ne/educazione”, ed alla susseguente coppia “conoscenza contestuale /conoscenza più ravvici-nata del poeta, può seguire ancora la, ben nota a chi legge, coppia: classe/laboratorio. Nel de-finire un progetto didattico sarà possibile dunque aver cura di avvicinare dapprima alla cono-scenza dei termini e dei riferimenti di cui un poeta e una poesia sono parte, e forse ancor prima delle parole che il poeta usa.
La conoscenza dei primi elementi del sapere che sono inerenti agli autori ed ai testi non deve essere scambiata per la “pubblicazione di una sentenza”, per un giudizio pregresso, deve essere la base per una padronanza nella lettura diretta e più autonoma da parte di chi studia.
Infne si può, come spesso avviene, prevedere il superamento del solo momento frontale inse-gnante/testo/studente in un percorso di più intensa “comprensione”, in un interscambio -a quel punto davvero intenso e fondato- di emozione e ri-creazione, in un laboratorio elaborativo di nuove scritture.
Laddove è possibile in un ambiente favorevole e predisposto, un sogno sarebbe un' aula didat-tica specializzata, una "aula aperta della poesia" dove gli elementi siano al servizio di una più diretta compenetrazione con il testo, ed anche al gioco e alla prova della “traduzione”, e della nuova scrittura..
Oggi, in parallelo con il recupero con troppe ambiguità dell’imparare a memoria (per aumen-tare le parole conosciute, si dice), si sostiene sovente la scrittura creativa come una prova in se valida e sostitutiva di conoscenza, lettura e comprensione dei poeti.
Non ci pronunciamo sulle virtù intrinseche ai laboratori di scrittura creativa ma, certo, se la prova fosse all’interno ed al termine di un percorso nella poesia il loro valore potrebbe essere più certo.
Non si creda, quasi al termine di un intervento come il presente, certamente rivolto ad una criti-ca di quella “dimissione dalla pedagogia” che sembra oggi così di moda, che si voglia indicare l’approdo ad una fredda ed arida proposta organicistica e rigidamente contestualizzata della poesia.
Al contrario, ancora una volta, una "sana e robusta" programmazione didattica potrà rappre-sentare l'antidoto anche ad un ruolo della mediazione docente tutta tesa alla spiegazione per pa-rafrasi, alla vivisezione del testo fino a smarrirne senso e bellezza.
Torniamo all'Infinito. Riconoscere in Leopardi la forma, imparare a connetterlo con il suo tem-po e con il modo che il suo tempo ha avuto di esprimere l'universale di perenni sentimenti umani, di cui è stato il più alto esempio, ebbene: tutto ciò esclude il risolversi in una mistica fredda della conoscenza.
Andiamo per triadi, come il vecchio Hegel, per farci capire- per carità ! - non per convinta ide-ologia.
Al conoscere e all'emozionarsi dovrà essere favorito dall'insegnante, il momento del "com-prendere", appunto come predetto: "il prendere dentro".
Ancora una triade: alla pratica dell'attimo, e alle ragioni dell'analisi dovrebbe, è il nostro avviso, succedere una sorta di "grammatica della fantasia".
Si ricorderà: è un famoso titolo rodariano, e Gianni Rodari e il suo, oggi dimenticato, innocen-te “marxismo dell'anima” può ancora dire moltissimo. Può far ragionare su un modo di fare scuola con la poesia dove la programmazione sia matrice di libertà , dove lo schema del pro-getto dell'insegnante tenda alla cura e all'allargamento delle opzioni del discente, e –infine- do-ve la creatività sia davvero resa possibile da una estensione delle facoltà di parola e di pensiero.
Gli antichi, De Sanctis, Montale, un pizzico di Hegel, Rodari: abbiamo disseminato, come Pollicino, il nostro percorso di sassolini molto impegnativi,.
Sia permesso a sostegno di una tesi non popolarissima quale quella che andiamo sostenendo concludere con l'aiuto di Mario Luzi.
Il poeta, nella sua ultima generazione di vita, aveva raggiunto una particolare volontà di testi-monianza, una saggia non acquiescenza ad un presente smarrito e incapace di teoria ed impe-gno civile.
Leggiamolo in una delle ultime interviste: "Il fine dell’insegnamento della poesia nella scuola deve trasformarsi in uno strumento di riflessione sui grandi problemi che l'umanità ha affron-tato nel suo cammino culturale. Lo studio della poesia, infatti, va presentato come uno dei momenti più formativi per una discussione sui grandi temi umani. La poesia...(rimanda a una) conoscenza molteplice, complessa, multiforme dell'uomo e della sua storia, del modo con cui un autore ha interpretato il modo unico e originale di abitare la terra proprio e dell'epoca in cui è vissuto. Grande poeta, infatti, non è chi sa padroneggiare tutti gli strumenti linguistici, ma chi attraverso il possesso di tali strumenti ha saputo e sa interpretare un preciso momento storico e culturale".

Bologna, 11 Marzo 2007

=11 Marzo 77. Ferrari (Sinistra.PD) :"Dialogo sempre fra politica e società o tragedie"=

Davide Ferrari, coordinatore dell'Associazione nazionale della Sinistra per il Partito Democratico e consigliere comunale a Bologna, ha dichiarato, in occasione del trentesimo anniversario dell'uccisione a Bologna dello studente Francesco Lorusso, che diede il via al cosidetto "movimento del '77":
"La lezione politica, sempre valida ed attuale, di quello che successe è -ancora oggi- che la politica deve dialogare con la società.
Quel movimento aveva componenti violente che richiesero da parte delle forze democratiche una dura battaglia politica per essere isolate, ma non fu conpreso che era anche un fenomeno sociale che interessava direttamente od indirettamente una generazione. E questo indebolì la stessa lotta contro il terrorismo. Troppo tardi si è capito che per sconfiggere la violenza e evitare tragedie bisogna aprirsi al dialogo con i giovani che i violenti cercano di coinvolgere."

"Oggi-ha proseguito Ferrari- si sta costruendo il Partito Democratico. Cambiare la politica vuol dire scegliere il dialogo.Una questione giovanile esiste anche oggi, basta pensare alla lettera degli studenti di Catania e alla drammatica lontananza dalle Istituzioni. Non vi sarà un altro '77. Il mondo è cambiato. Ma il dialogo resta la strada giusta".