lunedì 25 giugno 2012

L' infanzia e la sua scuola oggi a Bologna

 Secondo incontro del ciclo

"Infanzia oggi: crisi, generazioni, migrazioni".

Casadeipensieri e la Festa dell'Unità dei Quartieri Reno e Porto, a Bologna, nei giardini delle scuole Dozza, via Nenni (zona Barca), Lunedì 25 Giugno, alle ore 21.
Dialogo con Marilena Pillati, Davide Ferrari, Franco Frabboni, Fulvio Ramponi.
Saranno presenti: Sergio Zappoli, Massimo Meliconi, Luca Valenziano.
Presiede Carla Falchieri

sabato 23 giugno 2012

Scuole dell'Infanzia. Lettera ai referendari.


Cari amici promotori del referendum contro le convenzioni fra il comune di Bologna e le scuole dell’infanzia paritarie, chi scrive condivide i valori che vi ispirano.
Sono evidenti: la passione civile per la scuola pubblica, il senso di giustizia e di eguaglianza, la difesa della laicità dell’insegnamento.
Non vogliamo che, ancora una volta, il confronto sui temi che proponete termini in una polemica astiosa e burocratica sulla legittimità formale della vostra iniziativa.
Ciò scritto, con franchezza, devo dirvi che non condivido ed anzi sono preoccupato dal modo con il quale avete scelto di dare battaglia.
La scuola dell’infanzia, tutta, non va confusa con altri gradi di istruzione. La presenza delle scuole paritarie, in massima parte, data da decenni, ha una storia decorosa ben diversa dalla realtà dei diplomifici e degli  stampatori di titoli fasulli ad uso delle trote.
Se si sospendesse ogni finanziamento pubblico non è affatto vero che i bambini troverebbero posto nelle scuole comunali. E’ vero invece che aumenterebbe, moltissimo, il numero di quelli senza scuola. Basta fare due conti per verificarlo.
Questa verità dovete considerarla, finalmente. Continuare a non farlo non solo vi espone all’accusa di poca onestà intellettuale ma soprattutto potrebbe essere causa di un isolamento da chi deve decidere e governare, a Bologna come in tutti i comuni d’Italia che hanno proprie scuole. Non crediate si tratti di un problema trascurabile (“stiamo con i diritti, non stiamo con la “casta”). Al contrario dividere radicalmente il fronte della scuola “per tutti“, ideologi e movimento da un lato, amministratori pubblici dall’altro porta solo acqua ad un ulteriore arretramento della coscienza civile e rischia di far fare passi in avanti al “privatismo“, a chi dice e opera per un ritiro dell’intervento pubblico. Bisogna chiedere, e l’Assessore Pillati se ne è già fatto interprete, una verifica delle convenzioni. Chi fa scuole con rette alte, selezionando la “clientela” deve farle bene, il dovere gli resta, non ha bisogno di fondi pubblici. Intestatevi questa volontà del Comune. Chiedete partecipazione, vera, costituite, con le altre famiglie un polo di osservazione e spinta per la qualità della scuola. Chiedete, con il Comune allo Stato, che qui fa meno che in ogni parte d’Italia, di assumersi le proprie responsabilità.
Non cedete, sempre, alle lusinghe del politicismo. Il referendum fa notizia, conquista posto sui media. Ma i bimbi non ne hanno bisogno. Hanno bisogno di tutte le scuole. Tutte e ancora di più, non una di meno.

"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R 21 Giugno 2012

martedì 19 giugno 2012

Armando Sarti, ricordi permanenti.

 
Nel 1985 mi iscrissi, giovanissimo, alla Direzione del Pci di Bologna.
A differenza di Enrico Berlinguer, per il quale Giancarlo Pajetta coniò la celebre battuta, non sono stati molto lunghi i miei passi successivi.
Venivo dal PdUP, il piccolissimo, ma decoroso, partito di Lucio Magri, Luciana Castellina e Luca Cafiero, di cui ero il Segretario locale. Da qui la nomina.
Era l’ultimo PCI, ma ancora non lo sapevamo. Quattro anni dopo Achille Occhetto sarebbe andato alla Bolognina, iniziando un’altra storia. Era ancora il PCI, la più grande federazione del PCI.
Dominava la personalità, a me particolarmente cara, di Renzo Imbeni, Sindaco e “conduttore politico” del partito.
La prima discussione importante alla quale partecipai non fu delle più tranquille. I “miglioristi” proponevano un uomo di grande valore, Vincenzo “Nino” Galletti fra le candidature per il Comune. Altre anime, quella più burocratica e quella più di sinistra, alleate, per una volta, lo respingevano.
Avrei dovuto dal loro man forte, era cosa “naturale”. Non lo feci. Mi indussero al dubbio le parole misurate di Galletti ed i ragionamenti, più “inquieti”, forse, ma vivi, penetranti, di Armando Sarti. Inaugurai così un lungo corso personale di anima fedelissima ma in qualche modo peculiare, non adusa a facili, immediate scelte. I caratteri peggiori per fare carriera.
Non ho avuto occasione di raccontarglielo ma devo molto di questa piccolissima peculiarità ad Armando Sarti.
Nel parlamento del Pci bolognese, il Comitato Federale, si parlava con una certa emozione. La platea era ancora fitta di personaggi di prestigio e di storia. Sarti sedeva, al solito, nelle prime file, ma era spesso in piedi, non si tratteneva dal “vagabondare”, ad intenzione, fra le compagne ed i compagni, per discutere, informarsi, convincere. Era parlamentare, attivissimo, e presidente della CISPEL, la confederazione delle municipalizzate.
Lo ascoltai, più volte, richiamare la necessità di comprendere “la verità interna” degli altri da noi. Proponeva, così, con fondamenti profondi, una linea delle alleanze, più preoccupata di quanto altri, più di sinistra, non fossero, dei rapporti con il PSI e con l’interezza del movimento sindacale.
Non deve trarre in inganno l’etichetta di “migliorista”. Stava nascendo allora, è vero, una corrente di pensiero troppo politicista, lo penso anche oggi, che contribuì ad indebolire i legami del maggior partito di sinistra con il crogiuolo delle contraddizioni sociali, con i temi stessi del programma.
Ma Sarti, come Galletti ed il più eretico Guido Fanti non condivideva certo questi limiti.
Era, la sua, una ricca personalità, espressione di quella “febbre del fare”, così tipica dei comunisti emiliani di cui si è recentemente parlato, grazie al bel film-documento di Michele Mellara ed Alessandro Rossi
La società, con i suoi infiniti risvolti, gli interessava, moltissimo. Alle spalle aveva un percorso di governo, al Comune, fra i maggiori della nostra storia. Aveva diretto, da politico, le ampie, ariose, innovative scelte di una urbanistica radicale e moderna. Forse proprio in quell’esperienza aveva intuito il legame fra la passione per l’utopia e il gusto di provare la realizzazione, il concreto.
Alla CISPEL stava dando un indirizzo di maggior presenza, sull’ambiente, la cogenerazione energia-calore, ricordo, e le prime forme di bilancio sociale e partecipato, come oggi si nomina.
I più giovani fra i miglioristi mi allontanavano, per quella che a me pareva una spregiudicatezza eccessiva, una rivendicazione dell‘Io, mentre gli “anziani” come Sarti, mi apparivano poliedrici e ricchi, mi aprivano ad esperienze che, per la mia formazione innanzitutto ideologica e studentesca, non conoscevo.
Capitò così che, giovane ancora, delegato al Congresso nazionale del PCI a Firenze, il primo dopo Berlinguer, in un’ansa del dibattito della Commissione elettorale, intervenni nella riunione della delegazione bolognese per ricordare anche quello di Sarti fra i nomi da inserire, o confermare, nei vertici . Fui avvicinato da preoccupati ed incuriositi compagni che chiesero, a me, isolato ed ignaro, il significato remoto di una indicazione così sorprendente. Addussi, ulteriore grave “errore“, motivazioni di merito, “Sarti uomo di valore, prezioso, rappresentante della nostra realtà più avanzata”, lasciando ancor più sorpresi i miei interlocutori. Capirono allora, probabilmente, di discutere non con uno stratega ma con un consapevole ingenuo.
Altri ancora, i ricordi. Le riunioni del Comitato contro le crisi aziendali dove i parlamentari Armando Sarti e Mauro Olivi, sempre presenti, curavano l’evolversi, de visu, di situazioni difficili, mettevano la loro credibilità al servizio di possibili mediazioni, di possibili interventi di nuovo investimento.
La funzione di Presidente dell’Editoriale dell’Unità gli venne in quegli anni. E, mentre tutto del nostro “mondo“, ancora vastissimo, cominciava a cambiare e a scricchiolare, furono anni di risanamento e di impulso. Anche qui il “doppio binario” di Sarti, pare di poter scrivere. L’attenzione alle ragioni di impresa, fosse solo per impiegare al meglio risorse che costavano fatica al nostro popolo, e lo sviluppo di iniziative di promozione di dibattito, di partecipazione, che accompagnassero il rinnovamento editoriale. Fu negli anni di Sarti che l’Unità tento la via di una nuova forma di volontariato sostenitore, con la nascita della Cooperativa dei soci, affidata ad uno scrittore di altissimo ingegno e di straordinaria generosità, Paolo Volponi.
E dall’incontro, in quella sede, di alcuni giovani intellettuali bolognesi con Paolo Volponi è nata la “Casa dei pensieri” che ancora vive.
Volponi, come noi suoi giovani sodali, era di tendenza radicale, amico di Pasolini, contestatore dall’interno, di ogni produttivismo, delle “mosche del capitale”. Evidentemente il migliorista Sarti non temeva il confronto e preferiva l’aria aperta della promozione culturale al chiuso di una corrente, al grigiore di un apparato.
Negli anni che si susseguivano, ricordo, la sua figura, alta, elegante, si accompagnò a gesti nuovi, nel parlare, nel muovere. Così quella che credo fosse una leggera sordità lo ispirò all’ uso di accartocciare la mano all’orecchio, per meglio sentire gli interventi altrui.
Non era un’immagine senile. Al contrario gli diede un vezzo di simpatia ulteriore, almeno ai miei occhi.
L’89, il ‘91, la nascita del PDS, scissioni, mutazioni. E poi il “terribile” ‘99, l’anno della prima sconfitta a Bologna. Sarti, il partigiano, il parlamentare, l’uomo del popolo che ha saputo “usare” gli intellettuali per salvare la collina, svecchiare le aziende ed i servizi, ridare forza ad un grande giornale, è ancora una delle “icone” di Bologna politica.
Un personaggio, con la sua compagna, l’architetto Felicia Bottino, uno dei migliori assessori alla cultura che la Regione Emilia-Romagna abbia avuto. Capogruppo dell’opposizione, tra le mie prime intenzioni, anche per acquisire forza e autorevolezza, non solo idee, è quella di mettermi a rapporto con i grandi “vecchi” del partito. Quelli che, sconfitta o non sconfitta, conservavano un patrimonio ineliminabile. Fra questi Sarti. Ma la malattia è già presente ed il tempo è quello del commiato. L’occasione, dolorosa, è quella di correre con Salvatore Caronna al capezzale della sua morte, chiamati dalla sua compagna.
L’eredità dei ricordi di uomini come Sarti non appartiene solo alla loro generazione, ai loro amici più vicini. Lo testimonia la permanenza anche in chi non fu di questi, come io non fui, delle sue parole, della sua immagine, dell’impronta degli avvenimenti nei quali ci si avvalse della sua maestria.
Davide Ferrari

sabato 16 giugno 2012

Errani e il nostro terremoto

"Il contrario" di Davide Ferrari
 
Mario Monti è a Bologna per intervenire ad un evento, un confronto importante, cui auguriamo il massimo successo. Incontrerà il Presidente dell'Emilia-Romagna. Errani gli parlerà del terremoto. Non gonfierà i dati. Chiederà quello che serve e quello che è urgente. Farà proposte. Non gli piace lo chiamino Governatore. Il termine, ampolloso ed "americano" è infatti impreciso. Non siamo uno Stato federale. Siamo una Regione. Errani parlerà con dignità, di noi, ma eviterà retoriche localistiche: siamo colpiti e impauriti. Almeno dove si contano, ora dopo ora, le scosse. Pochi giorni addietro, una previsione della “Grandi rischi”, da scongiuri, ha promesso, a molti, guai ulteriori. Garantisco, da interessato, che facciamo fatica a razionalizzarla. E la dichiarazione di Errani, a proposito, l'abbiamo usata come un mantra. I produttori più grossi potrebbero involarsi, attratti da buonuscite, qui, e da buonentrate in Romania o altrove. E l'occupazione arretra anche da noi. Abbiamo bisogno di aiuti e di regole, rispettate. Di investimenti, mirati e credibili. Il Governo della Regione, presente, aiuta a sperare che nulla avverrà nel vuoto, nell'apnea, in quell'abbandono del ruolo pubblico, e sociale, che è il segno peggiore di questo nostro mondo di oggi. Un terremoto fa capire, come poche cose, quanto servano pensieri forti, programmazioni, saperi robusti su ambiente, urbanistica, economia, sanità, formazione. In sintesi: non abbiamo bisogno di eroi, di trasvolatori fugaci sul perimetro della disgrazia, di giorni leonini, di facili battute. Ci servono persone serie. Una c'è. Da molti anni. La sua esperienza sta dando una mano, aperta. Tutti se ne sono accorti. inutile aggiungere encomi. Non è un collaboratore della Casaleggio ed associati, non è signor qualcuno "prestato", come si dice, alla politica. E' un politico, per fortuna nostra.
L'Unità E-R, 16 Giugno 2012

sabato 9 giugno 2012

Piazza Verdi. Ci vuole un po' d'anima.



Piazza Verdi. Il simbolo di molte cose, non solo per Bologna. Un tempo foyer allargato del teatro della grande musica, poi acciarino della rivolta studentesca, infine luogo della vita trascinata, dal loisir fino alla disperazione. Ogni suo palmo può raccontare un conflitto: fra generazioni, stili di vita, residenzialità ed accoglienza, cittadinanza e occupazione di spazio, anche la più irritante.
Non si è all'anno zero del recupero. Le tappe di un progetto partecipato, voluto da Comune e Quartiere, procedono. Il degrado è combattuto da un fitto cartellone di iniziative culturali e da una rete, resistente, di associazioni. Ora accade che una nuova polemica si apra intorno all'invadenza -innegabile- di una serie di concerti. Basta poco e si ricomincia con rischiosi fronteggiamenti, diffide e possibili ricorsi giudiziari. Si chiede di scegliere, anche negli spettacoli, ciò che più aiuta a fare passi avanti, ad integrare. Sorprende la risposta dell'Assessore Ronchi. Tutto viene rimandato ad un giudizio di valore sui generi musicali. Invece che ciò che conta, nella vicenda, è l'opportunità e la misura, non la qualità della musica e dei musicisti.
C'è stato confronto sul calendario dell' Estate in un luogo così delicato? Cosa ne pensano i protagonisti delle cose buone che si stanno facendo per far vivere meglio residenti, studenti e cittadini e (perchè no?) turisti? Arredare la piazza è il primo impegno. Ma prima e dopo le panchine ci vorrà un po' d'anima. C'è chi la mette, tutti i giorni, da anni, prestando la propria faccia, credibilità, intelligenza. A questi non facciamo perdere tempo, ributtandoli in nuovi conflitti, dando pretesto al peggio, di ogni parte, Assessore. Non serve a nessuno.

Il contrario”
Rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R, 9 Giugno 2012





sabato 2 giugno 2012

Terremoto. Noi e loro.

Il contrario
di Davide Ferrari

 
Trema. Ci cambia la vita. Non le più profonde identità. Anzi sembra esaltarle, denudarle, ricchezze e miserie comprese. Noi, compagni o circa, fra mille cose, organizziamo perfino "tagliatellate per la ricostruzione". Proprio così. Democratici emiliani, a tavola diamo il meglio anche seduti sopra la bomba strisciante. Loro, gli opposti, non demordono. Odio e razzismo anche in questi giorni di scosse. Girano su Facebook dozzine di post che invitano a cacciare gli stranieri perchè nei centri di accoglienza criticano il ragù . “Ingrati, li abbiamo accolti ed ora si siedono sguaiati nelle nostre tavole da campo, pretendono, giudicano”. C'è chi trova il tempo di testimoniare la propria bava, chi pensa, scrive, legge e rilegge -immaginiamo- corregge e pubblica cose così. In queste ore. Nell''80 andai, per un lungo periodo, volontario in Irpinia ed in Vulture. Allora i marocchini, i rumeni erano i meridionali. "Non scaricano nemmeno i camion di aiuti" si diceva e si scriveva. Io lavorai in quel Sud, con i ragazzi e le ragazze della mia età, di Conza, San Fele, Santomenna, Rionero. Erano impauriti ed eroi. Come tutti. E come tutti sono, oggi, i miei condomini Pakistani che corrono e gridano più forte la paura perchè hanno visto terremoti d'Apocalisse. Come tutti sono i miei vicini neri, proprio veri neri, del golfo di Guinea, che hanno il riso più facile, ti fanno coraggio più generosi. Come tutti persino quelli delle ballotte Rom più deragliate dalla vita. Attenzione al portafoglio, ma apertura di cuore, perchè loro ce l'hanno. E così via. Il rischio della tragedia fa capire quanto poco siamo, poco più di cuccioli che si stringono al freddo. Quasi invidiamo i razzisti. Riescono a sentirsi superiori anche al cospetto del rombo sovrano della terra. Dementi.
L'Unità E-R
2 Giugno 2012

sabato 26 maggio 2012

Grillo

Dopo un insuccesso elettorale non bisogna avere l'ansia di avvitarsi in immediate polemiche. Tempo al tempo. Così , su Parma, volevamo condurci noi. Succede tuttavia un fatto grave, che merita censure ed apre interrogativi. E' già nota la polemica fra Grillo, il suo ispiratore Casaleggio, da un lato ed il Consigliere regionale Favia, il sindaco di Parma, l'eletto Pizzarotti, dall'altra. I primi, pare, non vogliano sentir parlare di tal Tavolazzi come futuro Direttore generale del Comune di Parma. Volano un po' di stracci. Si vedrà in faccia a chi atterreranno. Poco ce ne cale. Ma un particolare ci inquieta. Nel blog di Grillo, e scrivendo in prima persona e senza firme ulteriori, si indica un email dove ricevere suggerimenti nominativi e, forse, autocandidature, per quel ruolo di vertice del Comune di Maria Luigia. Un capo politico si propone come collocatore di dirigenti amministrativi? Vogliamo chiederci qual'è la radice di una così macroscopica confusione suoi rapporti fra la politica e l'amministrazione. Nel blog si dibatte. Tutti insistono sul fatto che, con loro, hanno vinto i cittadini. Banale retorica? Leggendo con attenzione li si intende proprio convinti di questo:"noi siamo cittadini e i cittadini 'sono' noi". E gli altri? I tanti, ugualmente cittadini, che hanno espresso un voto differente? Quali diritti, e regole per salvaguardia, rimangono loro? Insomma, a furia di insultare gli avversari, e quindi sottovalutare chi li ha votati, e di identificarsi con il popolo, si finisce in una pericolosissima sindrome proprietaria. Attenzione , nessun Comune è di chi vince le elezioni. Capitelo subito, cinquestelle. Subito.


"Il contrario", rubrica di Davide Ferrari
su: L'Unità E-R, Sabato 26 Maggio 2012

sabato 19 maggio 2012

Ballottaggi

Si torna a votare, da noi, a Piacenza, Parma, Comacchio e Budrio. A differenza di quanto può sembrare, la storia e l'attualità politica dell'Emilia-Romagna sono piene di diversità e peculiarità. Così a Piacenza, dove la vicenda politica ha sempre rappresentato una mediazione con le culture lombarde, il confronto è con la destra. Piacenza, ancor più dopo il cambio politico nazionale e Pisapia a Milano, ha tutto da perdere con la vecchia destra e tutto da guadagnare ad andare avanti, rinnovando. A Parma, come a Budrio e Comacchio, i candidati appoggiati dal centrosinistra hanno di fronte Beppe Grillo. Si scrive, sui giornali nazionali, che i risultati di Grillo al primo turno lo abbiano sdoganato, reso oggetto di interesse mediatico. In realtà la sua presenza su tutti i principali mezzi di informazione è, da mesi, strabocchevole. Si è lisciata la barba arruffata del populista per tagliare le unghie di un partito, il PD, l'unico sul quale la politica potrebbe reggersi e non lasciare il campo agli altri poteri, alle vere caste, quelle del denaro. Ci sono mille motivi locali, di amore per le proprie comunità, per scegliere il voto ai candidati del centrosinistra, alla loro esperienza e rappresentatività. C'è però un motivo in più. Determinante. Grillo, comunque vada, non diventerà mai né sostanza né alternativa. Ma attizza fiamme e unge muri, in un tempo nel quale peste e fuoco sono già fin troppo diffusi. Tenere il timone, difendere i servizi ed i redditi, la socialità e la vera cultura anche nella barbarie della crisi: senza l'Emilia non si fa. L'Emilia-Romagna deve rimanere, salda, in campo perchè l'Italia abbia una speranza. Al bivio fra Parigi e Atene sbagliare strada sarebbe drammatico. "Il contrario" rubrica di Davide Ferrari, L'Unità E-R, 19 Maggio 2012

giovedì 17 maggio 2012

Riascoltare, ripararlare, ripartire

 

L'incontro è promosso dalla rivista “Il progresso d'Italia”.


Venerdì 17 Maggio, ore 17

Passepartout, via Galleria


Riascoltare, ripararlare, ripartire


interverranno
On. Andrea DE MARIA
Sen. Carlo GALLI
Davide FERRARI

sabato 12 maggio 2012

SMS. Avventure intellettuali fra storie e miti.



Il nuovo libro di Raffaele Salinari.

Raffaele Salinari è una figura nota a Bologna. Medico, cooperatore internazionale, "politico" come si dice oggi, scrittore. E' a quest'ultima dimensione che probabilmente tiene di più. Il motivo c'è, non solo la passione. Negli anni Salinari ha realizzato una sostanziosa biblioteca di testi propri. Vari i titoli. Il filo che li unisce, dai primi all'ultimo: "SMS. Simboli misteri sogni", è il racconto , leggero ma non senza dettagli, di investigazioni "impossibili" dove il viaggio si unisce all'erudizione. Il titolo scherza con la più diffusa e sintetica forma di comunicazione odierna.
In realtà il volume, che raccoglie scritti precedenti e nuovi, mette insieme una varietà di soggetti e di storie, che ci portano a piccole avventure dove un ritrovamento, in un libro o in un'idea, di tracce spesso legate a personaggi chiave e quindi intriganti del nostro universo di conoscenza, viene a coincidere con richiami ed insegnamenti del mito e del simbolo. Non vi sono salti di stile, l'unitarietà è garantita dal metodo, particolare, delle scritture dell'autore. Salinari parte e arriva da intuizioni proprie, fuori dai dati progressivi, metodici di una prassi scientifica. In ogni sua ricerca troviamo un piccolo lampo, un collegamento, una coincidenza, quasi messaggi che gli derivano dall'irrazionale. E da queste scintille deriva i fuochi del suo argomentare. L'autore li tiene ben accesi, li fissa costantemente, si fa illuminare. Ma la ricerca è sul campo, reale, concreta, con gli strumenti del viaggiare. A Venezia ad interrogare i Padri Armeni sulla mitica presenza di Stalin in Italia va sul serio, e ce lo racconta. Così come descrive la traccia trovata a Parigi in un volume della Biblioteque nationale sul destino del "Turco" la macchina meravigliosa, il robot o l'impostura, che, per 70 anni sconfisse agli scacchi le menti più prodigiose. Napoleone financo, non sappiamo se distratto da Josephine. E via via, fra vasi omerici, "crateri" di 2500 anni fa, e carte di Walter Benjamin, fra il corpo di Pasolini e la mente di Edgar Allan Poe. La citazione è fra le arti di Salinari, ma non grava sul lettore, resta leggera come le orme nella neve, da ripercorrere. Orme di cui non si conosce il piede che le stampò, ne la sua partenza, tanto meno l'arrivo.
Si giunge, incuriositi, fino alle foreste del Congo. Piace giocare con l'ombra, a Salinari, ma è lontano dalla tanta paccottiglia iniziatica che ammorba gli scaffali delle librerie. Si ritrova, in ogni episodio, la bussola del piacere di conoscere, la molla dell'umano, non l'invocazione di un demone a nostra disposizione.
Resta da dire che le non poche pagine si fanno leggere rapidamente, acute e affascinanti.

Davide Ferrari

"SMS. Simboli, misteri, sogni"
Raffaele K. Salinari
Edizioni Punto Rosso

Cevenini

La camera ardente è in Sala Rossa, i fiori sono tricolori, si distendono i gonfaloni. L'addio è nelle Istituzioni. E’ naturale che sia così. Il figlio del barbiere di S.Mamolo tutta la vita l’ha spesa in pubblico, con tenacia e volontà di arrivare, senza sgomitare, senza passare sulla testa di nessuno, camminando a lato della politica dei discorsi importanti e dei gossip meschini, delle ...grandi battaglie e delle faide spietate. Esserci sempre, mai così dentro, però, da perdere la leggerezza. Una natura, non una tattica. La tua crisi, Maurizio è iniziata quando hai dovuto incrociare l’autostrada dei massimi onori, delle massime responsabilità. Pochi come me possono dire della tua ritrosia profonda a candidarti. Io sapevo il tuo valore e, talvolta con poca grazia, ti spronavo, come altri amici. Decidesti di andare avanti, di tentare, già provato dalla fatica di contare e ricontare ogni giorno le tue capacità, di mettere fuori la porta di casa, ogni giorno, i tuoi passi, uno avanti all’altro, nell'angoscia della responsabilità, dopo tanta avventatezza che aveva colpito Bologna. Dopo, tutti sappiamo, la malattia, il ritiro, poi una prova muta, che segnava le linee del tuo viso. L'amarezza della perdita di un obiettivo diventava il senso del vuoto, un conto con se stessi e gli altri che non ritorna pari, mai. Eri uomo di partito, la tua campagna erano i parterre delle Feste. Il sostegno dei tanti finì per contare meno della fatica di ridarsi una prospettiva, di fronte a tutti. Nessuno dovrebbe affrontare da solo la stretta del cuore che non passa, il sale della lacrima che non sgorga. Serva a noi la lezione. Impariamo, dalla tua storia, a fare sempre, per primi, il gesto di un abbraccio, di una domanda, a non allontanare lo sguardo, a non pensare che il prossimo abbia altri occhi. Altre mani. Ha sempre le nostre medesime. La sua vita, la tua Maurizio, è, e sarà, nella nostra vita. D.F L'Unità E-R 12 V 2012

mercoledì 2 maggio 2012

Mafai

Ezio Mauro, al momento della scomparsa, ha definito Miriam Mafai: "fortissima e dolcissima". Una sintesi azzeccata. Aggiungerei un terzo superlativo. Miriam era acutissima. L’acutezza può essere strumento di bene e di male. Ma al livello che lei possedeva raramente può accontentarsi della conservazione, degli interessi dei potenti, del servizio allo status quo. E infatti Mafai , in una vita lunga e piena di opere, ha seguito i percorsi opposti. Era figlia di due pittori, Antonietta Raphael e Mario, il leader della cosidetta “Scuola romana“, che il critico Roberto Longhi chiamò: “la scuola di via Cavour“. Lì era la casa-studio dei Mafai, al n° 335, poi abbattuta dagli sventramenti dell’urbanistica mussoliniana, lì crebbe Miriam, con le due sorelle Giulia e Simona. Interessa qui notare come la loro pittura fosse, insieme, figurativa e corrosiva, popolare nei temi e nella leggibilità, ma drammaticamente espressiva e quindi tutt’altro che pedagogica, con tratti di assoluta originalità. Inafferabile, dunque, fuori dagli schemi. Qualcosa di questa duplicità passò nel carattere di Miriam, o almeno questo noi leggiamo nei tratti della sua professionalità e del suo percorso politico. Le Leggi razziali costrinserò anche lei all’umiliazione di dover abbandonare la scuola pubblica. Qui la radice di una opposizione al dominio fascista, il rigetto di una ideologia di violenza e discriminazione ed anche una visione segnata dal disincanto sulla reale qualità del sentimento popolare. L’Italia profonda non abbracciò l’antisemitismo ma non vi si oppose, la separazione, anche quella visibilissima dei ragazzi e delle ragazze dai loro coetanei, dalle loro classi, passò come acqua sulla pietra. E’ forse qui il germe di una diffidenza di Miriam verso l’utopia, vista a nudo, nella smentita di una sua obiettiva possibilità di realizzazione. L’utopia per la sua generazione fu il richiamo di un lontano comunismo sovietico, cui guardò sempre con un interesse di analisi e di amicizia, e che raccontò, molti anni dopo, riprendendo il filo di storie di vite che ne erano state trasformate. in più di un libro. Nel passaggio terribile dell’occupazione e della Resistenza cominciò a darsi da fare, portando volantini e stampa comunista. Incontrò lì il Pci, di cui divenne una militante impegnata ma attenta a conservare una propria autonomia e una sua visione peculiare. Comunista era il primo compagno, che sposò e con il quale ebbe due figli. E comunista Giancarlo Pajetta, forse il dirigente più amato del Pci, una leggenda difficile da accompagnare. Riflettere sul come Miriam gli fu accanto può dirci qualcosa del suo carattere. Rimasero compagni, solidali sempre, ma separati nella vita di tutti i giorni. Lei nel lavoro, sempre più importante di giornalista, lui in una vita pubblica senza requie. Un legame intenso, ma da donna libera, forse l’unico che poteva resistere all’affluente personalità di Pajetta. Dopo una lunga e brillante carriera fra L’Unità, Vie Nuove, Paese Sera, la direzione di Noi Donne, fu fra i fondatori di “Repubblica”, nel 1976. Mafai divenne subito una delle firme maggiori del giornale di Scalfari, via via più importante, fino a contendere il primato al Corriere. Un caso unico nel panorama editoriale del paese, statico e diviso in aree territoriali e politiche molto definite. Una crescita che ha seguito l’evoluzione della sinistra italiana, nella sua espansione, poi ha forse anticipato la sua mutazione nell’epoca del tramonto del socialismo reale e del riaffermarsi del liberalismo. I pezzi di Mafai nascevano da una cultura che era proprio al centro di questi processi, “dentro” al Pci ma di impostazione liberaldemocratica. Non tutti li condivisi, da lettore e da militante, ma certo si distinguevano sempre per aprire un dibattito, per servire da boa. Si allontanò dal percorso, accidentato, del suo partito, dopo il cambio dell’89. Corse avanti, mai a lato, certamente mai dietro. Come tutti i grandi giornalisti si allargò ad una produzione di libri, sempre segnalati, dove potè unire il racconto di storie di vita di coloro, come il fisico Pontecorvo, che avevano scelto la Russia, l’ "another country", per il rifiuto della guerra e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, con un ragionamento incalzante, la richiesta di una evoluzione, incentrata sull’individuo, sulla persona, sulla libertà come primo diritto. Miriam Mafai non si ferma oggi. Troppi gli elementi di attualità e le radici culturali che la collocano all’interno del crogiolo italiano perché la sua figura cessi presto la propria attualità. La libertà nell’essere donna, l’ ascendenza ebraica, la militanza e l’ individualità, la laicità liberale, e la lunga internità alla vicenda comunista, sono altrettanti filoni che a lei ricondurrano. Sarà, come sempre per noi, un rivo carico di acque. Alle donne spesso accade. Quale distanza dalla rada secca e avara delle sconsiderate oscene parole di paragone, di una Santanchè, fra Iotti e Minetti.Davide Ferrari davideferrari2000.blogspot.com

sabato 28 aprile 2012

Il centro. Meno smog, più identità.

Lo smog è fitto. Fa male. Fa ammalare. Nei centri storici come e più che nelle periferie. Anche se c’è la crisi e non se ne parla più. Sull’argomento, il Comune di Bologna non lascia, raddoppia. Il giovane Assessore Colombo appare determinatissimo. Si allargano e si differenziano gli interventi di pedonalizzazione e cura. I problemi saranno mille, certamente, ma la direzione è quella giusta. La causa di una nuova vivibilità del centro storico, salutare e civile, è fondata e merita sostegno. Non può essere assunta burocraticamente, “ex officio”. Ciò che è innovativo e coraggioso può affermarsi solo con una robusta partecipazione popolare. La salute innanzitutto e, aggiungeremmo, la città innanzitutto. Quella vera fatta per essere abitata , vissuta e percorsa. In un traffico senza fine si perdono identità e futuro, non solo polmoni. E senza identità la “sfida” con i centri commerciali è perduta in partenza, anche se si permettesse alle auto di parcheggiare in negozio, sotto il bancone della bilancia. Il Centro “di tutti” può essere anche un centro dove tutti “passino più tempo, limitando e circoscrivendo degrado ed indesiderabili. Può essere un centro dove si va di più ad acquistare. Può essere. Come? La città ne discuta e si organizzi. Oggi. Ogni minuto attardati a dire dei NO è tempo perso. "Il contrario" rubrica di Davide Ferrari L'Unità E-R, 28-04-2012

sabato 21 aprile 2012

Scuole. "Fondiamoci", con maestre e genitori.

Il Comune di Bologna, come quello di Modena, sta valutando di dare vita ad una Fondazione per gestire le proprie scuole dell’Infanzia. Il problema non è –solo- che mancano i soldi, il fatto è che-per legge-quelli che ci sono non si possono spendere per assumere insegnanti, neanche precari. E quello Sato che prende ed impone, non ha nessuna voglia, al momento, di assumersi le sue responsabilità aprendo -lui-nuove sezioni. E intanto la lista di attesa dei bambini cresce. Bisogna fare presto e bene. Qui arrivano i tanti problemi. E anche il rischio di qualche idea sbagliata. Ci sarà chi si aspetta proposte, giustissimo, ma anche grandi risorse dai privati. Non arriveranno, temo. Chi crede più facile dismettere, un domani, se a farlo sarà una Fondazione e non il Comune direttamente. Illusioni. Per le famiglie e i cittadini i bimbi sono troppo importanti ed in ogni caso le aspettative e le tensioni resteranno alte. No, se davvero la Fondazione permette di mantenere vivo l’intervento comunale, oggi impedito, bisogna andare avanti. Magari per gradi, ma senza, alla fine del percorso spezzettare un sistema già complesso, garantendo una direzione educativa e funzionale di assolutà credibilità. Serviranno maestre e genitori. Bisogna correre, ma proviamo a farli partecipare, discutere, correre con noi. Fondiamoci, con loro. "Il contrario" rubrica di Davide Ferrari L'Unità E-R, 21-04-2012

sabato 14 aprile 2012

"Gay pride". L'orgoglio ed il dialogo.

Allora è Gay Pride. A Bologna. E’ naturale. Il movimento per i diritti delle persone che oggi si nominano LGBT ebbe qui uno dei suoi più rilevanti Start Up con la nascita del “Cassero”. Come la prenderà la città? L’impressione è quella di una forte separazione di percorsi. Da un lato è cresciuta, enormemente, per fortuna, l’accettazione nella normalità, puramente e semplicemente, della diversità di orientamento sessuale, dall’altra si è radicalizzato, in settori di frangia ma consistenti, il rifiuto. Crescendo la visibilità della condizione gay è saltata la sottile coperta dell’indifferenza tollerante. Per questo, oggi, non sembrano possibili vie di mezzo. O si compiono, anche sul piano istituzionale, passi in avanti verso l’accettazione ed il riconoscimento, a cominciare da quello delle forme di vita familiare LGBT, oppure si torna indietro, si regredisce ad un NO, ben più grave del secolare: “fate quel che volete ma senza farvi troppo vedere”. E’ una scelta che è di fronte alla timida politica, ed a tutte le grandi componenti sociali, come le Chiese. Le Chiese: il luogo più critico ma dall’evoluzione più attesa e possibile, a partire dal concreto della vita nelle comunità, nei territori. Per questo sarà un bene grande, se vi sarà proposta di dialogo, anche nel giorno dell’”orgoglio”. "Il contrario" rubrica di Davide Ferrari l'Unità E-R, 14-04-2012

sabato 7 aprile 2012

Lega. Anche qui mediocrità.

Per molti anni i più autorevoli studiosi di politica si sono chiesti se, sotto il sole della globalizzazione, nello scioglimento dei ghiacciai della Sinistra, anche l'Emilia-Romagna popolare, quella della gente qualunque, la più esposta, sarebbe divenuta terra di conquista per la Lega. Perchè no? Se si era fatta “lumbard” la temibile Senatrice Mauro, dall'inconfondibile somatica mediterranea, potevamo ben diventarlo noi geograficamente predisposti.

La “buona” percentuale di Bernardini , definito il “padano dal volto umano”, all'ultimo voto per il Sindaco a Bologna aveva rinverdito il dibattito.

Pochi hanno allora insistito sulla mostruosità dei cartelloni di scherno dei lavoratori stranieri, sulla campagna di odio, fatta persino con i fumetti, per incitare i nostri cittadini a non farsi passare davanti dai cinesi e dai neri nella fila all'ospedale, allo sportello delle case popolari e così via.

Vedremo se l'armata legista, che così baldanzosamente aveva passato il Po, risalirà alle sue valli, sconfitta dagli scandali. Vedremo. I problemi restano. La crisi produce mostri ogni giorno. Potrebbero nascerne di peggiori. Solo una cosa sappiamo, della Lega: non passava da lì il rinnovamento, non l'equità, non la libertà. Da lì solo le tentazioni del razzismo e la sua più triste sorella: la mediocrità.

"Il contrario" rubrica di D.Ferrari
L'Unità E-R 7 Aprile 2012
www.davideferrari2000.blogspot.com

venerdì 30 marzo 2012

Lavoro e piccola impresa. Insieme per la vita.

Qui si muore. Il drastico peggioramento delle condizioni di vita non sempre si può sopportare, ricominciando, a 50 o 60 anni, una vita di sacrifici. Se in gioco sono più risorse, il rischio di un'investimento, un giro di aspettative, il crollo può indurre ancora di più a farla finita. Ci hanno raccontato per decenni che la Piccola impresa era la spina dorsale dell'Italia, che l'intrinseco attivismo del padrone-lavoratore superava ogni ostacolo, che gli si doveva permettere di annullare lacci burocratici e lacciuoli etici. Adesso che, per sorpassare la crisi, i grandissimi, hanno deciso che bisogna chiudere, tagliare, ridurre, e maggiormente sfruttare i propri lavoratori, nello schema gli artigiani, i piccoli imprenditori, non rientrano. Le loro voci sono tagliate. Le banche prendono senza dare ed è l'ora, anche per chi sull'antistatalismo ha costruito intere carriere, di osannare le nuove, troppo querule, superstar del fisco. Lo scontro sociale è molto aspro. La parte del lavoro dia subito segnali di volerlo condurre, in nome della fiducia e dello sviluppo, insieme alla Piccola e media impresa. Così gli Enti Locali, nei loro difficilissimi e coraggiosi piani strategici. Nel quadro del "Quarto stato", ci sia posto per chi chiede di andare avanti, di vivere. Se no, non sarà data salvezza.

"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R
30 Marzo 2012

sabato 24 marzo 2012

Art. 18. Di cosa si tratta?

Non sappiamo come andrà a finire. Sappiamo, a grandi linee, di cosa si tratta. I protagonisti sono incerti, a volte ci appaiono inadeguati, ma, sull'art. 18, lo scontro è sui fondamentali. Il quadro è plumbeo, gravido di rischi. "Perfetto" ha sentenziato Marchionne, il leader dell'avventura. I grandi "padroni", è una scelta almeno continentale, vogliono uscire dalla crisi con una forte riduzione dei salari. Per ottenerla devono crescere sia la ricattabilità, sia il numero dei componenti di un esercito di senza lavoro attorno al cuore attivo della produzione. Dietro al precedente delle pensioni c'è sotto sotto questa medesima questione. Ai più grandi non interessa nemmeno tanto la precarietà in entrata, e infatti qualcosa lì si concede. Di piccole imprese non parlano più, se serve le dannano nel girone degli evasori. Dall'altra parte , con i lavoratori che cercano di reagire, a prescindere dalle appartenenze sindacali, anche qui, in Emilia, il PD di Bersani. Un partito, l'unico vero, che si gioca tutto, indebolito dai banderilleros dell'antipolitica, indignati, disperati o furbastri che siano. Li stiamo anche noi. Almeno questo intuimmo: che saremmo arrivati a momenti “pesanti”, fin troppo, antichissimi, ad onta delle mille teorizzazioni sulla leggerezza e la modernità.

“Il contrario”
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità Emilia-Romagna, 24 03 2012

sabato 17 marzo 2012

Merola, Monti. Di che si parla.

Il Sindaco di Bologna ha chiesto ascolto e sostegno. Il Governo deve rispondere. Certamente, le vie per cercare di farcela, fra crisi della finanza pubblica e bisogni sociali richiedono fra i diversi livelli istituzionali un coordinamento attentissimo, una pazienza infinita. Ma le città sono una colonna della società italiana, se vanno in frantumi non dimagrisce la casta, non si liberano mercati, crolla il Paese. Partiamo da qui, dalla realtà. Ci aveva sorpreso qualche tempo addietro leggere un'autorevole notista bolognese affermare che Monti ha il vento in poppa e i Sindaci invece arrancano superati, non innovano, sono out, hanno perso la patente di rinnovatori del quadro politico ed istituzionale. Di che si parla? Occorre consapevolezza della posta in gioco: la qualità della vita dei cittadini. La sensibilità politica è necessaria ma è uno strumento non sostituisce i bilanci ed i servizi. Noi auguriamo il vento migliore a chi ci governa, anzi stiamo facendo la vela. E' un dovere e insieme una necessità. Ma l'Italia non si può ridurre a uno di quei “casi di scuola” che si simulano dei master universitari. Non è un campo di esercitazione. Le città, come le grandi basi del welfare e dell'educazione, come il lavoro, hanno bisogno di politiche di lunga durata, di interventi di programmazione, di cura. Nel frattempo meno danni possibile. Meno.

Il contrario
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R 17 marzo 2012