mercoledì 1 agosto 2012

“Fra le culture diffuse”.


Appunti sulla vicenda e i caratteri del PCI in Emilia-Romagna. 



I. Nascita e affermazione di una eclettica totalità

L' Emilia-Romagna
che esce dalla guerra è una terra poverissima.
Il peculiare interscambio fra città e campagna ha evitato, anche durante il
conflitto e il lungo e drammatico passaggio del fronte, il
diffondersi di una carestia, di estesi fenomeni di vera e propria
fame, almeno nei territori centrali (da Imola a Parma).
Nondimeno la scarsità, nella vita quotidiana, è la protagonista assoluta.
A Bologna la grande parte delle famiglie fa un pasto solo al giorno dove la carne è
presente solo molto saltuariamente. 

I consumi voluttuari sono pressoché inesistenti. Il cinema del doppio
programma è, in locali luridi, l'unico divertimento cui si riesce
con fatica a non rinunciare. In larghe zone delle campagne è
assicurato da operatori viaggianti. La pratica sportiva è quasi
azzerata.
Queste condizioni
rimarranno invariate, nella sostanza, fino alla prima metà degli
anni cinquanta. 

Il PCI, già
vittorioso in larga parte della regione, ma non in tutta, deve
occuparsi, in primo luogo di condurre grandi lotte per minimi
miglioramenti nelle condizioni di vita urbane, e, sostenendo duri
scontri, nei patti agrari, ma è già così forte da iniziare 
ad affrontare il tema del tempo libero, e realizzare prime occasioni
di ricreazione e svago. Dapprima saranno momenti estemporanei, poi
con enormi sforzi, insieme ad una rete sorprendente di associazioni,
a finalità ideali e o
professionali, e di gruppi per le donne e la famiglia, si formerà la
rete delle Case del popolo e si diffonderà la straordinaria
esperienza delle Feste dell'Unità. 

Le iniziative di
diretta promozione sociale, come-per altri versi- la responsabilità
di numerosi Enti Locali, compresi i più importanti fra i Comuni-
diventeranno non soltanto un canale di collegamento con tutti gli
strati della società, di primaria importanza, ma via via la fucina
per la nascita e la crescita di gruppi dirigenti diffusi, di un
amplissimo volontariato, che apprenderà a misurarsi con leggi e
regolamenti, con infrastrutture ed artisti, con imprese e mestieri,
vedendo le proprie professionalità, da quelle operaie a quelle
muliebri, valorizzate in un ambiente che le rispetta e da loro
valore.

Sono oggi, finalmente, più compresi i caratteri e le motivazioni del
volontariato comunista, in Emilia così radicato da interessare, in
qualche misura, con almeno un componente, la grande maggioranza delle
famiglie. Oggi è maggiormente compreso come il volontariato abbia
prodotto una valorizzazione del lavoro e della professionalità di
decine di migliaia di persone, uomini e donne. Un lavoro, altrove
sottoposto a sfruttamento o quantomeno limitato da catene di comando
avulse dal merito, e invece fornito per libera scelta e senza la
gerarchia imposta dalla proprietà, nella realizzazione,
dall'edificazione alla gestione, delle sedi ed occasioni culturali
popolari. 
Il quadro concettuale che si è andato formando nel PCI di Togliatti, non senza
lotte interne e drammatiche crisi, soprattutto dopo la rovinosa
sconfitta del Fronte Popolare, nel 1948, che sembra smentire per
sempre la validità della scelta delle larghe alleanze dei partiti
democratici, in Emilia-Romagna trova campo per una sua validazione
concreta e di massa.
“Aderire a tutte
le pieghe della società”, qui dove non si è marginali, si fa. 

Qui non resta un
dovere politico ma si traduce in realtà: “Unire alla classe i ceti
medi”, cosiddetti produttivi, in particolare artigianali, spesso
derivati dalla fuoriuscita dai poli industriali di numerosi operai,
fra i migliori e più intraprendenti, per licenziamenti politici, ed
anche l'associare il piccolo commercio e l'ambulantato. 

“Lottare per la
pace”, prima contro gli USA dell'atomica di Hiroshima, poi per la
coesistenza, diventa qui un tratto di enorme forza.
Nell'ispirazione ed
il richiamo insistente al primato della pace si coagula, confusamente
ma efficacemente, l'identità internazionalista e “antimperialista”
che vede l'URSS come indiscutibile punto di riferimento e metro di
verità, l'apertura alle masse cattoliche, la sacralizzazione, nel
ripudio della guerra, di tutto ciò che è pace e convivenza: il
lavoro, certamente, ma anche la famiglia, i rapporti umani, persino
il loisir e l'amore.

Linea politica e
morale, rinuncia alla rivoluzione e fedeltà ai suoi ideali,
concretismo e abnegazione in vista di un mondo “altro” da
affermare e conquistare, sono le robuste basi sulle quali si fonda
l'attivismo ordinato e libero, per più decenni, di vertici e base,
di amministratori e cittadini, di creativi e di organizzatori. Tutto
ciò che anche qui possiamo riassumere nel termine, ormai noto, di
“febbre del fare”, come ripreso dal film di Mellara e Rossi.
Senza questi
fondamenti non si sarebbe affermato un modello che, soprattutto nei
suoi rapporti con la cultura, dall'alta ricerca alle diffuse opinioni
appare orientato contemporaneamente, con efficace contraddizione, ad
un eclettismo, così insistito da ammorbidire l'ideologia, senza
negarne i valori, e a una tensione alla “totalità”, alla
comprensione nella sfera della politica di ogni espressione umana.
L'impasto fra idealità assolute e concreto servizio non ha solo
affascinato e convinto tanti alla militanza ma ha costituito anche
la legittimazione, non annullata da nessuna critica o contraddizione,
neanche le più serie, raggiunta dal PCI emiliano anche in settori
politico-culturali o sociali lontani o a lui opposti.

Il rispetto e la considerazione del PCI come qualcosa come di altro
rispetto ai mali insuperati del carattere e della storia italiana (
di cui mirabilmente scrisse Pasolini nei suoi ultimi interventi),
riposarono non solo sulla patente storica di partito erede, in
Italia, di una aspirazione alla costruzione rivoluzionaria di una
società diversa, ma, e in Emilia forse più ancora, sul modello
comportamentale fornito dai suoi quadri e soprattutto dalla sua
attiva e generosa base.

Al di là di rappresentazioni edulcorate della storia, talvolta
felicemente strumentali, adottate dal PCI medesimo per dare alimento
alle proprie aperture verso il mondo cattolico, per lunghi decenni la
Chiesa, anche in Emilia-Romagna, non cessò mai di sostenere
l'opposizione al potere del partito, e alle sue realizzazioni
amministrative e sociali. Don Camillo e Peppone di Guareschi,
simpaticamente nemici ma in realtà “fatti della stessa pasta”
bonaria, hanno vinto la battaglia dell'immaginario ma reggono solo in
parte alla prova della verifica degli accadimenti storici.

Dopo le tragedie delle varie fasi del dopoguerra, con gli episodi di
terrorismo ai danni di sacerdoti e dirigenti cattolici, da un lato,
e la durissima repressione del Governo a guida democristiana,
dall'altro, si è andato configurando un universo relazionale fra PCI
e mondo cattolico del tutto differente, ma pur sempre di
contrapposizione. L'episodio della candidatura a Sindaco di Bologna
di Giuseppe Dossetti, nel 1956, ne è esempio. Una sorta di sfida sul
terreno dell'innovazione istituzionale, e della partecipazione
sociale si mantenne tuttavia sempre all'ombra di un insuperabile
confine costituito dalla convinzione della non democraticità
sostanziale dei comunisti e della necessità storica di superarne
radicamento ed egemonia.

Il PCI, consapevole della centralità ineludibile della presenza
cattolica in Italia, fin dalla votazione sul Concordato all'Assemblea
costituente, adottò progressivamente, superando le venature
anticlericali degli anni frontisti, una tattica di dialogo e
coinvolgimento cosi vasta da trasformarsi in un carattere identitario
del partito.

La concorrenza delle forme di promozione culturale popolari si fermò
sempre al confine delle isole di maggior dimensione della presenza
cattolica. Gli asili infantili mai vennero combattuti, ed invece si
operò per integrarli nel sistema pubblico, in varia misura, così i
centri formativi per operai ed artigiani. La rete parrocchiale rimase
sempre, in Emilia, la più vasta nel mondo giovanile anche per
l'attenzione al suo operato da parte degli Enti locali guidati dai
comunisti.

Persino nelle manifestazioni popolari il confine dell'attività
ecclesiale non venne mai superato, come si può evincere
considerando, a puro titolo di esempio, il “Carnevale dei bambini”
di Bologna, voluto da Lercaro, sempre rimasto fino all'oggi, solo
nel suo genere, mai sfidato da manifestazioni simili di soggetti
opposti.

Se meno convinti furono in Emilia i contenuti moraleggianti del
tentativo comunista di avvicinare le masse cattoliche,
dall'esaltazione di Maria Goretti al familismo sessuofobico,
contrario al genius emiliano, più convincente fu la forza
dell'attivismo comunista nel proporre momenti di partecipazione
comune, dalla pace alla solidarietà verso il mondo del lavoro, nelle
sedi ed occasioni di cultura “di massa” promosse dal PCI.

Le Case del popolo ereditarono una tradizione già molto presente nel
socialismo riformista e popolare e la medesima abitudine a poter
disporre di istituzioni ricreative, consolidatasi nel ventennio
fascista. Fenomeno non solo emiliano, trovarono qui una dimensione ed un
radicamento popolare altrove non raggiunto.

E' noto l'episodio della visita di
Togliatti ad una Casa del popolo di Bologna, del suo chiedere
conto, bonariamente, di quello che gli pare frutto di una
mobilitazione d'occasione, il numero di uomini, donne e ragazzi al
lavoro nelle diverse attività associative, e del suo stupore nel
vedersi rispondere che una tale frequenza è normale e quotidiana.

Si comprende la funzione e l' importanza delle Case del popolo, se se
ne considera il carattere di luoghi della gioventù che per alcuni
decenni seppero mantenere.

Da tempo l'immagine del volontariato di sinistra è legata al mondo
degli anziani ma negli anni '50 , '60 e oltre, è soprattutto la
gioventù delle classi lavoratrici a trovare lì espressione e
protagonismo. Dopo una rilevantissima affluenza successiva al termine
della guerra, gli anni che seguirno la sconfitta frontista videro,
anche in Emilia, un drastico ridursi della leva delle adesioni,
proseguito fino alla svolta del'68. Nondimeno la FGCI si mantenne
organizzazione di massa e, nelle Case del popolo si realizzarono
esperienze comuni di giovani intellettuali e studenti con ragazzi e
ragazze impegnati nel lavoro fin dall'adolescenza. 


La repressione degli anni di Scelba , nei quali si giunse a imputare
per accattonaggio i raccoglitori di
fondi per stampa, sedi ed iniziative, attraversò anche le Case del
popolo.

Si può ricordare la vicenda
dell'espropriazione della Casa del Popolo del Quartiere Mazzini a
Bologna, divenuta caserma dei Carabinieri, nonostante una
vera e propria battaglia dei giovani per mantenerne l'uso popolare.

Il carattere stabile, di laboratorio, delle “Case” le renderà
permeabili a fenomeni opposti. Da una parte l'urto del primo consumo
culturale di massa, della televisione e della concorrenza con il
divertimento commerciale, reso possibile dal maggiore livello di
occupazione raggiunto al termine degli anni '50 e poi dal boom
economico. Dall'altra parte con le ripetute ondate di
ripoliticizzazione e il confronto, sempre difficile, all'ombra di una
medesima bandiera, fra impulsi di rivoluzione, il richiamo
dell'ideologia e il riformismo di fatto prevalente nella quotidianità
delle attività.

Ad esempio si può citare la vicenda del teatro di Dario Fo e Franca
Rame, adottato, con la fatica di una difficile confronto, dalla rete
dell'ARCI, dopo la repressione del Governo e l'espulsione dalla TV di
Stato. 

Una dialettica simile ha attraversato anche le Feste dell'Unità
dove, tuttavia, il carattere di apertura “indistinta” a ogni tipo
di fruizione e consumo culturale, leciti, è sempre risultato più
evidente.

La dialettica fra chi intendeva accentuare il messaggio politico e
chi affermava la natura di libera frequentazione, rivolta a tutti,
serena e piacevole, si è protratto per tutta l'esistenza del PCI.

Le Feste hanno visto, negli anni '50, il “Teatro di massa”, meno
celebrativo e più folklorico di quello presentato negli stadi di
Mosca o Pechino, ma in qualche modo riferibile ad una “cultura
totale”, accompagnarsi ai concorsi di bellezza, i massimi filosofi
e poeti “engagees” insieme alle prove di resistenza subacquea.
Una dialettica conciliativa, fra distinti e non opposti, che è
giunta fino al fronteggiarsi, esemplare, nella grande “città delle
feste” di Bologna, della Casadeipensieri, animata da scrittori di
ogni parte del mondo, con le kermesses di nuovi artisti proposti da
Andrea Mingardi, dagli ultimi anni del PCI, fino alle edizioni
odierne.

La mutazione del partito si è tuttavia riflessa anche nella
continuità delle Feste. I cartelli del Teatro di massa sono stati
riassorbiti nelle grandi sfilate politiche, poi via via ridotte, fino
a scomparire in programmi basati sul dibattito e sul confronto con le
altre forze politiche. Le insegne con le lunghe parole d'ordine sono
andate via via sparendo, sostituite da titolazioni uniche dell'intero
calendario, brevi e mutuate dal linguaggio pubblicitario
professionale.

Resta da ricordare che la stabilizzazione e la crescita di “Case”
e “Feste” si accompagnerà ad una progressiva chiusura o
riduzione di altre istanze in qualche modo rese meno urgenti dallo
sviluppo del welfare pubblico, in particolare quelle rivolte alle
donne ed ai ragazzi, dagli spacci alternativi ai concitti-scuola, ai
“pionieri”, non senza un relativo impoverimento della rete
associativa.


II. Il passaggio del '68

Lo sviluppo dell'economia italiana, l'esplosione dei mezzi di
comunicazione ed acculturazione di massa, la nascita della giovinezza
come categoria sociale, il differenziarsi del tempo, fra lavoro e
non, con la crescita del consumo, sono state, come da tempo ha
chiarito l'indagine della ricerca storica, elementi ineludibili anche
per il PCI, soprattutto in Emilia, dove la vastità dell'adesione e
della responsabilità di governo, favorivano il superamento delle
tentazioni di arroccamento e di rifiuto delle mutazioni.

Ne nacquero dibattiti memorabili, assorbimenti e crisi. Di volta in
volta il differenziarsi della società, la questione giovanile in
particolare, hanno sfidato il Partito, le sue concezioni più
radicate, lo svolgersi delle proprie attività sociali.

Se il contrasto fra il rock e soprattutto il beat, da un lato, e la
musica tradizionale, il ballo “liscio” intergenerazionale,
dall'altro, è stato risolto nella giustapposizione e
nell'affiancamento, assai più problematico è risultato affrontare
il gigantesco ritorno della politica come ansia di partecipazione, di
rivolgimento totale, portato dal finire degli anni '60.

Vi partecipavano, cercando referenza nel partito o in critica, anche
dirompente, a lui rivolta, culture e pezzi di società estranei al
“blocco sociale” emiliano fino allora realizzato. Cattolici,
figli della borghesia e del ceto medio, in numero tale da sconvolgere
la tavola fissa delle appartenenze, lasciavano in quegli anni i
riferimenti ereditati dalle proprie famiglie, e fino ad allora
iscritti nei propri destini. Gli studenti e poi i giovani laureati,
cresciuti numericamente in modo costante fin dal dopoguerra, con
l'espansione economica, diventano un nuovo grande soggetto culturale
e politico, in larghissima misura orientato a Sinistra, una Sinistra
cui non appartengono ed alla quale si presentano con codici e
linguaggi del tutto propri.

Se poteva supporsi che il PCI emiliano, più moderato nei
comportamenti, più inserito, con mille legami, nella medesima
società che è sottoposta alla contestazione studentesca, dovesse
diventare la controparte dell'ondata del '68-'69, così non fu.

Il concreto operare per l'inclusione, il diffuso protagonismo sociale
sempre promosso a fianco ed a sostegno della propria azione di
governo locale, la dialettica fra ideale di rivoluzione e pratica di
riforma, consentirono un nuovo “miracolo” del PCI emiliano.

Già affermatosi grazie alla rappresentanza ed alla partecipazione di
ceti del tutto altri rispetto all'operaio della grande industria, i
braccianti, il piccolo commercio, i lavoratori pubblici dei servizi e
dell'istruzione, il Pci regge l'urto della politicizzazione
studentesca e dei baby-boomers.

Proprio in Emilia-Romagna si danno esperienze di incontro e
mediazione fra i “nuovi rivoluzionari” ed il maggiore partito
della sinistra tradizionale.

Così a Bologna, con l'iniziativa, controversa ma lungimirante e
coraggiosa di una Sezione universitaria che legge Luxemburg, segue
Ingrao, viene più volte attaccata dalla direzione del partito, ma
riesce a costruire un dialogo, anzi è “dentro” il movimento,
contribuisce a modellarne culture e scelte.

Ancora più considerevole è l'innovazione amministrativa che in
quegli anni, tenta di abbandonare la quantità per scegliere la
qualità. In particolare con una politica urbanistica di salvaguardia
del bene naturale ed architettonico, divenuta modello ed
interlocutore per la cultura più avanzata, nel campo, di tutto il
mondo. Un altro settore attraversato dal '68 è la scuola, dove i
Comuni accelerano la costruzione di una rete di interventi perchè
sia garantita una “eguale partenza” ai bambini di tutte le classi
sociali e venga favorita la libertà delle donne nella famiglia. I
nidi, le scuole dell'Infanzia, il tempo pieno in tutta la scuola
dell'obbligo si uniscono ad una tradizionale valorizzazione della
cultura del lavoro portata avanti da scuole tecniche di buon
prestigio, gestite in più città dagli enti locali.

Convivono parole d'ordine sulla “irriformabilità della scuola e
dell'Università” che i più giovani dirigenti portano nei
dibattiti dei comitati federali del partito, appena addolcendo le
teorizzazioni originarie, da Althusser a Rudi Dutschke, e una
pratica avanzata di riforme, che si nutre di una partecipazione
battagliera, dal basso, di interi settori sociali e di più
generazioni, e, a sua volta è capace di indirizzarla di farla
crescere.

Nel passaggio fra anni '60 e '70 si crea anche un nuovo immaginario
ed un nuovo linguaggio comune proprio in quei giovani che per decenni
erano sembrati sfuggire alla Sinistra. Vi entrano prepotentemente le
idee del pacifismo contro la guerra del Vietnam, vero e proprio mito
di passaggio dalle proprie idee “antiche” ad un viversi nella
speranza di un domani totalmente differente. Esse permeano i testi
non solo dei cantautori impegnati, numerosi e di primo piano in
Emilia-Romagna, ma anche di alcune canzoni più note dei cantanti
“televisivi”. Così accanto a Guccini ed ai Nomadi, a Lucio Dalla
si trova Gianni Morandi, con “C'era un ragazzo...” , un inno
contro la guerra che proponeva intelligentemente l'identificazione
con i giovani d'oltreoceano costretti ad una una guerra non voluta e
non condivisa. Il Pci è sorpassato più volte ma rimane l'unico
interlocutore, la casa di quasi tutti gli artisti più celebri di
questa stagione.

Un riferimento morale, politico ed anche organizzativo, con le reti
dei circoli Arci e delle Feste dell'Unità, che diventano sempre più
curate e frequentate.

Nel partito si esprime anche un percorso di ricerca più
approfondito, di rivisitazione politica della tradizione popolare,
così', ad esempio con il “Canzoniere delle Lame” e mille altri
gruppi di diversa storia e dimensione.

Se l'Emilia non riesce a diventare un polo produttivo autonomo
rapportabile a Roma e a Milano sono molto numerosi, qui, gli artisti
di cinema e di teatro, e di elevatissima rilevanza. Anche nel cinema,
la “commedia all'italiana” diffonde, a livello della generale
opinione pubblica, letture garbatamente ma decisamente critiche 
della storia e del presente, mentre il cinema di ricerca, 
ripercorre la strada
delle culture alternative e dell'espressione profonda di
trasformazione.

Anche nel mondo cattolico sono anni di intensa mutazione degli
orientamenti culturali. Opera in Emilia, prepotentemente, il seme del
Concilio. A Bologna il vescovo Lercaro è protagonista di una svolta
clamorosa che, da protagonista della contrapposizione al PCI, lo
porta ad assumere le posizioni più coraggiose del dibattito
conciliare. Chiusa, non senza intervento censorio vaticano, la sua
esperienza, passano alle liste del PCI figure di rilievo come La
Valle e Codrignani. La contestazione più radicale, a sua volta,
opera nel profondo. Dalle “comunità di base”, ispirate da 
figure “contro”, il cui esempio non si riesce a marginalizzare,
come Don Milani, fino alla scelta per il socialismo delle ACLI, passa
a Sinistra una parte rilevante dei quadri culturali migliori, di
formazione cattolica, dal giornalismo, all'università, alla scuola,
nelle fabbriche e nell'associazionismo.

Sono passaggi che il PCI favorisce, senza mai voler chiudere le porte
al dialogo con l'istituzione ecclesiale .

Sono percorsi che spesso lo sopravanzeranno, chiedendogli coerenze e
radicalità non attese ma che contribuiscono potentemente a fare del
PCI, collettore all'opposizione alla DC, un protagonista con il quale
deve “fare i conti” l'intero sistema politico e di governo. 
Viene sconfitto il tentativo di risolvere una volta per tutte il
problema delle basi sociali della Repubblica con il centrosinistra,
escludendo la forza comunista. 

In sostanza il Pci, attraversato dalla rivoluzione culturale degli
anni '60 e '70, pur non avendovi un ruolo di avanguardia e di
apripista, la accoglie, è pervaso e pervade il nuovo, e nel
passaggio di quegli anni accresce sostanzialmente la propria forza.


III. “Alta si levò la sconfitta”. E il mutamento.


Ma sotto la spiaggia dorata dei successi e delle realizzazioni lavora
una storia difficile che sta superando gli assetti del dopoguerra. 
Se il PCI emiliano-romagnolo è ancora una volta il più capace di
raccogliere anche elettoralmente i frutti caduti dall'albero scosso
dalla contestazione, per tutta la prima metà degli anni '70, irrompe
alla fine di questo decennio una contraddizione non sanabile fra
governo e rivolta, quale mai il PCI aveva affrontato.

Le radici sono vastissime, figlie dell'epoca. Ad Est dopo le grandi
vittorie dell'estremo oriente il movimento comunista si rivela
incapace di trovare una via diversa dallo sviluppo quantitativo e
dall'irrigidimento militare.

La reazione americana è determinata e incalzante. Si scatena in
Italia una stagione terrorista tesa, nella sostanza, ad impedire
l'allargamento delle responsabilità di Governo a tutte le forze di
sinistra e che colpirà con la massima violenza Bologna e
l'Emilia-Romagna. Il PCI diventa nuovamente un punto di
contraddizione, subisce un attacco ed un conflitto che aveva, forse
solo con Berlinguer, in qualche modo immaginato e a cui tenta di
rispondere con il “compromesso storico”.

Una gestione tutta improntata alla “responsabilità nazionale”
non fa cogliere il rischio di spaccature deflagranti fra le diverse
anime della Sinistra.

Il '77 vede Bologna terreno di scontro, protagonista di una
“rivoluzione” rabbiosa ed isolata dalla politica, ma largamente
egemone nella realtà giovanile che la esprime.

Anche la centralità del lavoro, più icona politica che reale
assetto sociale, soprattutto qui, sembra scomparire sotto la messa in
luce di più e diversi lavori, i cosiddetti “non garantiti”
sembrano richiedere una radicalità che il partito non riconosce,
soprattutto mentre è impegnato a sostenere un Governo di intesa
nazionale.

E' perduta la “centralità operaia”, è smarrita la riconosciuta
superiorità morale del riferimento alla continuità storica del
partito.

I fatti del Marzo, vicenda in sé limitata sia pur gravissima,
segneranno una frattura mai ricomposta. Il PCI non potrà più
riconquistare una capacità egemonica dai tratti universali, quale
era riuscito ad assicurarsi in Emilia.

Si dividono le sorti,
definitivamente. Da una parte i soggetti politici e sociali
disponibili ad una decisa integrazione nel quadro esistente dei
poteri, che vogliono entrarvi per dare futuro alla democrazia,
accettano, anche nelle proprie modalità comunicative, la rinuncia 
ad un orizzonte di generale trasformazione. Dall'altra parte separa
il proprio percorso una vasta componente di chi era andato maturando
l'attesa di una palingenesi, promessa fin dagli anni '60, nei
rapporti sociali come in quelli fra i generi, nella politica come
nell'orizzonte personale.

Dopo la fiamma delle barricate anche “contro” il PCI, sarà il
riflusso.

Bologna diviene, per anni, simbolo di una giovinezza creativa ma
decaduta nell'assenza di speranza, che si avvia gradatamente ad
abbandonare, prima la militanza poi l'interesse per la politica. I
romanzi di Tondelli, le tavole di Pazienza, la descriveranno meglio
di ogni ricerca, attirando emulazioni, divenendo “mito”.

Il PCI , dopo la barra perduta nei tragici giorni del Marzo, sarà
capace di affrontare meglio la rivolta, garantendo spazi ed ascolto.
Sarà “La società”, il giornale della Federazione del PCI di
Bologna, a stampare gli atti, quasi le memorie, culturali della
stagione settantasettina.

Con innovative politiche di welfare, viene riassorbito molto del 
protagonismo sociale e vengono inseriti nel quadro delle professioni
pubbliche numerosi fra i quadri politici del '77.

Ma il momento dell'espansione lenta e progrediente è passato per
sempre.
Non sono più sufficienti il carattere eclettico del PCI emiliano, le
giustapposizioni di culture, l'allargarsi della nomenclatura delle
contraddizioni assunte nella propria estesa capacità di
rappresentanza.

Per la prima volta il PCI, pur passando dalla condanna al dialogo,
non è in grado di elaborare una propria strategia egemonica. Non
“comunica”, come tante volte si dirà.. La cultura giovanile
prima si radicalizza poi rifluisce, sempre lontanissima.

Il tentativo dell'ultimo Berlinguer di pensare la crisi e di opporsi
alla caduta, con le aperture ai movimenti ed al femminismo, alla
difesa operaia dalla ristrutturazione, al pacifismo, viene seguito
dal partito emiliano.

Ma sembra più forte la tentazione di una scorciatoia esplicitamente
riformista. Pare più capace di fare i conti fino in fondo con quanto
sta accadendo. Il riformismo trova le parole per dire il suo nome ma
rinchiuso in un'ottica di riduzione dell'orizzonte del cambiamento,
non più ispirato ad una pratica di progresso -per tappe, certamente-
ma aperto e curioso di ogni trasformazione.

Il PSI di Bettino Craxi sembra la risposta adatta a seguire la grande
chiusura in corso nella società italiana ed insieme a garantire a
nuovi ceti e generazioni il canale di accesso al potere. Nasce il
”migliorismo” e da battaglia, qui più che altrove, alla terza
via, forse tardiva, di Berlinguer.

Si apre una lunga stagione di cambiamenti prima impensati. Comincia
ad intravedersi che non può essere un partito “comunista”,
comunque ridefinito dalla sua storia e dalla sua intelligenza, ad
essere il soggetto motore della conquista del governo del paese,
mentre tutta un'epoca si consuma, .

Si richiude l'orizzonte politico di tutto il PCI ed anche di quello
locale. Non saranno i miglioristi emiliani i protagonisti dell'ultima
decisiva metamorfosi, troppo limitati da una analisi tutta politica
del presente.

E le varie anime più a sinistra, pur godendo ancora di quadri
dirigenti di valore e di vastissimo radicamento, non riusciranno a
proporre una alternativa capace di rappresentare il concretismo
dell'amministrazione e le urgenze di un presente difficile.

Proprio a Bologna, dopo la caduta del muro di Berlino, soltanto 12
anni dopo il '77, e ad appena 5 dalla scomparsa di Berlinguer, 
Achille Occhetto annuncia la fine del PCI. 

Il termine di una storia non può non essere una sconfitta, che “alta
si levò” come afferma  un celebre verso, pure non può negarsi
che, in questo caso caso, si sia voluto consapevolmente seguire il
mutamento, senza perdere il filo della politica.

E' storia di oggi. Una storia dove l'eredità del PCI dell'Emilia
Romagna ha comunque agito, è risultata elettoralmente decisiva,
strategica, in tentativi significativi e vincenti, in più fasi, come
l'Ulivo di Romano Prodi, ma dove non pare avere partecipato più,
sia per insuperabili limiti sia, all'opposto, per colpevoli
rimozioni, a produrre nuove visioni e indirizzi peculiari
sufficientemente delineati per imporsi come modello all'intera
Italia. 

Davide Ferrari

Scritto pubblicato nel volume:
"Emilia rossa. Immagini, voci, memorie dalla storia del PCI in Emilia-Romagna 1945-1991" 
a cura di Lorenzo Capitani, Vittoria Maselli ed.

venerdì 20 luglio 2012

Dopoguerra. I bimbi del Sud, le donne d’Emilia.


La guerra è appena finita. Si cerca di sopravvivere, eppure molte donne, in Emilia, hanno già cominciato a “fare politica”.
Hanno cercato di garantire i generi di prima necessità alle famiglie e ai figli. Sono andate, a mani nude, davanti alle caserme, per chiedere la liberazione dei rastrellati. Mentre si torna alla normalità non vogliono rinunciare a darsi da fare. Nella “bassa Italia” (come veniva chiamata) c’è fame, ci sono bambini nelle strade, cagnolini senza padrone. Qualcuna ha un’idea. Portare migliaia di “cinni” del Sud a recuperare cibo e speranza,  presso famiglie disponibili, nel Nord, ad ospitarli per qualche tempo.
L’idea è buona. Si trasforma in uno dei più straordinari episodi di solidarietà popolare che l’Italia abbia mai conosciuto, lo ricorda il documentario: “Pasta nera”. Nelle foto, vicino a quei bimbi, vestiti improbabilmente, che scendono dai treni, si vedono uomini, anche qualche politico.
Ma furono le donne a fare tutto. Non chiesero medaglie e non le ottennero.
Vi furono sacerdoti e zelatori che si impegnarono a descrivere i comunisti del Nord come banditi, pronti a fare colazione dei piccoli viaggiatori. Invece andò tutto bene, come ricordava mia mamma, presente in quei giorni di febbrile amore.  Non era ancora una militante. Aveva pianto, a guerra era finita: i nazifascisti erano i nemici, ma l’Italia della sua giovinezza era pur sempre sconfitta. Divenne comunista, a modo suo, occupandosi di quei bambini. 
Il PCI è stato grande perché favoriva la libera iniziativa della bontà, la creatività del fare mille cose giuste. I congressi, le ideologie, si imparavano dopo, strada facendo. Quando, genericamente, ci viene ricordata l’importanza del volontariato, rammentiamo che tutto questo è stato. Le radici di una terra dove si credeva nel prossimo.

“Il contrario”
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R

sabato 14 luglio 2012

Patti ci insegna un luogo dell'anima.



Patti Smith a Bologna. I suoi arrivi segnano gli anni della mia generazione. Nel '79 mi ricordo assediato in una sede piccola, ma gloriosa, della sinistra più radicale, vigilare, far da concierge, garantire ospitalità ad una masnada di teenagers traghettati a Bologna per ascoltare quella che i rotocalchi chiamavano “la profetessa del rock”. Mettemmo giorni e giorni per cancellare le scritte e i graffiti sui nostri poveri muri. Non c'erano i telefonini e gli sms. I messaggi d'amore si scolpivano, dai battiscopa, ad altezza di sacco a pelo, fino ai soffitti (“come avranno fatto? Si saranno appesi ai lampadari?”). Non erano ancora i giorni dei lucchetti a testimoniare imperitura fedeltà, altrimenti avremmo dovuto lavorare di fiamma ossidrica. I “ti amo”, comunque, sopravanzavano simboli e giuramenti rivoluzionari. E' tornata più volte. La processione dei miei sodali si è ripetuta. Già alle spalle la giovinezza, la si volle ritrovare nelle atmosfere di Smith, nella sua voce personalissima, nei suoi argomenti. Torna, domani. Farà visita anche al Museo della strage di Ustica. Gliene dobbiamo essere grati. Si commuoverà certamente nel vedere la sagoma uccisa del grande aeroplano e le magnifiche installazioni di Boltanski. E' un luogo dell'anima, non solo della memoria.
Una grande interprete insegnerà a noi l'importanza di frequentare ed aiutare la cura di quel museo. Ogni giorno. Per fortuna chi lo ha voluto, con fatica ed intelligenza, lo mantiene vivo. Dovremmo metterlo in capo, nelle schede, nei depliants di Bologna, per orgogliosa convinzione. Non lo facciamo. Promettiamo, Patti Smith, da domani lo faremo. Promettiamo.

"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R.
14 Luglio 2012

sabato 7 luglio 2012

La “Spending review”? Sacrificata all'emergenza.



"Spending review", così è stata nominata. Dominano, nelle tasche nostre e nei cervelli, impoverimento e paura. Le voci si sono rincorse in questi giorni, fra allarmi veri e "bufale" mediatiche. Ogni aspettativa negativa passa come un coltello arroventato nel burro. Non ci uniamo ai cori di doglianza e maledizione, non fosse altro perché non servirebbe a nulla. Però un dubbio, a dire poco, ci rimane. Strutturale. Credevamo che una “rivisitazione della spesa” fosse una indagine tesa ad individuare storture del bilancio, a suggerire raddrizzamenti. Un lavoro da commissione d'esame. Per questo non ci sembrava infondata la decisione di affidarla ad un Commissario "esterno", Bondi. Viene avanti, però, una cosa diversa. Si dice che si tratta di tagliare, dove si può, per evitare aumenti dell'Iva. Bene, ma allora Bondi è stato una specie di consulente di una manovra finanziaria straordinaria. Ma se serve ridurre, al volo, voci di spesa, bisogna assumersene politicamente la responsabilità, tenendo aperto un tavolo con le parti sociali. Non ci si nasconde dietro a revisioni strutturali di processi di spesa (fatte in così pochi giorni? E con quali esiti scientifici?). Come consulenti per i tagli, sono più adatti e responsabili gli uffici, un “revisore”è colui che deve relazionare sulle colonne portanti del bilancio e su come queste si traducono in mandati di spesa. Siamo profani. Vorremmo essere smentiti, o confortati, dall'autorevolezza di chi se ne intende. Logorare le parole giuste, importanti, è un danno. “Spending review” è una bella espressione. Speriamo non la si archivi fra le cose morte ancor prima di nascere, sacrificate strumentalmente all'imperio dell'emergenza.

"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R, 7 Luglio 2012

domenica 1 luglio 2012

Bologna, l'Emilia, la finalissima.



Oggi. E' oggi la "piccola" finalissima degli Europei. Non è il mondiale, ma l'aria, l'attesa ormai si equivalgono a quelle che caratterizzavano le Rimet della nostra giovinezza. Nei nostri bar si passa lo straccio sui maxischermi. Fra pochissimo ci saremo tutti. Bologna si sente coinvolta. Diamanti è nostro, al di là delle sue ascendenze etrusche. Dell' Emilia si parla molto, magari per darci solidarietà per il tremore assassino della terra. Siamo dentro il fatto, come italiani, ma anche come bolognesi. Caronte toglie il fiato, ma a noi sembra di avere prossime le sponde della gloria, non dello Stige infernale. Arrivati increduli ai successi di Balotelli e Cassano, riscoperte le maestrie di Pirlo e una difesa che nemmeno Rocco avrebbe potuto mettere insieme, oggi vogliamo vincere. Siamo ottimisti, ci trattiene solo il brivido, il timore che esser troppo sicuri porti male. Tutto è già andato a posto: al "nero" vogliono bene anche i leghisti, già lo vedono padano, se segna ancora lo faranno alpino. Le fregnacce si sono spostate sulla Germania, sulla Spagna. Vi “stireremo” scrive su Facebook una legione di sconsiderati. Qualcuno ha compiuto vandalismi, magari vorrà ritentare. Hanno fatto male persino agli autobus. Mezzi fra i più utili e innocenti. Chi non ha recitato almeno una volta la buffa preghiera che chiede di farci vincere, e quindi di far perdere altri? Ma se il Padrederno non gradisse, se come gli amici pakistani, preferisse il cricket e non se ne intendesse? Preghiamo perchè tutto fili liscio, invece, senza odio e violenza. Perchè la serata e la notte lunga che ci attendono siano effervescenti, guizzanti come i capelli di Prandelli, ma eleganti com'erano l'eloquio e l'animo di Bulgarelli. Sì a lui pensiamo ancora, mentra la palla rotola e vola. Pensiamo, e il grido inutile si fermi in gola, si adoperino le mani, solo per salutare.

L'Unità E-R, 1 Luglio 2012
"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari

lunedì 25 giugno 2012

L' infanzia e la sua scuola oggi a Bologna

 Secondo incontro del ciclo

"Infanzia oggi: crisi, generazioni, migrazioni".

Casadeipensieri e la Festa dell'Unità dei Quartieri Reno e Porto, a Bologna, nei giardini delle scuole Dozza, via Nenni (zona Barca), Lunedì 25 Giugno, alle ore 21.
Dialogo con Marilena Pillati, Davide Ferrari, Franco Frabboni, Fulvio Ramponi.
Saranno presenti: Sergio Zappoli, Massimo Meliconi, Luca Valenziano.
Presiede Carla Falchieri

sabato 23 giugno 2012

Scuole dell'Infanzia. Lettera ai referendari.


Cari amici promotori del referendum contro le convenzioni fra il comune di Bologna e le scuole dell’infanzia paritarie, chi scrive condivide i valori che vi ispirano.
Sono evidenti: la passione civile per la scuola pubblica, il senso di giustizia e di eguaglianza, la difesa della laicità dell’insegnamento.
Non vogliamo che, ancora una volta, il confronto sui temi che proponete termini in una polemica astiosa e burocratica sulla legittimità formale della vostra iniziativa.
Ciò scritto, con franchezza, devo dirvi che non condivido ed anzi sono preoccupato dal modo con il quale avete scelto di dare battaglia.
La scuola dell’infanzia, tutta, non va confusa con altri gradi di istruzione. La presenza delle scuole paritarie, in massima parte, data da decenni, ha una storia decorosa ben diversa dalla realtà dei diplomifici e degli  stampatori di titoli fasulli ad uso delle trote.
Se si sospendesse ogni finanziamento pubblico non è affatto vero che i bambini troverebbero posto nelle scuole comunali. E’ vero invece che aumenterebbe, moltissimo, il numero di quelli senza scuola. Basta fare due conti per verificarlo.
Questa verità dovete considerarla, finalmente. Continuare a non farlo non solo vi espone all’accusa di poca onestà intellettuale ma soprattutto potrebbe essere causa di un isolamento da chi deve decidere e governare, a Bologna come in tutti i comuni d’Italia che hanno proprie scuole. Non crediate si tratti di un problema trascurabile (“stiamo con i diritti, non stiamo con la “casta”). Al contrario dividere radicalmente il fronte della scuola “per tutti“, ideologi e movimento da un lato, amministratori pubblici dall’altro porta solo acqua ad un ulteriore arretramento della coscienza civile e rischia di far fare passi in avanti al “privatismo“, a chi dice e opera per un ritiro dell’intervento pubblico. Bisogna chiedere, e l’Assessore Pillati se ne è già fatto interprete, una verifica delle convenzioni. Chi fa scuole con rette alte, selezionando la “clientela” deve farle bene, il dovere gli resta, non ha bisogno di fondi pubblici. Intestatevi questa volontà del Comune. Chiedete partecipazione, vera, costituite, con le altre famiglie un polo di osservazione e spinta per la qualità della scuola. Chiedete, con il Comune allo Stato, che qui fa meno che in ogni parte d’Italia, di assumersi le proprie responsabilità.
Non cedete, sempre, alle lusinghe del politicismo. Il referendum fa notizia, conquista posto sui media. Ma i bimbi non ne hanno bisogno. Hanno bisogno di tutte le scuole. Tutte e ancora di più, non una di meno.

"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R 21 Giugno 2012

martedì 19 giugno 2012

Armando Sarti, ricordi permanenti.

 
Nel 1985 mi iscrissi, giovanissimo, alla Direzione del Pci di Bologna.
A differenza di Enrico Berlinguer, per il quale Giancarlo Pajetta coniò la celebre battuta, non sono stati molto lunghi i miei passi successivi.
Venivo dal PdUP, il piccolissimo, ma decoroso, partito di Lucio Magri, Luciana Castellina e Luca Cafiero, di cui ero il Segretario locale. Da qui la nomina.
Era l’ultimo PCI, ma ancora non lo sapevamo. Quattro anni dopo Achille Occhetto sarebbe andato alla Bolognina, iniziando un’altra storia. Era ancora il PCI, la più grande federazione del PCI.
Dominava la personalità, a me particolarmente cara, di Renzo Imbeni, Sindaco e “conduttore politico” del partito.
La prima discussione importante alla quale partecipai non fu delle più tranquille. I “miglioristi” proponevano un uomo di grande valore, Vincenzo “Nino” Galletti fra le candidature per il Comune. Altre anime, quella più burocratica e quella più di sinistra, alleate, per una volta, lo respingevano.
Avrei dovuto dal loro man forte, era cosa “naturale”. Non lo feci. Mi indussero al dubbio le parole misurate di Galletti ed i ragionamenti, più “inquieti”, forse, ma vivi, penetranti, di Armando Sarti. Inaugurai così un lungo corso personale di anima fedelissima ma in qualche modo peculiare, non adusa a facili, immediate scelte. I caratteri peggiori per fare carriera.
Non ho avuto occasione di raccontarglielo ma devo molto di questa piccolissima peculiarità ad Armando Sarti.
Nel parlamento del Pci bolognese, il Comitato Federale, si parlava con una certa emozione. La platea era ancora fitta di personaggi di prestigio e di storia. Sarti sedeva, al solito, nelle prime file, ma era spesso in piedi, non si tratteneva dal “vagabondare”, ad intenzione, fra le compagne ed i compagni, per discutere, informarsi, convincere. Era parlamentare, attivissimo, e presidente della CISPEL, la confederazione delle municipalizzate.
Lo ascoltai, più volte, richiamare la necessità di comprendere “la verità interna” degli altri da noi. Proponeva, così, con fondamenti profondi, una linea delle alleanze, più preoccupata di quanto altri, più di sinistra, non fossero, dei rapporti con il PSI e con l’interezza del movimento sindacale.
Non deve trarre in inganno l’etichetta di “migliorista”. Stava nascendo allora, è vero, una corrente di pensiero troppo politicista, lo penso anche oggi, che contribuì ad indebolire i legami del maggior partito di sinistra con il crogiuolo delle contraddizioni sociali, con i temi stessi del programma.
Ma Sarti, come Galletti ed il più eretico Guido Fanti non condivideva certo questi limiti.
Era, la sua, una ricca personalità, espressione di quella “febbre del fare”, così tipica dei comunisti emiliani di cui si è recentemente parlato, grazie al bel film-documento di Michele Mellara ed Alessandro Rossi
La società, con i suoi infiniti risvolti, gli interessava, moltissimo. Alle spalle aveva un percorso di governo, al Comune, fra i maggiori della nostra storia. Aveva diretto, da politico, le ampie, ariose, innovative scelte di una urbanistica radicale e moderna. Forse proprio in quell’esperienza aveva intuito il legame fra la passione per l’utopia e il gusto di provare la realizzazione, il concreto.
Alla CISPEL stava dando un indirizzo di maggior presenza, sull’ambiente, la cogenerazione energia-calore, ricordo, e le prime forme di bilancio sociale e partecipato, come oggi si nomina.
I più giovani fra i miglioristi mi allontanavano, per quella che a me pareva una spregiudicatezza eccessiva, una rivendicazione dell‘Io, mentre gli “anziani” come Sarti, mi apparivano poliedrici e ricchi, mi aprivano ad esperienze che, per la mia formazione innanzitutto ideologica e studentesca, non conoscevo.
Capitò così che, giovane ancora, delegato al Congresso nazionale del PCI a Firenze, il primo dopo Berlinguer, in un’ansa del dibattito della Commissione elettorale, intervenni nella riunione della delegazione bolognese per ricordare anche quello di Sarti fra i nomi da inserire, o confermare, nei vertici . Fui avvicinato da preoccupati ed incuriositi compagni che chiesero, a me, isolato ed ignaro, il significato remoto di una indicazione così sorprendente. Addussi, ulteriore grave “errore“, motivazioni di merito, “Sarti uomo di valore, prezioso, rappresentante della nostra realtà più avanzata”, lasciando ancor più sorpresi i miei interlocutori. Capirono allora, probabilmente, di discutere non con uno stratega ma con un consapevole ingenuo.
Altri ancora, i ricordi. Le riunioni del Comitato contro le crisi aziendali dove i parlamentari Armando Sarti e Mauro Olivi, sempre presenti, curavano l’evolversi, de visu, di situazioni difficili, mettevano la loro credibilità al servizio di possibili mediazioni, di possibili interventi di nuovo investimento.
La funzione di Presidente dell’Editoriale dell’Unità gli venne in quegli anni. E, mentre tutto del nostro “mondo“, ancora vastissimo, cominciava a cambiare e a scricchiolare, furono anni di risanamento e di impulso. Anche qui il “doppio binario” di Sarti, pare di poter scrivere. L’attenzione alle ragioni di impresa, fosse solo per impiegare al meglio risorse che costavano fatica al nostro popolo, e lo sviluppo di iniziative di promozione di dibattito, di partecipazione, che accompagnassero il rinnovamento editoriale. Fu negli anni di Sarti che l’Unità tento la via di una nuova forma di volontariato sostenitore, con la nascita della Cooperativa dei soci, affidata ad uno scrittore di altissimo ingegno e di straordinaria generosità, Paolo Volponi.
E dall’incontro, in quella sede, di alcuni giovani intellettuali bolognesi con Paolo Volponi è nata la “Casa dei pensieri” che ancora vive.
Volponi, come noi suoi giovani sodali, era di tendenza radicale, amico di Pasolini, contestatore dall’interno, di ogni produttivismo, delle “mosche del capitale”. Evidentemente il migliorista Sarti non temeva il confronto e preferiva l’aria aperta della promozione culturale al chiuso di una corrente, al grigiore di un apparato.
Negli anni che si susseguivano, ricordo, la sua figura, alta, elegante, si accompagnò a gesti nuovi, nel parlare, nel muovere. Così quella che credo fosse una leggera sordità lo ispirò all’ uso di accartocciare la mano all’orecchio, per meglio sentire gli interventi altrui.
Non era un’immagine senile. Al contrario gli diede un vezzo di simpatia ulteriore, almeno ai miei occhi.
L’89, il ‘91, la nascita del PDS, scissioni, mutazioni. E poi il “terribile” ‘99, l’anno della prima sconfitta a Bologna. Sarti, il partigiano, il parlamentare, l’uomo del popolo che ha saputo “usare” gli intellettuali per salvare la collina, svecchiare le aziende ed i servizi, ridare forza ad un grande giornale, è ancora una delle “icone” di Bologna politica.
Un personaggio, con la sua compagna, l’architetto Felicia Bottino, uno dei migliori assessori alla cultura che la Regione Emilia-Romagna abbia avuto. Capogruppo dell’opposizione, tra le mie prime intenzioni, anche per acquisire forza e autorevolezza, non solo idee, è quella di mettermi a rapporto con i grandi “vecchi” del partito. Quelli che, sconfitta o non sconfitta, conservavano un patrimonio ineliminabile. Fra questi Sarti. Ma la malattia è già presente ed il tempo è quello del commiato. L’occasione, dolorosa, è quella di correre con Salvatore Caronna al capezzale della sua morte, chiamati dalla sua compagna.
L’eredità dei ricordi di uomini come Sarti non appartiene solo alla loro generazione, ai loro amici più vicini. Lo testimonia la permanenza anche in chi non fu di questi, come io non fui, delle sue parole, della sua immagine, dell’impronta degli avvenimenti nei quali ci si avvalse della sua maestria.
Davide Ferrari

sabato 16 giugno 2012

Errani e il nostro terremoto

"Il contrario" di Davide Ferrari
 
Mario Monti è a Bologna per intervenire ad un evento, un confronto importante, cui auguriamo il massimo successo. Incontrerà il Presidente dell'Emilia-Romagna. Errani gli parlerà del terremoto. Non gonfierà i dati. Chiederà quello che serve e quello che è urgente. Farà proposte. Non gli piace lo chiamino Governatore. Il termine, ampolloso ed "americano" è infatti impreciso. Non siamo uno Stato federale. Siamo una Regione. Errani parlerà con dignità, di noi, ma eviterà retoriche localistiche: siamo colpiti e impauriti. Almeno dove si contano, ora dopo ora, le scosse. Pochi giorni addietro, una previsione della “Grandi rischi”, da scongiuri, ha promesso, a molti, guai ulteriori. Garantisco, da interessato, che facciamo fatica a razionalizzarla. E la dichiarazione di Errani, a proposito, l'abbiamo usata come un mantra. I produttori più grossi potrebbero involarsi, attratti da buonuscite, qui, e da buonentrate in Romania o altrove. E l'occupazione arretra anche da noi. Abbiamo bisogno di aiuti e di regole, rispettate. Di investimenti, mirati e credibili. Il Governo della Regione, presente, aiuta a sperare che nulla avverrà nel vuoto, nell'apnea, in quell'abbandono del ruolo pubblico, e sociale, che è il segno peggiore di questo nostro mondo di oggi. Un terremoto fa capire, come poche cose, quanto servano pensieri forti, programmazioni, saperi robusti su ambiente, urbanistica, economia, sanità, formazione. In sintesi: non abbiamo bisogno di eroi, di trasvolatori fugaci sul perimetro della disgrazia, di giorni leonini, di facili battute. Ci servono persone serie. Una c'è. Da molti anni. La sua esperienza sta dando una mano, aperta. Tutti se ne sono accorti. inutile aggiungere encomi. Non è un collaboratore della Casaleggio ed associati, non è signor qualcuno "prestato", come si dice, alla politica. E' un politico, per fortuna nostra.
L'Unità E-R, 16 Giugno 2012

sabato 9 giugno 2012

Piazza Verdi. Ci vuole un po' d'anima.



Piazza Verdi. Il simbolo di molte cose, non solo per Bologna. Un tempo foyer allargato del teatro della grande musica, poi acciarino della rivolta studentesca, infine luogo della vita trascinata, dal loisir fino alla disperazione. Ogni suo palmo può raccontare un conflitto: fra generazioni, stili di vita, residenzialità ed accoglienza, cittadinanza e occupazione di spazio, anche la più irritante.
Non si è all'anno zero del recupero. Le tappe di un progetto partecipato, voluto da Comune e Quartiere, procedono. Il degrado è combattuto da un fitto cartellone di iniziative culturali e da una rete, resistente, di associazioni. Ora accade che una nuova polemica si apra intorno all'invadenza -innegabile- di una serie di concerti. Basta poco e si ricomincia con rischiosi fronteggiamenti, diffide e possibili ricorsi giudiziari. Si chiede di scegliere, anche negli spettacoli, ciò che più aiuta a fare passi avanti, ad integrare. Sorprende la risposta dell'Assessore Ronchi. Tutto viene rimandato ad un giudizio di valore sui generi musicali. Invece che ciò che conta, nella vicenda, è l'opportunità e la misura, non la qualità della musica e dei musicisti.
C'è stato confronto sul calendario dell' Estate in un luogo così delicato? Cosa ne pensano i protagonisti delle cose buone che si stanno facendo per far vivere meglio residenti, studenti e cittadini e (perchè no?) turisti? Arredare la piazza è il primo impegno. Ma prima e dopo le panchine ci vorrà un po' d'anima. C'è chi la mette, tutti i giorni, da anni, prestando la propria faccia, credibilità, intelligenza. A questi non facciamo perdere tempo, ributtandoli in nuovi conflitti, dando pretesto al peggio, di ogni parte, Assessore. Non serve a nessuno.

Il contrario”
Rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R, 9 Giugno 2012





sabato 2 giugno 2012

Terremoto. Noi e loro.

Il contrario
di Davide Ferrari

 
Trema. Ci cambia la vita. Non le più profonde identità. Anzi sembra esaltarle, denudarle, ricchezze e miserie comprese. Noi, compagni o circa, fra mille cose, organizziamo perfino "tagliatellate per la ricostruzione". Proprio così. Democratici emiliani, a tavola diamo il meglio anche seduti sopra la bomba strisciante. Loro, gli opposti, non demordono. Odio e razzismo anche in questi giorni di scosse. Girano su Facebook dozzine di post che invitano a cacciare gli stranieri perchè nei centri di accoglienza criticano il ragù . “Ingrati, li abbiamo accolti ed ora si siedono sguaiati nelle nostre tavole da campo, pretendono, giudicano”. C'è chi trova il tempo di testimoniare la propria bava, chi pensa, scrive, legge e rilegge -immaginiamo- corregge e pubblica cose così. In queste ore. Nell''80 andai, per un lungo periodo, volontario in Irpinia ed in Vulture. Allora i marocchini, i rumeni erano i meridionali. "Non scaricano nemmeno i camion di aiuti" si diceva e si scriveva. Io lavorai in quel Sud, con i ragazzi e le ragazze della mia età, di Conza, San Fele, Santomenna, Rionero. Erano impauriti ed eroi. Come tutti. E come tutti sono, oggi, i miei condomini Pakistani che corrono e gridano più forte la paura perchè hanno visto terremoti d'Apocalisse. Come tutti sono i miei vicini neri, proprio veri neri, del golfo di Guinea, che hanno il riso più facile, ti fanno coraggio più generosi. Come tutti persino quelli delle ballotte Rom più deragliate dalla vita. Attenzione al portafoglio, ma apertura di cuore, perchè loro ce l'hanno. E così via. Il rischio della tragedia fa capire quanto poco siamo, poco più di cuccioli che si stringono al freddo. Quasi invidiamo i razzisti. Riescono a sentirsi superiori anche al cospetto del rombo sovrano della terra. Dementi.
L'Unità E-R
2 Giugno 2012

sabato 26 maggio 2012

Grillo

Dopo un insuccesso elettorale non bisogna avere l'ansia di avvitarsi in immediate polemiche. Tempo al tempo. Così , su Parma, volevamo condurci noi. Succede tuttavia un fatto grave, che merita censure ed apre interrogativi. E' già nota la polemica fra Grillo, il suo ispiratore Casaleggio, da un lato ed il Consigliere regionale Favia, il sindaco di Parma, l'eletto Pizzarotti, dall'altra. I primi, pare, non vogliano sentir parlare di tal Tavolazzi come futuro Direttore generale del Comune di Parma. Volano un po' di stracci. Si vedrà in faccia a chi atterreranno. Poco ce ne cale. Ma un particolare ci inquieta. Nel blog di Grillo, e scrivendo in prima persona e senza firme ulteriori, si indica un email dove ricevere suggerimenti nominativi e, forse, autocandidature, per quel ruolo di vertice del Comune di Maria Luigia. Un capo politico si propone come collocatore di dirigenti amministrativi? Vogliamo chiederci qual'è la radice di una così macroscopica confusione suoi rapporti fra la politica e l'amministrazione. Nel blog si dibatte. Tutti insistono sul fatto che, con loro, hanno vinto i cittadini. Banale retorica? Leggendo con attenzione li si intende proprio convinti di questo:"noi siamo cittadini e i cittadini 'sono' noi". E gli altri? I tanti, ugualmente cittadini, che hanno espresso un voto differente? Quali diritti, e regole per salvaguardia, rimangono loro? Insomma, a furia di insultare gli avversari, e quindi sottovalutare chi li ha votati, e di identificarsi con il popolo, si finisce in una pericolosissima sindrome proprietaria. Attenzione , nessun Comune è di chi vince le elezioni. Capitelo subito, cinquestelle. Subito.


"Il contrario", rubrica di Davide Ferrari
su: L'Unità E-R, Sabato 26 Maggio 2012

sabato 19 maggio 2012

Ballottaggi

Si torna a votare, da noi, a Piacenza, Parma, Comacchio e Budrio. A differenza di quanto può sembrare, la storia e l'attualità politica dell'Emilia-Romagna sono piene di diversità e peculiarità. Così a Piacenza, dove la vicenda politica ha sempre rappresentato una mediazione con le culture lombarde, il confronto è con la destra. Piacenza, ancor più dopo il cambio politico nazionale e Pisapia a Milano, ha tutto da perdere con la vecchia destra e tutto da guadagnare ad andare avanti, rinnovando. A Parma, come a Budrio e Comacchio, i candidati appoggiati dal centrosinistra hanno di fronte Beppe Grillo. Si scrive, sui giornali nazionali, che i risultati di Grillo al primo turno lo abbiano sdoganato, reso oggetto di interesse mediatico. In realtà la sua presenza su tutti i principali mezzi di informazione è, da mesi, strabocchevole. Si è lisciata la barba arruffata del populista per tagliare le unghie di un partito, il PD, l'unico sul quale la politica potrebbe reggersi e non lasciare il campo agli altri poteri, alle vere caste, quelle del denaro. Ci sono mille motivi locali, di amore per le proprie comunità, per scegliere il voto ai candidati del centrosinistra, alla loro esperienza e rappresentatività. C'è però un motivo in più. Determinante. Grillo, comunque vada, non diventerà mai né sostanza né alternativa. Ma attizza fiamme e unge muri, in un tempo nel quale peste e fuoco sono già fin troppo diffusi. Tenere il timone, difendere i servizi ed i redditi, la socialità e la vera cultura anche nella barbarie della crisi: senza l'Emilia non si fa. L'Emilia-Romagna deve rimanere, salda, in campo perchè l'Italia abbia una speranza. Al bivio fra Parigi e Atene sbagliare strada sarebbe drammatico. "Il contrario" rubrica di Davide Ferrari, L'Unità E-R, 19 Maggio 2012

giovedì 17 maggio 2012

Riascoltare, ripararlare, ripartire

 

L'incontro è promosso dalla rivista “Il progresso d'Italia”.


Venerdì 17 Maggio, ore 17

Passepartout, via Galleria


Riascoltare, ripararlare, ripartire


interverranno
On. Andrea DE MARIA
Sen. Carlo GALLI
Davide FERRARI

sabato 12 maggio 2012

SMS. Avventure intellettuali fra storie e miti.



Il nuovo libro di Raffaele Salinari.

Raffaele Salinari è una figura nota a Bologna. Medico, cooperatore internazionale, "politico" come si dice oggi, scrittore. E' a quest'ultima dimensione che probabilmente tiene di più. Il motivo c'è, non solo la passione. Negli anni Salinari ha realizzato una sostanziosa biblioteca di testi propri. Vari i titoli. Il filo che li unisce, dai primi all'ultimo: "SMS. Simboli misteri sogni", è il racconto , leggero ma non senza dettagli, di investigazioni "impossibili" dove il viaggio si unisce all'erudizione. Il titolo scherza con la più diffusa e sintetica forma di comunicazione odierna.
In realtà il volume, che raccoglie scritti precedenti e nuovi, mette insieme una varietà di soggetti e di storie, che ci portano a piccole avventure dove un ritrovamento, in un libro o in un'idea, di tracce spesso legate a personaggi chiave e quindi intriganti del nostro universo di conoscenza, viene a coincidere con richiami ed insegnamenti del mito e del simbolo. Non vi sono salti di stile, l'unitarietà è garantita dal metodo, particolare, delle scritture dell'autore. Salinari parte e arriva da intuizioni proprie, fuori dai dati progressivi, metodici di una prassi scientifica. In ogni sua ricerca troviamo un piccolo lampo, un collegamento, una coincidenza, quasi messaggi che gli derivano dall'irrazionale. E da queste scintille deriva i fuochi del suo argomentare. L'autore li tiene ben accesi, li fissa costantemente, si fa illuminare. Ma la ricerca è sul campo, reale, concreta, con gli strumenti del viaggiare. A Venezia ad interrogare i Padri Armeni sulla mitica presenza di Stalin in Italia va sul serio, e ce lo racconta. Così come descrive la traccia trovata a Parigi in un volume della Biblioteque nationale sul destino del "Turco" la macchina meravigliosa, il robot o l'impostura, che, per 70 anni sconfisse agli scacchi le menti più prodigiose. Napoleone financo, non sappiamo se distratto da Josephine. E via via, fra vasi omerici, "crateri" di 2500 anni fa, e carte di Walter Benjamin, fra il corpo di Pasolini e la mente di Edgar Allan Poe. La citazione è fra le arti di Salinari, ma non grava sul lettore, resta leggera come le orme nella neve, da ripercorrere. Orme di cui non si conosce il piede che le stampò, ne la sua partenza, tanto meno l'arrivo.
Si giunge, incuriositi, fino alle foreste del Congo. Piace giocare con l'ombra, a Salinari, ma è lontano dalla tanta paccottiglia iniziatica che ammorba gli scaffali delle librerie. Si ritrova, in ogni episodio, la bussola del piacere di conoscere, la molla dell'umano, non l'invocazione di un demone a nostra disposizione.
Resta da dire che le non poche pagine si fanno leggere rapidamente, acute e affascinanti.

Davide Ferrari

"SMS. Simboli, misteri, sogni"
Raffaele K. Salinari
Edizioni Punto Rosso

Cevenini

La camera ardente è in Sala Rossa, i fiori sono tricolori, si distendono i gonfaloni. L'addio è nelle Istituzioni. E’ naturale che sia così. Il figlio del barbiere di S.Mamolo tutta la vita l’ha spesa in pubblico, con tenacia e volontà di arrivare, senza sgomitare, senza passare sulla testa di nessuno, camminando a lato della politica dei discorsi importanti e dei gossip meschini, delle ...grandi battaglie e delle faide spietate. Esserci sempre, mai così dentro, però, da perdere la leggerezza. Una natura, non una tattica. La tua crisi, Maurizio è iniziata quando hai dovuto incrociare l’autostrada dei massimi onori, delle massime responsabilità. Pochi come me possono dire della tua ritrosia profonda a candidarti. Io sapevo il tuo valore e, talvolta con poca grazia, ti spronavo, come altri amici. Decidesti di andare avanti, di tentare, già provato dalla fatica di contare e ricontare ogni giorno le tue capacità, di mettere fuori la porta di casa, ogni giorno, i tuoi passi, uno avanti all’altro, nell'angoscia della responsabilità, dopo tanta avventatezza che aveva colpito Bologna. Dopo, tutti sappiamo, la malattia, il ritiro, poi una prova muta, che segnava le linee del tuo viso. L'amarezza della perdita di un obiettivo diventava il senso del vuoto, un conto con se stessi e gli altri che non ritorna pari, mai. Eri uomo di partito, la tua campagna erano i parterre delle Feste. Il sostegno dei tanti finì per contare meno della fatica di ridarsi una prospettiva, di fronte a tutti. Nessuno dovrebbe affrontare da solo la stretta del cuore che non passa, il sale della lacrima che non sgorga. Serva a noi la lezione. Impariamo, dalla tua storia, a fare sempre, per primi, il gesto di un abbraccio, di una domanda, a non allontanare lo sguardo, a non pensare che il prossimo abbia altri occhi. Altre mani. Ha sempre le nostre medesime. La sua vita, la tua Maurizio, è, e sarà, nella nostra vita. D.F L'Unità E-R 12 V 2012

mercoledì 2 maggio 2012

Mafai

Ezio Mauro, al momento della scomparsa, ha definito Miriam Mafai: "fortissima e dolcissima". Una sintesi azzeccata. Aggiungerei un terzo superlativo. Miriam era acutissima. L’acutezza può essere strumento di bene e di male. Ma al livello che lei possedeva raramente può accontentarsi della conservazione, degli interessi dei potenti, del servizio allo status quo. E infatti Mafai , in una vita lunga e piena di opere, ha seguito i percorsi opposti. Era figlia di due pittori, Antonietta Raphael e Mario, il leader della cosidetta “Scuola romana“, che il critico Roberto Longhi chiamò: “la scuola di via Cavour“. Lì era la casa-studio dei Mafai, al n° 335, poi abbattuta dagli sventramenti dell’urbanistica mussoliniana, lì crebbe Miriam, con le due sorelle Giulia e Simona. Interessa qui notare come la loro pittura fosse, insieme, figurativa e corrosiva, popolare nei temi e nella leggibilità, ma drammaticamente espressiva e quindi tutt’altro che pedagogica, con tratti di assoluta originalità. Inafferabile, dunque, fuori dagli schemi. Qualcosa di questa duplicità passò nel carattere di Miriam, o almeno questo noi leggiamo nei tratti della sua professionalità e del suo percorso politico. Le Leggi razziali costrinserò anche lei all’umiliazione di dover abbandonare la scuola pubblica. Qui la radice di una opposizione al dominio fascista, il rigetto di una ideologia di violenza e discriminazione ed anche una visione segnata dal disincanto sulla reale qualità del sentimento popolare. L’Italia profonda non abbracciò l’antisemitismo ma non vi si oppose, la separazione, anche quella visibilissima dei ragazzi e delle ragazze dai loro coetanei, dalle loro classi, passò come acqua sulla pietra. E’ forse qui il germe di una diffidenza di Miriam verso l’utopia, vista a nudo, nella smentita di una sua obiettiva possibilità di realizzazione. L’utopia per la sua generazione fu il richiamo di un lontano comunismo sovietico, cui guardò sempre con un interesse di analisi e di amicizia, e che raccontò, molti anni dopo, riprendendo il filo di storie di vite che ne erano state trasformate. in più di un libro. Nel passaggio terribile dell’occupazione e della Resistenza cominciò a darsi da fare, portando volantini e stampa comunista. Incontrò lì il Pci, di cui divenne una militante impegnata ma attenta a conservare una propria autonomia e una sua visione peculiare. Comunista era il primo compagno, che sposò e con il quale ebbe due figli. E comunista Giancarlo Pajetta, forse il dirigente più amato del Pci, una leggenda difficile da accompagnare. Riflettere sul come Miriam gli fu accanto può dirci qualcosa del suo carattere. Rimasero compagni, solidali sempre, ma separati nella vita di tutti i giorni. Lei nel lavoro, sempre più importante di giornalista, lui in una vita pubblica senza requie. Un legame intenso, ma da donna libera, forse l’unico che poteva resistere all’affluente personalità di Pajetta. Dopo una lunga e brillante carriera fra L’Unità, Vie Nuove, Paese Sera, la direzione di Noi Donne, fu fra i fondatori di “Repubblica”, nel 1976. Mafai divenne subito una delle firme maggiori del giornale di Scalfari, via via più importante, fino a contendere il primato al Corriere. Un caso unico nel panorama editoriale del paese, statico e diviso in aree territoriali e politiche molto definite. Una crescita che ha seguito l’evoluzione della sinistra italiana, nella sua espansione, poi ha forse anticipato la sua mutazione nell’epoca del tramonto del socialismo reale e del riaffermarsi del liberalismo. I pezzi di Mafai nascevano da una cultura che era proprio al centro di questi processi, “dentro” al Pci ma di impostazione liberaldemocratica. Non tutti li condivisi, da lettore e da militante, ma certo si distinguevano sempre per aprire un dibattito, per servire da boa. Si allontanò dal percorso, accidentato, del suo partito, dopo il cambio dell’89. Corse avanti, mai a lato, certamente mai dietro. Come tutti i grandi giornalisti si allargò ad una produzione di libri, sempre segnalati, dove potè unire il racconto di storie di vita di coloro, come il fisico Pontecorvo, che avevano scelto la Russia, l’ "another country", per il rifiuto della guerra e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, con un ragionamento incalzante, la richiesta di una evoluzione, incentrata sull’individuo, sulla persona, sulla libertà come primo diritto. Miriam Mafai non si ferma oggi. Troppi gli elementi di attualità e le radici culturali che la collocano all’interno del crogiolo italiano perché la sua figura cessi presto la propria attualità. La libertà nell’essere donna, l’ ascendenza ebraica, la militanza e l’ individualità, la laicità liberale, e la lunga internità alla vicenda comunista, sono altrettanti filoni che a lei ricondurrano. Sarà, come sempre per noi, un rivo carico di acque. Alle donne spesso accade. Quale distanza dalla rada secca e avara delle sconsiderate oscene parole di paragone, di una Santanchè, fra Iotti e Minetti.Davide Ferrari davideferrari2000.blogspot.com

sabato 28 aprile 2012

Il centro. Meno smog, più identità.

Lo smog è fitto. Fa male. Fa ammalare. Nei centri storici come e più che nelle periferie. Anche se c’è la crisi e non se ne parla più. Sull’argomento, il Comune di Bologna non lascia, raddoppia. Il giovane Assessore Colombo appare determinatissimo. Si allargano e si differenziano gli interventi di pedonalizzazione e cura. I problemi saranno mille, certamente, ma la direzione è quella giusta. La causa di una nuova vivibilità del centro storico, salutare e civile, è fondata e merita sostegno. Non può essere assunta burocraticamente, “ex officio”. Ciò che è innovativo e coraggioso può affermarsi solo con una robusta partecipazione popolare. La salute innanzitutto e, aggiungeremmo, la città innanzitutto. Quella vera fatta per essere abitata , vissuta e percorsa. In un traffico senza fine si perdono identità e futuro, non solo polmoni. E senza identità la “sfida” con i centri commerciali è perduta in partenza, anche se si permettesse alle auto di parcheggiare in negozio, sotto il bancone della bilancia. Il Centro “di tutti” può essere anche un centro dove tutti “passino più tempo, limitando e circoscrivendo degrado ed indesiderabili. Può essere un centro dove si va di più ad acquistare. Può essere. Come? La città ne discuta e si organizzi. Oggi. Ogni minuto attardati a dire dei NO è tempo perso. "Il contrario" rubrica di Davide Ferrari L'Unità E-R, 28-04-2012

sabato 21 aprile 2012

Scuole. "Fondiamoci", con maestre e genitori.

Il Comune di Bologna, come quello di Modena, sta valutando di dare vita ad una Fondazione per gestire le proprie scuole dell’Infanzia. Il problema non è –solo- che mancano i soldi, il fatto è che-per legge-quelli che ci sono non si possono spendere per assumere insegnanti, neanche precari. E quello Sato che prende ed impone, non ha nessuna voglia, al momento, di assumersi le sue responsabilità aprendo -lui-nuove sezioni. E intanto la lista di attesa dei bambini cresce. Bisogna fare presto e bene. Qui arrivano i tanti problemi. E anche il rischio di qualche idea sbagliata. Ci sarà chi si aspetta proposte, giustissimo, ma anche grandi risorse dai privati. Non arriveranno, temo. Chi crede più facile dismettere, un domani, se a farlo sarà una Fondazione e non il Comune direttamente. Illusioni. Per le famiglie e i cittadini i bimbi sono troppo importanti ed in ogni caso le aspettative e le tensioni resteranno alte. No, se davvero la Fondazione permette di mantenere vivo l’intervento comunale, oggi impedito, bisogna andare avanti. Magari per gradi, ma senza, alla fine del percorso spezzettare un sistema già complesso, garantendo una direzione educativa e funzionale di assolutà credibilità. Serviranno maestre e genitori. Bisogna correre, ma proviamo a farli partecipare, discutere, correre con noi. Fondiamoci, con loro. "Il contrario" rubrica di Davide Ferrari L'Unità E-R, 21-04-2012

sabato 14 aprile 2012

"Gay pride". L'orgoglio ed il dialogo.

Allora è Gay Pride. A Bologna. E’ naturale. Il movimento per i diritti delle persone che oggi si nominano LGBT ebbe qui uno dei suoi più rilevanti Start Up con la nascita del “Cassero”. Come la prenderà la città? L’impressione è quella di una forte separazione di percorsi. Da un lato è cresciuta, enormemente, per fortuna, l’accettazione nella normalità, puramente e semplicemente, della diversità di orientamento sessuale, dall’altra si è radicalizzato, in settori di frangia ma consistenti, il rifiuto. Crescendo la visibilità della condizione gay è saltata la sottile coperta dell’indifferenza tollerante. Per questo, oggi, non sembrano possibili vie di mezzo. O si compiono, anche sul piano istituzionale, passi in avanti verso l’accettazione ed il riconoscimento, a cominciare da quello delle forme di vita familiare LGBT, oppure si torna indietro, si regredisce ad un NO, ben più grave del secolare: “fate quel che volete ma senza farvi troppo vedere”. E’ una scelta che è di fronte alla timida politica, ed a tutte le grandi componenti sociali, come le Chiese. Le Chiese: il luogo più critico ma dall’evoluzione più attesa e possibile, a partire dal concreto della vita nelle comunità, nei territori. Per questo sarà un bene grande, se vi sarà proposta di dialogo, anche nel giorno dell’”orgoglio”. "Il contrario" rubrica di Davide Ferrari l'Unità E-R, 14-04-2012

sabato 7 aprile 2012

Lega. Anche qui mediocrità.

Per molti anni i più autorevoli studiosi di politica si sono chiesti se, sotto il sole della globalizzazione, nello scioglimento dei ghiacciai della Sinistra, anche l'Emilia-Romagna popolare, quella della gente qualunque, la più esposta, sarebbe divenuta terra di conquista per la Lega. Perchè no? Se si era fatta “lumbard” la temibile Senatrice Mauro, dall'inconfondibile somatica mediterranea, potevamo ben diventarlo noi geograficamente predisposti.

La “buona” percentuale di Bernardini , definito il “padano dal volto umano”, all'ultimo voto per il Sindaco a Bologna aveva rinverdito il dibattito.

Pochi hanno allora insistito sulla mostruosità dei cartelloni di scherno dei lavoratori stranieri, sulla campagna di odio, fatta persino con i fumetti, per incitare i nostri cittadini a non farsi passare davanti dai cinesi e dai neri nella fila all'ospedale, allo sportello delle case popolari e così via.

Vedremo se l'armata legista, che così baldanzosamente aveva passato il Po, risalirà alle sue valli, sconfitta dagli scandali. Vedremo. I problemi restano. La crisi produce mostri ogni giorno. Potrebbero nascerne di peggiori. Solo una cosa sappiamo, della Lega: non passava da lì il rinnovamento, non l'equità, non la libertà. Da lì solo le tentazioni del razzismo e la sua più triste sorella: la mediocrità.

"Il contrario" rubrica di D.Ferrari
L'Unità E-R 7 Aprile 2012
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venerdì 30 marzo 2012

Lavoro e piccola impresa. Insieme per la vita.

Qui si muore. Il drastico peggioramento delle condizioni di vita non sempre si può sopportare, ricominciando, a 50 o 60 anni, una vita di sacrifici. Se in gioco sono più risorse, il rischio di un'investimento, un giro di aspettative, il crollo può indurre ancora di più a farla finita. Ci hanno raccontato per decenni che la Piccola impresa era la spina dorsale dell'Italia, che l'intrinseco attivismo del padrone-lavoratore superava ogni ostacolo, che gli si doveva permettere di annullare lacci burocratici e lacciuoli etici. Adesso che, per sorpassare la crisi, i grandissimi, hanno deciso che bisogna chiudere, tagliare, ridurre, e maggiormente sfruttare i propri lavoratori, nello schema gli artigiani, i piccoli imprenditori, non rientrano. Le loro voci sono tagliate. Le banche prendono senza dare ed è l'ora, anche per chi sull'antistatalismo ha costruito intere carriere, di osannare le nuove, troppo querule, superstar del fisco. Lo scontro sociale è molto aspro. La parte del lavoro dia subito segnali di volerlo condurre, in nome della fiducia e dello sviluppo, insieme alla Piccola e media impresa. Così gli Enti Locali, nei loro difficilissimi e coraggiosi piani strategici. Nel quadro del "Quarto stato", ci sia posto per chi chiede di andare avanti, di vivere. Se no, non sarà data salvezza.

"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R
30 Marzo 2012

sabato 24 marzo 2012

Art. 18. Di cosa si tratta?

Non sappiamo come andrà a finire. Sappiamo, a grandi linee, di cosa si tratta. I protagonisti sono incerti, a volte ci appaiono inadeguati, ma, sull'art. 18, lo scontro è sui fondamentali. Il quadro è plumbeo, gravido di rischi. "Perfetto" ha sentenziato Marchionne, il leader dell'avventura. I grandi "padroni", è una scelta almeno continentale, vogliono uscire dalla crisi con una forte riduzione dei salari. Per ottenerla devono crescere sia la ricattabilità, sia il numero dei componenti di un esercito di senza lavoro attorno al cuore attivo della produzione. Dietro al precedente delle pensioni c'è sotto sotto questa medesima questione. Ai più grandi non interessa nemmeno tanto la precarietà in entrata, e infatti qualcosa lì si concede. Di piccole imprese non parlano più, se serve le dannano nel girone degli evasori. Dall'altra parte , con i lavoratori che cercano di reagire, a prescindere dalle appartenenze sindacali, anche qui, in Emilia, il PD di Bersani. Un partito, l'unico vero, che si gioca tutto, indebolito dai banderilleros dell'antipolitica, indignati, disperati o furbastri che siano. Li stiamo anche noi. Almeno questo intuimmo: che saremmo arrivati a momenti “pesanti”, fin troppo, antichissimi, ad onta delle mille teorizzazioni sulla leggerezza e la modernità.

“Il contrario”
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità Emilia-Romagna, 24 03 2012

sabato 17 marzo 2012

Merola, Monti. Di che si parla.

Il Sindaco di Bologna ha chiesto ascolto e sostegno. Il Governo deve rispondere. Certamente, le vie per cercare di farcela, fra crisi della finanza pubblica e bisogni sociali richiedono fra i diversi livelli istituzionali un coordinamento attentissimo, una pazienza infinita. Ma le città sono una colonna della società italiana, se vanno in frantumi non dimagrisce la casta, non si liberano mercati, crolla il Paese. Partiamo da qui, dalla realtà. Ci aveva sorpreso qualche tempo addietro leggere un'autorevole notista bolognese affermare che Monti ha il vento in poppa e i Sindaci invece arrancano superati, non innovano, sono out, hanno perso la patente di rinnovatori del quadro politico ed istituzionale. Di che si parla? Occorre consapevolezza della posta in gioco: la qualità della vita dei cittadini. La sensibilità politica è necessaria ma è uno strumento non sostituisce i bilanci ed i servizi. Noi auguriamo il vento migliore a chi ci governa, anzi stiamo facendo la vela. E' un dovere e insieme una necessità. Ma l'Italia non si può ridurre a uno di quei “casi di scuola” che si simulano dei master universitari. Non è un campo di esercitazione. Le città, come le grandi basi del welfare e dell'educazione, come il lavoro, hanno bisogno di politiche di lunga durata, di interventi di programmazione, di cura. Nel frattempo meno danni possibile. Meno.

Il contrario
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R 17 marzo 2012

sabato 10 marzo 2012

Marco Biagi. Dieci anni dopo.

Lo attesero nell’androne della Stazione, nelle strade dell’Università. Impararono i suoi percorsi, in treno, in bicicletta, a piedi. . Conobberò la regolarità e la modestia della sua vita di studioso. Videro la sua lontananza dalla vita degli uomini di potere e di ricchezza. Sepperò, ma non si fermarono. Uccisero Marco Biagi. Le mani armate dall’odio che travolge, dal pressapochismo dell’ideologia ( “E’ lui, è lui il nemico” e tanto deve bastare), e dalla vigliaccheria. Sì, è più facile colpire dove meno è la forza, inesistente la difesa. La Signora Orlandi, vedova del Prof. Biagi lo ha detto. Ha detto dell’abbandono da parte di uno Stato che non lo proteggeva, mentre gli chiedeva di firmare ipotesi ardue, dure, di ristrutturazione del mercato del lavoro, di esporsi, di garantire. La scorta che accompagna tanti, gli venne negata. E, dopo, vigliacchi, anche loro, altro non seppero fare che aggredire i lavoratori ed i loro rappresentanti, additarli a colpevoli, a mandanti. Dopo dieci anni non ne ascoltiamo una parola di pentimento. Nemmeno una parola che vada oltre l’usuale. Il compito resta a noi. Dopo dieci anni proviamo a dare il meglio, per unire la resistenza del lavoro all’intelligenza di ciò che accade, la tenacia della lotta al rispetto, negli altri, della scintilla della verità.


"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R 10 Marzo 2012

sabato 3 marzo 2012

Dalla.

Gli artisti universali vivono sempre. Avremo sempre con noi Lucio Dalla. Ci accompagnerà, non sarà solo un ricordo ma qualcosa di cui disporre, che è negli attrezzi del pensiero nostro, della nostra parola. E' una convinzione che rende meno forte il dolore di una generazione che ha vissuto con la sua musica. L'affollarsi dei ricordi, è naturale, triste, ma è nel presente, nella vita. La prima volta che imparai il suo nome, ero bambino, fu leggendo una intervista al ragazzo Morandi, che citava un amico:“E' il più grande di tutti, vedrete”. Un nome a me ignoto. Lucio Dalla. Quando vidi lo svolgersi delle sue fasi, il “4 marzo” ed il successo, ricordavo quella profezia, come se anch'io sapessi qualcosa di intimo di lui, del suo destino. Lo incontrai, la prima volta, al momento di organizzare un concerto per un quotidiano della sinistra bolognese in chiusura. Al Palazzo dello Sport, una delle tante imprese a vuoto che era giusto fare, a tutti i costi. Molti anni dopo venne al “Gramsci”. Arrivò con una moneta da “50 lire” letteralmente appiccicata alla fronte, chissà come. Pensammo ad una bizzaria. Nessuno gli disse nulla. Durante il suo intervento , la moneta cadde e Dalla se la trovò in mano, stupito. “Ma come?” Una incredulità dolce, un sorriso imbarazzato e timido. Così, il suo viso per me, oggi è quello.


"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità Emilia-Romagna 3 Marzo 2012

sabato 25 febbraio 2012

Lavoro, senza diritti non c'è nazione.

Il lavoro? Per Genesi, nella Bibbia, è una condanna. L'angelo con la spada fiammeggiante si mette alla porta del paradiso terrestre e Adamo ed Eva: via! A lavorare. A legger bene, tuttavia, l'uomo diventa tale proprio, dopo il peccato, e con il lavoro. Prima assomigliava agli scioperati del Grande fratello, sempre in deshabillé , a far nulla e a pensar male. Senza lavoro non c'è dignità. Togliendo libertà e diritti ai lavoratori, li si offende come persone. E senza dare valore alle persone non c'è fondamento per la società, non c'è nazione, non c'è Costituzione. Per questo, qualunque opinione si abbia, bisogna volere una libera rappresentanza dei lavoratori. Il confino per la Fiom deve essere sentito come una ferita, da tutti. Il vero nemico non è questo o quel sindacato, è la disperazione, dell'artigiano, privato del credito, dell'operaio, a capo chino, oblligato ad accettare tutto. Oggi se ne parla, a più voci a Bologna. Il PD promuove il dialogo, con il suo responsabile Stefano Fassina, sempre riflessivo, impegnato. Ma allora è possibile! Tenere fermi i rostri ed il becco, non fare come i “polli di Renzo”, che si dilaniavano fra loro mentre si andava a tirargli il collo. Si parla di cose serie. Vocianti di ogni risma e collocazione, per un giorno almeno, ascoltate.


Il contrario
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità Emilia-Romagna
25 Marzo 2012

giovedì 16 febbraio 2012

Orientamento sessuale. Uguali diritti, questione di tutti.

La questione dei diritti civili delle persone di diverso orientamento sessuale è costantemente al centro di attacchi e polemiche. Anche in Emilia-Romagna. Bisogna comprenderne il perchè. Non è cosa che riguardi solo le persone omosessuali. Altrove è diverso. In molte parti del mondo è più chiaro che è minoranza chi si oppone alle richieste di pari dignità, almeno nel mondo politico. Non da noi, dove è facile constatare dubbi e latitanze anche nella parte progressista ed esplicite contrarietà in alcuni suoi settori . Certamente ha un peso la posizione della Chiesa cattolica, ma il problema è un altro. La crisi morde. In alcuni paesi europei, fra i quali l'Italia, è già frontiera fra il passato, segnato dai diritti e dal progresso, ed il presente, lacerato e carico di paure. La crisi è una ferita sociale, divide, smarrisce. C'è il rischio di un grande arretramento. In questo quadro va in scena la radicalizzazione dell'appello “di identità” alla parte peggiore delle culture popolari, con la provocazione, l'insulto. E a farlo non sono soltanto figure eroicomiche, come il noto parlamentare di fronte al quale cercano di produrre baci a ripetizione i giovani “militanti” gay. E' nostro dovere non lasciare solo quel movimento, proponendo, ai massimi livelli di autorevolezza, proposte legislative nazionali e comportamenti istituzionali locali chiari. Lo si deve fare sottolineando i percorsi positivi, di richiesta di integrazione sociale e non di pura affermazione della propria individualità. E' questo è il tema delle “Unioni”. Se diventa un tema di confronto per tutti, se non è lasciato vivere come “bandiera” di avanguardie, può parlare anche a molte coscienze religiose. Si deve affrontare la crisi a testa alta, affermando il valore della persona umana. O saranno, sono, guai. Inimmaginabili.

"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R, 16 2 2012

domenica 12 febbraio 2012

Guido.

Aveva passato il tempo tragico della guerra, maturando la fermezza di un'altro pensiero, un'altra fede, di libertà, opposta alla ideologia bruciata dell'adolescenza.
Decise di stare con chi voleva fare nuove tutte le cose, con i lavoratori divenuti protagonisti, cittadini, a Bologna, comunità della democrazia.
Ma, ecco la sua differenza, derivò dalle prove una laicità via via più forte. Bisognava militare ma con il coraggio di “relativizzare”, dimettendo la rassicurazione dell'obbedienza, anche al bene.
Seppe diventare un uomo delle Istituzioni, da Palazzo d'Accursio alla fondazione della Regione, all'Europa. Un impegno appassionato, con un'energia di ideazione e realizzazione mai indebolitasi, fino al miracolo di una vecchiezza carica di pensiero e di iniziative. Ogni sua battaglia conteneva l'analisi, la critica, era una strada votata al dibattito, all'autonoma testimonianza di una propria individualità. Per decenni aveva sottoposto al vaglio del riformismo la sua parte, battendosi per scegliere il presente. Poi, con una coerenza che va capita per intendere la sua personalità, negli ultimi anni ha cercato intelligenze più radicali, per opporsi al rischio dell'anomia, all'oscuramento dei diritti e della partecipazione.
Parlavamo con Guido Fanti comprendendo che ci avrebbe lasciato un'idea, un'impronta. In questi giorni freddi guardiamo le impronte sulla neve che ci è stata restituita. Presto scompaiono all'aria del tempo. A noi tenere nella memoria, la traccia di Guido, guadagnare il suo permanere, misurare i nostri passi incerti anche sul disegno del suo percorso.

"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R 12 II 2012

sabato 4 febbraio 2012

Tanta neve, e ci riscopriamo cittadini.

Neve. Tanta neve. Tanta che me ne sono accorto anch'io. Io, così distratto da cercare la Blu, ancora oggi, per comprare uno smartphone. Non ce l'ho fatta, questa volta a scambiare i sogni con la realtà. Freddo e ghiaccio e neve. Tutte le attività in apnea anche le mie. Meglio così, dicono tutti.
"Sotto la neve pane", mi consolano in famiglia, ma per un diabetico, nemico di amidi e glucidi, non è una gran consolazione. "L'italia sepolta sotto la neve", mi viene in mente, una grande opera del nostro maggiore poeta, Roberto Roversi. Richiama l'ottundimento delle coscienze, la sconfitta. Ma la neve di oggi pare invece averci svegliato. Si sono presentati persino volontari, dopo l'appello del Comune a spalare solidarmente. I treni: un disastro, ma i senzatetto sono all'opera, ben visti dagli altri cittadini, per una volta. Anche loro spalano. E spalo anch'io, eroe "enfant prodige" acciaccato di un condominio dove, vista l'età media, si è considerati giovani anche a 70 anni. "Vuole un po' del mio sale?" propone la condomina Elsa. Forse si è accorta che, travolto dalla buona volontà, sto per spargere del sale fino avanzato dalla mia cucina. Il Comune, in verità ha pensato anche alla distribuzione del sale. Si va. Ci riscopriamo, più bianchi ma più attaccati a ciò che è nostro, perchè è di tutti.


"Il contrario"
Rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R 4 Febbraio 2012

sabato 21 gennaio 2012

Lontani dalle persone? Non possiamo.

Con 700 euro al mese non si mangia. Nemmeno si dorme se la certezza, al finire della Cassa integrazione, è quella di non tornare al lavoro. Capita alla CNH, abbandonata dall’algido Marchionne, e in tanti altrove. L’impressione è che la crisi colpisca tutti ma a qualcuno sia utile. E’ in corso un tentativo di ristrutturazione sociale di grandi proporzioni. Gli obiettivi: meno lavoro e pagato pochissimo, magari persino con un’anticchia in meno di precarietà; meno welfare, pensioni alla metà dell’ultimo salario e, se qualcuno ha voglia di farla, avanti con la carità. Così raggiungeremo gli indici tedeschi, toglieremo l’ansia ai ceti abbienti di dover pagare la fiscalità per le previdenze di tutti, saremo finalmente moderni. Se non saremo felici, pazienza. In Sicilia siamo ai forconi, a un passo dalla Santa Fede, al Nord comincia a vedersi, sarà un caso, qualche bandiera con la svastica. La sinistra democratica, il centro civile sostengono il risanamento. E’ dovere, ma meglio chiarire. Mentre arriva l’onda più alta della crisi, non siamo, e non possiamo essere i bardi della ristrutturazione “asociale”, lontani dalla vita, dalle persone. Finiremmo come gli antichi democratici delle repubbliche del primo Napoleone, assediati e vinti da un popolo affamato ritornato ad essere solo plebe.

Il contrario
Rubrica di Davide Ferrari
L'Unità Emilia-Romagna
21 I 2012

sabato 14 gennaio 2012

Antipolitica. La mano nella fessura.

L'antipolitica monta sempre di più. Il voto, di Pdl e Leghisti anonimi, per Cosentino e la bocciatura del Referendum sono cose diversissime, disegnano però-tutte due-un quadro dove la distanza fra rappresentanti e cittadini si allarga a dimensioni oceaniche.
Le ondate sono da tempesta, proprio mentre chi governa, da Roma alle città, deve imporre sacrifici sempre maggiori. Questo il quadro. Come uscirne? Non sappiamo, meglio ammetterlo. Ci rifiutiamo tuttavia di portare il cervello all'ammasso del qualunquismo. Cerchiamo di trovare nuove soluzioni, frontiere che reggano, anche organizzative, per salvare l'unico grande partito democratico che è rimasto. Vedremo. Intanto, come il bambino olandese, mettiamo il dito nella crepa della diga. Siamo ancora in molti a farlo. Ricordiamo bene che, anche se il paese fu salvo, il bimbo non sopravvisse. Saremo dei fessi ma non siamo più stupidi dei “furbi” e dei disincantati. Anche loro sono sotto la “montata”. P.S Alcuni, con la mano ghiacciata nella fessura, ormai solo un pugno, sono dei “funzionari di partito”. La vita è andata così. Mettiamoci tutti contro il cemento per sostenerlo, servono le braccia di tutti, anche quelle dei funzionari onesti.

Il contrario
Rubrica di Davide Ferrari
L'Unità Emilia-Romagna
14 I 2012


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sabato 7 gennaio 2012

Feste. Tutti con gli altri. Senza un euro.

“Il contrario
di Davide Ferrari


E' passata anche la Befana. Ogni anno dopo le Feste si scrive che la gente ha riscoperto la famiglia e ritrovato il gusto del buon tempo antico. Non è così, al solito. Il pranzo di Natale è spesso il teatro dei rancori fra suocera e nuora e delle invidie fra cognati. A Capodanno i giovanissimi non hanno visto l'ora di piantare in asso i padri impegnati a bandire il “Mercante in fiera”. E l'Epifania? Nulla mai ci è sembrato più triste dell'assistere ai lillipuziani falò della povera ”Vecchia”. E' così? Era così. Quest'anno qualcosa di più vero nella retorica tradizionalista l'abbiamo avvertito. I ritrovi in piazza, ad esempio. Siamo stati di più, con una gioia più evidente. E' che non ci sono soldi e si è convinti che sempre di meno ce ne saranno. Quello che è gratuito è tornato importante. Abbiamo dovuto far vedere che lo frequentavamo per scelta, non per necessità. Da qui l'affluire di auguri, spumanti in condominio e sorrisi esagerati. Tutti con gli altri, senza un' euro. Tutti? Quasi tutti. Pare che Schifani, il concittadino Casini e il disperso Rutelli abbiano parcheggiato alle Maldive, ospiti in suite da 4000 Euro a notte. Non li invidiamo. Se erano assieme, pensate che noia!

L'Unità E-R 7 Gennaio 2012