lunedì 25 giugno 2012

L' infanzia e la sua scuola oggi a Bologna

 Secondo incontro del ciclo

"Infanzia oggi: crisi, generazioni, migrazioni".

Casadeipensieri e la Festa dell'Unità dei Quartieri Reno e Porto, a Bologna, nei giardini delle scuole Dozza, via Nenni (zona Barca), Lunedì 25 Giugno, alle ore 21.
Dialogo con Marilena Pillati, Davide Ferrari, Franco Frabboni, Fulvio Ramponi.
Saranno presenti: Sergio Zappoli, Massimo Meliconi, Luca Valenziano.
Presiede Carla Falchieri

sabato 23 giugno 2012

Scuole dell'Infanzia. Lettera ai referendari.


Cari amici promotori del referendum contro le convenzioni fra il comune di Bologna e le scuole dell’infanzia paritarie, chi scrive condivide i valori che vi ispirano.
Sono evidenti: la passione civile per la scuola pubblica, il senso di giustizia e di eguaglianza, la difesa della laicità dell’insegnamento.
Non vogliamo che, ancora una volta, il confronto sui temi che proponete termini in una polemica astiosa e burocratica sulla legittimità formale della vostra iniziativa.
Ciò scritto, con franchezza, devo dirvi che non condivido ed anzi sono preoccupato dal modo con il quale avete scelto di dare battaglia.
La scuola dell’infanzia, tutta, non va confusa con altri gradi di istruzione. La presenza delle scuole paritarie, in massima parte, data da decenni, ha una storia decorosa ben diversa dalla realtà dei diplomifici e degli  stampatori di titoli fasulli ad uso delle trote.
Se si sospendesse ogni finanziamento pubblico non è affatto vero che i bambini troverebbero posto nelle scuole comunali. E’ vero invece che aumenterebbe, moltissimo, il numero di quelli senza scuola. Basta fare due conti per verificarlo.
Questa verità dovete considerarla, finalmente. Continuare a non farlo non solo vi espone all’accusa di poca onestà intellettuale ma soprattutto potrebbe essere causa di un isolamento da chi deve decidere e governare, a Bologna come in tutti i comuni d’Italia che hanno proprie scuole. Non crediate si tratti di un problema trascurabile (“stiamo con i diritti, non stiamo con la “casta”). Al contrario dividere radicalmente il fronte della scuola “per tutti“, ideologi e movimento da un lato, amministratori pubblici dall’altro porta solo acqua ad un ulteriore arretramento della coscienza civile e rischia di far fare passi in avanti al “privatismo“, a chi dice e opera per un ritiro dell’intervento pubblico. Bisogna chiedere, e l’Assessore Pillati se ne è già fatto interprete, una verifica delle convenzioni. Chi fa scuole con rette alte, selezionando la “clientela” deve farle bene, il dovere gli resta, non ha bisogno di fondi pubblici. Intestatevi questa volontà del Comune. Chiedete partecipazione, vera, costituite, con le altre famiglie un polo di osservazione e spinta per la qualità della scuola. Chiedete, con il Comune allo Stato, che qui fa meno che in ogni parte d’Italia, di assumersi le proprie responsabilità.
Non cedete, sempre, alle lusinghe del politicismo. Il referendum fa notizia, conquista posto sui media. Ma i bimbi non ne hanno bisogno. Hanno bisogno di tutte le scuole. Tutte e ancora di più, non una di meno.

"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R 21 Giugno 2012

martedì 19 giugno 2012

Armando Sarti, ricordi permanenti.

 
Nel 1985 mi iscrissi, giovanissimo, alla Direzione del Pci di Bologna.
A differenza di Enrico Berlinguer, per il quale Giancarlo Pajetta coniò la celebre battuta, non sono stati molto lunghi i miei passi successivi.
Venivo dal PdUP, il piccolissimo, ma decoroso, partito di Lucio Magri, Luciana Castellina e Luca Cafiero, di cui ero il Segretario locale. Da qui la nomina.
Era l’ultimo PCI, ma ancora non lo sapevamo. Quattro anni dopo Achille Occhetto sarebbe andato alla Bolognina, iniziando un’altra storia. Era ancora il PCI, la più grande federazione del PCI.
Dominava la personalità, a me particolarmente cara, di Renzo Imbeni, Sindaco e “conduttore politico” del partito.
La prima discussione importante alla quale partecipai non fu delle più tranquille. I “miglioristi” proponevano un uomo di grande valore, Vincenzo “Nino” Galletti fra le candidature per il Comune. Altre anime, quella più burocratica e quella più di sinistra, alleate, per una volta, lo respingevano.
Avrei dovuto dal loro man forte, era cosa “naturale”. Non lo feci. Mi indussero al dubbio le parole misurate di Galletti ed i ragionamenti, più “inquieti”, forse, ma vivi, penetranti, di Armando Sarti. Inaugurai così un lungo corso personale di anima fedelissima ma in qualche modo peculiare, non adusa a facili, immediate scelte. I caratteri peggiori per fare carriera.
Non ho avuto occasione di raccontarglielo ma devo molto di questa piccolissima peculiarità ad Armando Sarti.
Nel parlamento del Pci bolognese, il Comitato Federale, si parlava con una certa emozione. La platea era ancora fitta di personaggi di prestigio e di storia. Sarti sedeva, al solito, nelle prime file, ma era spesso in piedi, non si tratteneva dal “vagabondare”, ad intenzione, fra le compagne ed i compagni, per discutere, informarsi, convincere. Era parlamentare, attivissimo, e presidente della CISPEL, la confederazione delle municipalizzate.
Lo ascoltai, più volte, richiamare la necessità di comprendere “la verità interna” degli altri da noi. Proponeva, così, con fondamenti profondi, una linea delle alleanze, più preoccupata di quanto altri, più di sinistra, non fossero, dei rapporti con il PSI e con l’interezza del movimento sindacale.
Non deve trarre in inganno l’etichetta di “migliorista”. Stava nascendo allora, è vero, una corrente di pensiero troppo politicista, lo penso anche oggi, che contribuì ad indebolire i legami del maggior partito di sinistra con il crogiuolo delle contraddizioni sociali, con i temi stessi del programma.
Ma Sarti, come Galletti ed il più eretico Guido Fanti non condivideva certo questi limiti.
Era, la sua, una ricca personalità, espressione di quella “febbre del fare”, così tipica dei comunisti emiliani di cui si è recentemente parlato, grazie al bel film-documento di Michele Mellara ed Alessandro Rossi
La società, con i suoi infiniti risvolti, gli interessava, moltissimo. Alle spalle aveva un percorso di governo, al Comune, fra i maggiori della nostra storia. Aveva diretto, da politico, le ampie, ariose, innovative scelte di una urbanistica radicale e moderna. Forse proprio in quell’esperienza aveva intuito il legame fra la passione per l’utopia e il gusto di provare la realizzazione, il concreto.
Alla CISPEL stava dando un indirizzo di maggior presenza, sull’ambiente, la cogenerazione energia-calore, ricordo, e le prime forme di bilancio sociale e partecipato, come oggi si nomina.
I più giovani fra i miglioristi mi allontanavano, per quella che a me pareva una spregiudicatezza eccessiva, una rivendicazione dell‘Io, mentre gli “anziani” come Sarti, mi apparivano poliedrici e ricchi, mi aprivano ad esperienze che, per la mia formazione innanzitutto ideologica e studentesca, non conoscevo.
Capitò così che, giovane ancora, delegato al Congresso nazionale del PCI a Firenze, il primo dopo Berlinguer, in un’ansa del dibattito della Commissione elettorale, intervenni nella riunione della delegazione bolognese per ricordare anche quello di Sarti fra i nomi da inserire, o confermare, nei vertici . Fui avvicinato da preoccupati ed incuriositi compagni che chiesero, a me, isolato ed ignaro, il significato remoto di una indicazione così sorprendente. Addussi, ulteriore grave “errore“, motivazioni di merito, “Sarti uomo di valore, prezioso, rappresentante della nostra realtà più avanzata”, lasciando ancor più sorpresi i miei interlocutori. Capirono allora, probabilmente, di discutere non con uno stratega ma con un consapevole ingenuo.
Altri ancora, i ricordi. Le riunioni del Comitato contro le crisi aziendali dove i parlamentari Armando Sarti e Mauro Olivi, sempre presenti, curavano l’evolversi, de visu, di situazioni difficili, mettevano la loro credibilità al servizio di possibili mediazioni, di possibili interventi di nuovo investimento.
La funzione di Presidente dell’Editoriale dell’Unità gli venne in quegli anni. E, mentre tutto del nostro “mondo“, ancora vastissimo, cominciava a cambiare e a scricchiolare, furono anni di risanamento e di impulso. Anche qui il “doppio binario” di Sarti, pare di poter scrivere. L’attenzione alle ragioni di impresa, fosse solo per impiegare al meglio risorse che costavano fatica al nostro popolo, e lo sviluppo di iniziative di promozione di dibattito, di partecipazione, che accompagnassero il rinnovamento editoriale. Fu negli anni di Sarti che l’Unità tento la via di una nuova forma di volontariato sostenitore, con la nascita della Cooperativa dei soci, affidata ad uno scrittore di altissimo ingegno e di straordinaria generosità, Paolo Volponi.
E dall’incontro, in quella sede, di alcuni giovani intellettuali bolognesi con Paolo Volponi è nata la “Casa dei pensieri” che ancora vive.
Volponi, come noi suoi giovani sodali, era di tendenza radicale, amico di Pasolini, contestatore dall’interno, di ogni produttivismo, delle “mosche del capitale”. Evidentemente il migliorista Sarti non temeva il confronto e preferiva l’aria aperta della promozione culturale al chiuso di una corrente, al grigiore di un apparato.
Negli anni che si susseguivano, ricordo, la sua figura, alta, elegante, si accompagnò a gesti nuovi, nel parlare, nel muovere. Così quella che credo fosse una leggera sordità lo ispirò all’ uso di accartocciare la mano all’orecchio, per meglio sentire gli interventi altrui.
Non era un’immagine senile. Al contrario gli diede un vezzo di simpatia ulteriore, almeno ai miei occhi.
L’89, il ‘91, la nascita del PDS, scissioni, mutazioni. E poi il “terribile” ‘99, l’anno della prima sconfitta a Bologna. Sarti, il partigiano, il parlamentare, l’uomo del popolo che ha saputo “usare” gli intellettuali per salvare la collina, svecchiare le aziende ed i servizi, ridare forza ad un grande giornale, è ancora una delle “icone” di Bologna politica.
Un personaggio, con la sua compagna, l’architetto Felicia Bottino, uno dei migliori assessori alla cultura che la Regione Emilia-Romagna abbia avuto. Capogruppo dell’opposizione, tra le mie prime intenzioni, anche per acquisire forza e autorevolezza, non solo idee, è quella di mettermi a rapporto con i grandi “vecchi” del partito. Quelli che, sconfitta o non sconfitta, conservavano un patrimonio ineliminabile. Fra questi Sarti. Ma la malattia è già presente ed il tempo è quello del commiato. L’occasione, dolorosa, è quella di correre con Salvatore Caronna al capezzale della sua morte, chiamati dalla sua compagna.
L’eredità dei ricordi di uomini come Sarti non appartiene solo alla loro generazione, ai loro amici più vicini. Lo testimonia la permanenza anche in chi non fu di questi, come io non fui, delle sue parole, della sua immagine, dell’impronta degli avvenimenti nei quali ci si avvalse della sua maestria.
Davide Ferrari

sabato 16 giugno 2012

Errani e il nostro terremoto

"Il contrario" di Davide Ferrari
 
Mario Monti è a Bologna per intervenire ad un evento, un confronto importante, cui auguriamo il massimo successo. Incontrerà il Presidente dell'Emilia-Romagna. Errani gli parlerà del terremoto. Non gonfierà i dati. Chiederà quello che serve e quello che è urgente. Farà proposte. Non gli piace lo chiamino Governatore. Il termine, ampolloso ed "americano" è infatti impreciso. Non siamo uno Stato federale. Siamo una Regione. Errani parlerà con dignità, di noi, ma eviterà retoriche localistiche: siamo colpiti e impauriti. Almeno dove si contano, ora dopo ora, le scosse. Pochi giorni addietro, una previsione della “Grandi rischi”, da scongiuri, ha promesso, a molti, guai ulteriori. Garantisco, da interessato, che facciamo fatica a razionalizzarla. E la dichiarazione di Errani, a proposito, l'abbiamo usata come un mantra. I produttori più grossi potrebbero involarsi, attratti da buonuscite, qui, e da buonentrate in Romania o altrove. E l'occupazione arretra anche da noi. Abbiamo bisogno di aiuti e di regole, rispettate. Di investimenti, mirati e credibili. Il Governo della Regione, presente, aiuta a sperare che nulla avverrà nel vuoto, nell'apnea, in quell'abbandono del ruolo pubblico, e sociale, che è il segno peggiore di questo nostro mondo di oggi. Un terremoto fa capire, come poche cose, quanto servano pensieri forti, programmazioni, saperi robusti su ambiente, urbanistica, economia, sanità, formazione. In sintesi: non abbiamo bisogno di eroi, di trasvolatori fugaci sul perimetro della disgrazia, di giorni leonini, di facili battute. Ci servono persone serie. Una c'è. Da molti anni. La sua esperienza sta dando una mano, aperta. Tutti se ne sono accorti. inutile aggiungere encomi. Non è un collaboratore della Casaleggio ed associati, non è signor qualcuno "prestato", come si dice, alla politica. E' un politico, per fortuna nostra.
L'Unità E-R, 16 Giugno 2012

sabato 9 giugno 2012

Piazza Verdi. Ci vuole un po' d'anima.



Piazza Verdi. Il simbolo di molte cose, non solo per Bologna. Un tempo foyer allargato del teatro della grande musica, poi acciarino della rivolta studentesca, infine luogo della vita trascinata, dal loisir fino alla disperazione. Ogni suo palmo può raccontare un conflitto: fra generazioni, stili di vita, residenzialità ed accoglienza, cittadinanza e occupazione di spazio, anche la più irritante.
Non si è all'anno zero del recupero. Le tappe di un progetto partecipato, voluto da Comune e Quartiere, procedono. Il degrado è combattuto da un fitto cartellone di iniziative culturali e da una rete, resistente, di associazioni. Ora accade che una nuova polemica si apra intorno all'invadenza -innegabile- di una serie di concerti. Basta poco e si ricomincia con rischiosi fronteggiamenti, diffide e possibili ricorsi giudiziari. Si chiede di scegliere, anche negli spettacoli, ciò che più aiuta a fare passi avanti, ad integrare. Sorprende la risposta dell'Assessore Ronchi. Tutto viene rimandato ad un giudizio di valore sui generi musicali. Invece che ciò che conta, nella vicenda, è l'opportunità e la misura, non la qualità della musica e dei musicisti.
C'è stato confronto sul calendario dell' Estate in un luogo così delicato? Cosa ne pensano i protagonisti delle cose buone che si stanno facendo per far vivere meglio residenti, studenti e cittadini e (perchè no?) turisti? Arredare la piazza è il primo impegno. Ma prima e dopo le panchine ci vorrà un po' d'anima. C'è chi la mette, tutti i giorni, da anni, prestando la propria faccia, credibilità, intelligenza. A questi non facciamo perdere tempo, ributtandoli in nuovi conflitti, dando pretesto al peggio, di ogni parte, Assessore. Non serve a nessuno.

“Il contrario”
Rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R, 9 Giugno 2012





sabato 2 giugno 2012

Terremoto. Noi e loro.

Il contrario
di Davide Ferrari

 
Trema. Ci cambia la vita. Non le più profonde identità. Anzi sembra esaltarle, denudarle, ricchezze e miserie comprese. Noi, compagni o circa, fra mille cose, organizziamo perfino "tagliatellate per la ricostruzione". Proprio così. Democratici emiliani, a tavola diamo il meglio anche seduti sopra la bomba strisciante. Loro, gli opposti, non demordono. Odio e razzismo anche in questi giorni di scosse. Girano su Facebook dozzine di post che invitano a cacciare gli stranieri perchè nei centri di accoglienza criticano il ragù . “Ingrati, li abbiamo accolti ed ora si siedono sguaiati nelle nostre tavole da campo, pretendono, giudicano”. C'è chi trova il tempo di testimoniare la propria bava, chi pensa, scrive, legge e rilegge -immaginiamo- corregge e pubblica cose così. In queste ore. Nell''80 andai, per un lungo periodo, volontario in Irpinia ed in Vulture. Allora i marocchini, i rumeni erano i meridionali. "Non scaricano nemmeno i camion di aiuti" si diceva e si scriveva. Io lavorai in quel Sud, con i ragazzi e le ragazze della mia età, di Conza, San Fele, Santomenna, Rionero. Erano impauriti ed eroi. Come tutti. E come tutti sono, oggi, i miei condomini Pakistani che corrono e gridano più forte la paura perchè hanno visto terremoti d'Apocalisse. Come tutti sono i miei vicini neri, proprio veri neri, del golfo di Guinea, che hanno il riso più facile, ti fanno coraggio più generosi. Come tutti persino quelli delle ballotte Rom più deragliate dalla vita. Attenzione al portafoglio, ma apertura di cuore, perchè loro ce l'hanno. E così via. Il rischio della tragedia fa capire quanto poco siamo, poco più di cuccioli che si stringono al freddo. Quasi invidiamo i razzisti. Riescono a sentirsi superiori anche al cospetto del rombo sovrano della terra. Dementi.
L'Unità E-R
2 Giugno 2012

sabato 26 maggio 2012

Grillo

Dopo un insuccesso elettorale non bisogna avere l'ansia di avvitarsi in immediate polemiche. Tempo al tempo. Così , su Parma, volevamo condurci noi. Succede tuttavia un fatto grave, che merita censure ed apre interrogativi. E' già nota la polemica fra Grillo, il suo ispiratore Casaleggio, da un lato ed il Consigliere regionale Favia, il sindaco di Parma, l'eletto Pizzarotti, dall'altra. I primi, pare, non vogliano sentir parlare di tal Tavolazzi come futuro Direttore generale del Comune di Parma. Volano un po' di stracci. Si vedrà in faccia a chi atterreranno. Poco ce ne cale. Ma un particolare ci inquieta. Nel blog di Grillo, e scrivendo in prima persona e senza firme ulteriori, si indica un email dove ricevere suggerimenti nominativi e, forse, autocandidature, per quel ruolo di vertice del Comune di Maria Luigia. Un capo politico si propone come collocatore di dirigenti amministrativi? Vogliamo chiederci qual'è la radice di una così macroscopica confusione suoi rapporti fra la politica e l'amministrazione. Nel blog si dibatte. Tutti insistono sul fatto che, con loro, hanno vinto i cittadini. Banale retorica? Leggendo con attenzione li si intende proprio convinti di questo:"noi siamo cittadini e i cittadini 'sono' noi". E gli altri? I tanti, ugualmente cittadini, che hanno espresso un voto differente? Quali diritti, e regole per salvaguardia, rimangono loro? Insomma, a furia di insultare gli avversari, e quindi sottovalutare chi li ha votati, e di identificarsi con il popolo, si finisce in una pericolosissima sindrome proprietaria. Attenzione , nessun Comune è di chi vince le elezioni. Capitelo subito, cinquestelle. Subito.


"Il contrario", rubrica di Davide Ferrari
su: L'Unità E-R, Sabato 26 Maggio 2012

sabato 19 maggio 2012

Ballottaggi

Si torna a votare, da noi, a Piacenza, Parma, Comacchio e Budrio. A differenza di quanto può sembrare, la storia e l'attualità politica dell'Emilia-Romagna sono piene di diversità e peculiarità. Così a Piacenza, dove la vicenda politica ha sempre rappresentato una mediazione con le culture lombarde, il confronto è con la destra. Piacenza, ancor più dopo il cambio politico nazionale e Pisapia a Milano, ha tutto da perdere con la vecchia destra e tutto da guadagnare ad andare avanti, rinnovando. A Parma, come a Budrio e Comacchio, i candidati appoggiati dal centrosinistra hanno di fronte Beppe Grillo. Si scrive, sui giornali nazionali, che i risultati di Grillo al primo turno lo abbiano sdoganato, reso oggetto di interesse mediatico. In realtà la sua presenza su tutti i principali mezzi di informazione è, da mesi, strabocchevole. Si è lisciata la barba arruffata del populista per tagliare le unghie di un partito, il PD, l'unico sul quale la politica potrebbe reggersi e non lasciare il campo agli altri poteri, alle vere caste, quelle del denaro. Ci sono mille motivi locali, di amore per le proprie comunità, per scegliere il voto ai candidati del centrosinistra, alla loro esperienza e rappresentatività. C'è però un motivo in più. Determinante. Grillo, comunque vada, non diventerà mai né sostanza né alternativa. Ma attizza fiamme e unge muri, in un tempo nel quale peste e fuoco sono già fin troppo diffusi. Tenere il timone, difendere i servizi ed i redditi, la socialità e la vera cultura anche nella barbarie della crisi: senza l'Emilia non si fa. L'Emilia-Romagna deve rimanere, salda, in campo perchè l'Italia abbia una speranza. Al bivio fra Parigi e Atene sbagliare strada sarebbe drammatico. "Il contrario" rubrica di Davide Ferrari, L'Unità E-R, 19 Maggio 2012

giovedì 17 maggio 2012

Riascoltare, ripararlare, ripartire

 

L'incontro è promosso dalla rivista “Il progresso d'Italia”.


Venerdì 17 Maggio, ore 17

Passepartout, via Galleria


Riascoltare, ripararlare, ripartire


interverranno
On. Andrea DE MARIA
Sen. Carlo GALLI
Davide FERRARI

sabato 12 maggio 2012

SMS. Avventure intellettuali fra storie e miti.



Il nuovo libro di Raffaele Salinari.

Raffaele Salinari è una figura nota a Bologna. Medico, cooperatore internazionale, "politico" come si dice oggi, scrittore. E' a quest'ultima dimensione che probabilmente tiene di più. Il motivo c'è, non solo la passione. Negli anni Salinari ha realizzato una sostanziosa biblioteca di testi propri. Vari i titoli. Il filo che li unisce, dai primi all'ultimo: "SMS. Simboli misteri sogni", è il racconto , leggero ma non senza dettagli, di investigazioni "impossibili" dove il viaggio si unisce all'erudizione. Il titolo scherza con la più diffusa e sintetica forma di comunicazione odierna.
In realtà il volume, che raccoglie scritti precedenti e nuovi, mette insieme una varietà di soggetti e di storie, che ci portano a piccole avventure dove un ritrovamento, in un libro o in un'idea, di tracce spesso legate a personaggi chiave e quindi intriganti del nostro universo di conoscenza, viene a coincidere con richiami ed insegnamenti del mito e del simbolo. Non vi sono salti di stile, l'unitarietà è garantita dal metodo, particolare, delle scritture dell'autore. Salinari parte e arriva da intuizioni proprie, fuori dai dati progressivi, metodici di una prassi scientifica. In ogni sua ricerca troviamo un piccolo lampo, un collegamento, una coincidenza, quasi messaggi che gli derivano dall'irrazionale. E da queste scintille deriva i fuochi del suo argomentare. L'autore li tiene ben accesi, li fissa costantemente, si fa illuminare. Ma la ricerca è sul campo, reale, concreta, con gli strumenti del viaggiare. A Venezia ad interrogare i Padri Armeni sulla mitica presenza di Stalin in Italia va sul serio, e ce lo racconta. Così come descrive la traccia trovata a Parigi in un volume della Biblioteque nationale sul destino del "Turco" la macchina meravigliosa, il robot o l'impostura, che, per 70 anni sconfisse agli scacchi le menti più prodigiose. Napoleone financo, non sappiamo se distratto da Josephine. E via via, fra vasi omerici, "crateri" di 2500 anni fa, e carte di Walter Benjamin, fra il corpo di Pasolini e la mente di Edgar Allan Poe. La citazione è fra le arti di Salinari, ma non grava sul lettore, resta leggera come le orme nella neve, da ripercorrere. Orme di cui non si conosce il piede che le stampò, ne la sua partenza, tanto meno l'arrivo.
Si giunge, incuriositi, fino alle foreste del Congo. Piace giocare con l'ombra, a Salinari, ma è lontano dalla tanta paccottiglia iniziatica che ammorba gli scaffali delle librerie. Si ritrova, in ogni episodio, la bussola del piacere di conoscere, la molla dell'umano, non l'invocazione di un demone a nostra disposizione.
Resta da dire che le non poche pagine si fanno leggere rapidamente, acute e affascinanti.

Davide Ferrari

"SMS. Simboli, misteri, sogni"
Raffaele K. Salinari
Edizioni Punto Rosso

Cevenini

La camera ardente è in Sala Rossa, i fiori sono tricolori, si distendono i gonfaloni. L'addio è nelle Istituzioni. E’ naturale che sia così. Il figlio del barbiere di S.Mamolo tutta la vita l’ha spesa in pubblico, con tenacia e volontà di arrivare, senza sgomitare, senza passare sulla testa di nessuno, camminando a lato della politica dei discorsi importanti e dei gossip meschini, delle ...grandi battaglie e delle faide spietate. Esserci sempre, mai così dentro, però, da perdere la leggerezza. Una natura, non una tattica. La tua crisi, Maurizio è iniziata quando hai dovuto incrociare l’autostrada dei massimi onori, delle massime responsabilità. Pochi come me possono dire della tua ritrosia profonda a candidarti. Io sapevo il tuo valore e, talvolta con poca grazia, ti spronavo, come altri amici. Decidesti di andare avanti, di tentare, già provato dalla fatica di contare e ricontare ogni giorno le tue capacità, di mettere fuori la porta di casa, ogni giorno, i tuoi passi, uno avanti all’altro, nell'angoscia della responsabilità, dopo tanta avventatezza che aveva colpito Bologna. Dopo, tutti sappiamo, la malattia, il ritiro, poi una prova muta, che segnava le linee del tuo viso. L'amarezza della perdita di un obiettivo diventava il senso del vuoto, un conto con se stessi e gli altri che non ritorna pari, mai. Eri uomo di partito, la tua campagna erano i parterre delle Feste. Il sostegno dei tanti finì per contare meno della fatica di ridarsi una prospettiva, di fronte a tutti. Nessuno dovrebbe affrontare da solo la stretta del cuore che non passa, il sale della lacrima che non sgorga. Serva a noi la lezione. Impariamo, dalla tua storia, a fare sempre, per primi, il gesto di un abbraccio, di una domanda, a non allontanare lo sguardo, a non pensare che il prossimo abbia altri occhi. Altre mani. Ha sempre le nostre medesime. La sua vita, la tua Maurizio, è, e sarà, nella nostra vita. D.F L'Unità E-R 12 V 2012

mercoledì 2 maggio 2012

Mafai

Ezio Mauro, al momento della scomparsa, ha definito Miriam Mafai: "fortissima e dolcissima". Una sintesi azzeccata. Aggiungerei un terzo superlativo. Miriam era acutissima. L’acutezza può essere strumento di bene e di male. Ma al livello che lei possedeva raramente può accontentarsi della conservazione, degli interessi dei potenti, del servizio allo status quo. E infatti Mafai , in una vita lunga e piena di opere, ha seguito i percorsi opposti. Era figlia di due pittori, Antonietta Raphael e Mario, il leader della cosidetta “Scuola romana“, che il critico Roberto Longhi chiamò: “la scuola di via Cavour“. Lì era la casa-studio dei Mafai, al n° 335, poi abbattuta dagli sventramenti dell’urbanistica mussoliniana, lì crebbe Miriam, con le due sorelle Giulia e Simona. Interessa qui notare come la loro pittura fosse, insieme, figurativa e corrosiva, popolare nei temi e nella leggibilità, ma drammaticamente espressiva e quindi tutt’altro che pedagogica, con tratti di assoluta originalità. Inafferabile, dunque, fuori dagli schemi. Qualcosa di questa duplicità passò nel carattere di Miriam, o almeno questo noi leggiamo nei tratti della sua professionalità e del suo percorso politico. Le Leggi razziali costrinserò anche lei all’umiliazione di dover abbandonare la scuola pubblica. Qui la radice di una opposizione al dominio fascista, il rigetto di una ideologia di violenza e discriminazione ed anche una visione segnata dal disincanto sulla reale qualità del sentimento popolare. L’Italia profonda non abbracciò l’antisemitismo ma non vi si oppose, la separazione, anche quella visibilissima dei ragazzi e delle ragazze dai loro coetanei, dalle loro classi, passò come acqua sulla pietra. E’ forse qui il germe di una diffidenza di Miriam verso l’utopia, vista a nudo, nella smentita di una sua obiettiva possibilità di realizzazione. L’utopia per la sua generazione fu il richiamo di un lontano comunismo sovietico, cui guardò sempre con un interesse di analisi e di amicizia, e che raccontò, molti anni dopo, riprendendo il filo di storie di vite che ne erano state trasformate. in più di un libro. Nel passaggio terribile dell’occupazione e della Resistenza cominciò a darsi da fare, portando volantini e stampa comunista. Incontrò lì il Pci, di cui divenne una militante impegnata ma attenta a conservare una propria autonomia e una sua visione peculiare. Comunista era il primo compagno, che sposò e con il quale ebbe due figli. E comunista Giancarlo Pajetta, forse il dirigente più amato del Pci, una leggenda difficile da accompagnare. Riflettere sul come Miriam gli fu accanto può dirci qualcosa del suo carattere. Rimasero compagni, solidali sempre, ma separati nella vita di tutti i giorni. Lei nel lavoro, sempre più importante di giornalista, lui in una vita pubblica senza requie. Un legame intenso, ma da donna libera, forse l’unico che poteva resistere all’affluente personalità di Pajetta. Dopo una lunga e brillante carriera fra L’Unità, Vie Nuove, Paese Sera, la direzione di Noi Donne, fu fra i fondatori di “Repubblica”, nel 1976. Mafai divenne subito una delle firme maggiori del giornale di Scalfari, via via più importante, fino a contendere il primato al Corriere. Un caso unico nel panorama editoriale del paese, statico e diviso in aree territoriali e politiche molto definite. Una crescita che ha seguito l’evoluzione della sinistra italiana, nella sua espansione, poi ha forse anticipato la sua mutazione nell’epoca del tramonto del socialismo reale e del riaffermarsi del liberalismo. I pezzi di Mafai nascevano da una cultura che era proprio al centro di questi processi, “dentro” al Pci ma di impostazione liberaldemocratica. Non tutti li condivisi, da lettore e da militante, ma certo si distinguevano sempre per aprire un dibattito, per servire da boa. Si allontanò dal percorso, accidentato, del suo partito, dopo il cambio dell’89. Corse avanti, mai a lato, certamente mai dietro. Come tutti i grandi giornalisti si allargò ad una produzione di libri, sempre segnalati, dove potè unire il racconto di storie di vita di coloro, come il fisico Pontecorvo, che avevano scelto la Russia, l’ "another country", per il rifiuto della guerra e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, con un ragionamento incalzante, la richiesta di una evoluzione, incentrata sull’individuo, sulla persona, sulla libertà come primo diritto. Miriam Mafai non si ferma oggi. Troppi gli elementi di attualità e le radici culturali che la collocano all’interno del crogiolo italiano perché la sua figura cessi presto la propria attualità. La libertà nell’essere donna, l’ ascendenza ebraica, la militanza e l’ individualità, la laicità liberale, e la lunga internità alla vicenda comunista, sono altrettanti filoni che a lei ricondurrano. Sarà, come sempre per noi, un rivo carico di acque. Alle donne spesso accade. Quale distanza dalla rada secca e avara delle sconsiderate oscene parole di paragone, di una Santanchè, fra Iotti e Minetti.Davide Ferrari davideferrari2000.blogspot.com

sabato 28 aprile 2012

Il centro. Meno smog, più identità.

Lo smog è fitto. Fa male. Fa ammalare. Nei centri storici come e più che nelle periferie. Anche se c’è la crisi e non se ne parla più. Sull’argomento, il Comune di Bologna non lascia, raddoppia. Il giovane Assessore Colombo appare determinatissimo. Si allargano e si differenziano gli interventi di pedonalizzazione e cura. I problemi saranno mille, certamente, ma la direzione è quella giusta. La causa di una nuova vivibilità del centro storico, salutare e civile, è fondata e merita sostegno. Non può essere assunta burocraticamente, “ex officio”. Ciò che è innovativo e coraggioso può affermarsi solo con una robusta partecipazione popolare. La salute innanzitutto e, aggiungeremmo, la città innanzitutto. Quella vera fatta per essere abitata , vissuta e percorsa. In un traffico senza fine si perdono identità e futuro, non solo polmoni. E senza identità la “sfida” con i centri commerciali è perduta in partenza, anche se si permettesse alle auto di parcheggiare in negozio, sotto il bancone della bilancia. Il Centro “di tutti” può essere anche un centro dove tutti “passino più tempo, limitando e circoscrivendo degrado ed indesiderabili. Può essere un centro dove si va di più ad acquistare. Può essere. Come? La città ne discuta e si organizzi. Oggi. Ogni minuto attardati a dire dei NO è tempo perso. "Il contrario" rubrica di Davide Ferrari L'Unità E-R, 28-04-2012

sabato 21 aprile 2012

Scuole. "Fondiamoci", con maestre e genitori.

Il Comune di Bologna, come quello di Modena, sta valutando di dare vita ad una Fondazione per gestire le proprie scuole dell’Infanzia. Il problema non è –solo- che mancano i soldi, il fatto è che-per legge-quelli che ci sono non si possono spendere per assumere insegnanti, neanche precari. E quello Sato che prende ed impone, non ha nessuna voglia, al momento, di assumersi le sue responsabilità aprendo -lui-nuove sezioni. E intanto la lista di attesa dei bambini cresce. Bisogna fare presto e bene. Qui arrivano i tanti problemi. E anche il rischio di qualche idea sbagliata. Ci sarà chi si aspetta proposte, giustissimo, ma anche grandi risorse dai privati. Non arriveranno, temo. Chi crede più facile dismettere, un domani, se a farlo sarà una Fondazione e non il Comune direttamente. Illusioni. Per le famiglie e i cittadini i bimbi sono troppo importanti ed in ogni caso le aspettative e le tensioni resteranno alte. No, se davvero la Fondazione permette di mantenere vivo l’intervento comunale, oggi impedito, bisogna andare avanti. Magari per gradi, ma senza, alla fine del percorso spezzettare un sistema già complesso, garantendo una direzione educativa e funzionale di assolutà credibilità. Serviranno maestre e genitori. Bisogna correre, ma proviamo a farli partecipare, discutere, correre con noi. Fondiamoci, con loro. "Il contrario" rubrica di Davide Ferrari L'Unità E-R, 21-04-2012

sabato 14 aprile 2012

"Gay pride". L'orgoglio ed il dialogo.

Allora è Gay Pride. A Bologna. E’ naturale. Il movimento per i diritti delle persone che oggi si nominano LGBT ebbe qui uno dei suoi più rilevanti Start Up con la nascita del “Cassero”. Come la prenderà la città? L’impressione è quella di una forte separazione di percorsi. Da un lato è cresciuta, enormemente, per fortuna, l’accettazione nella normalità, puramente e semplicemente, della diversità di orientamento sessuale, dall’altra si è radicalizzato, in settori di frangia ma consistenti, il rifiuto. Crescendo la visibilità della condizione gay è saltata la sottile coperta dell’indifferenza tollerante. Per questo, oggi, non sembrano possibili vie di mezzo. O si compiono, anche sul piano istituzionale, passi in avanti verso l’accettazione ed il riconoscimento, a cominciare da quello delle forme di vita familiare LGBT, oppure si torna indietro, si regredisce ad un NO, ben più grave del secolare: “fate quel che volete ma senza farvi troppo vedere”. E’ una scelta che è di fronte alla timida politica, ed a tutte le grandi componenti sociali, come le Chiese. Le Chiese: il luogo più critico ma dall’evoluzione più attesa e possibile, a partire dal concreto della vita nelle comunità, nei territori. Per questo sarà un bene grande, se vi sarà proposta di dialogo, anche nel giorno dell’”orgoglio”. "Il contrario" rubrica di Davide Ferrari l'Unità E-R, 14-04-2012

sabato 7 aprile 2012

Lega. Anche qui mediocrità.

Per molti anni i più autorevoli studiosi di politica si sono chiesti se, sotto il sole della globalizzazione, nello scioglimento dei ghiacciai della Sinistra, anche l'Emilia-Romagna popolare, quella della gente qualunque, la più esposta, sarebbe divenuta terra di conquista per la Lega. Perchè no? Se si era fatta “lumbard” la temibile Senatrice Mauro, dall'inconfondibile somatica mediterranea, potevamo ben diventarlo noi geograficamente predisposti.

La “buona” percentuale di Bernardini , definito il “padano dal volto umano”, all'ultimo voto per il Sindaco a Bologna aveva rinverdito il dibattito.

Pochi hanno allora insistito sulla mostruosità dei cartelloni di scherno dei lavoratori stranieri, sulla campagna di odio, fatta persino con i fumetti, per incitare i nostri cittadini a non farsi passare davanti dai cinesi e dai neri nella fila all'ospedale, allo sportello delle case popolari e così via.

Vedremo se l'armata legista, che così baldanzosamente aveva passato il Po, risalirà alle sue valli, sconfitta dagli scandali. Vedremo. I problemi restano. La crisi produce mostri ogni giorno. Potrebbero nascerne di peggiori. Solo una cosa sappiamo, della Lega: non passava da lì il rinnovamento, non l'equità, non la libertà. Da lì solo le tentazioni del razzismo e la sua più triste sorella: la mediocrità.

"Il contrario" rubrica di D.Ferrari
L'Unità E-R 7 Aprile 2012
www.davideferrari2000.blogspot.com

venerdì 30 marzo 2012

Lavoro e piccola impresa. Insieme per la vita.

Qui si muore. Il drastico peggioramento delle condizioni di vita non sempre si può sopportare, ricominciando, a 50 o 60 anni, una vita di sacrifici. Se in gioco sono più risorse, il rischio di un'investimento, un giro di aspettative, il crollo può indurre ancora di più a farla finita. Ci hanno raccontato per decenni che la Piccola impresa era la spina dorsale dell'Italia, che l'intrinseco attivismo del padrone-lavoratore superava ogni ostacolo, che gli si doveva permettere di annullare lacci burocratici e lacciuoli etici. Adesso che, per sorpassare la crisi, i grandissimi, hanno deciso che bisogna chiudere, tagliare, ridurre, e maggiormente sfruttare i propri lavoratori, nello schema gli artigiani, i piccoli imprenditori, non rientrano. Le loro voci sono tagliate. Le banche prendono senza dare ed è l'ora, anche per chi sull'antistatalismo ha costruito intere carriere, di osannare le nuove, troppo querule, superstar del fisco. Lo scontro sociale è molto aspro. La parte del lavoro dia subito segnali di volerlo condurre, in nome della fiducia e dello sviluppo, insieme alla Piccola e media impresa. Così gli Enti Locali, nei loro difficilissimi e coraggiosi piani strategici. Nel quadro del "Quarto stato", ci sia posto per chi chiede di andare avanti, di vivere. Se no, non sarà data salvezza.

"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R
30 Marzo 2012

sabato 24 marzo 2012

Art. 18. Di cosa si tratta?

Non sappiamo come andrà a finire. Sappiamo, a grandi linee, di cosa si tratta. I protagonisti sono incerti, a volte ci appaiono inadeguati, ma, sull'art. 18, lo scontro è sui fondamentali. Il quadro è plumbeo, gravido di rischi. "Perfetto" ha sentenziato Marchionne, il leader dell'avventura. I grandi "padroni", è una scelta almeno continentale, vogliono uscire dalla crisi con una forte riduzione dei salari. Per ottenerla devono crescere sia la ricattabilità, sia il numero dei componenti di un esercito di senza lavoro attorno al cuore attivo della produzione. Dietro al precedente delle pensioni c'è sotto sotto questa medesima questione. Ai più grandi non interessa nemmeno tanto la precarietà in entrata, e infatti qualcosa lì si concede. Di piccole imprese non parlano più, se serve le dannano nel girone degli evasori. Dall'altra parte , con i lavoratori che cercano di reagire, a prescindere dalle appartenenze sindacali, anche qui, in Emilia, il PD di Bersani. Un partito, l'unico vero, che si gioca tutto, indebolito dai banderilleros dell'antipolitica, indignati, disperati o furbastri che siano. Li stiamo anche noi. Almeno questo intuimmo: che saremmo arrivati a momenti “pesanti”, fin troppo, antichissimi, ad onta delle mille teorizzazioni sulla leggerezza e la modernità.

“Il contrario”
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità Emilia-Romagna, 24 03 2012

sabato 17 marzo 2012

Merola, Monti. Di che si parla.

Il Sindaco di Bologna ha chiesto ascolto e sostegno. Il Governo deve rispondere. Certamente, le vie per cercare di farcela, fra crisi della finanza pubblica e bisogni sociali richiedono fra i diversi livelli istituzionali un coordinamento attentissimo, una pazienza infinita. Ma le città sono una colonna della società italiana, se vanno in frantumi non dimagrisce la casta, non si liberano mercati, crolla il Paese. Partiamo da qui, dalla realtà. Ci aveva sorpreso qualche tempo addietro leggere un'autorevole notista bolognese affermare che Monti ha il vento in poppa e i Sindaci invece arrancano superati, non innovano, sono out, hanno perso la patente di rinnovatori del quadro politico ed istituzionale. Di che si parla? Occorre consapevolezza della posta in gioco: la qualità della vita dei cittadini. La sensibilità politica è necessaria ma è uno strumento non sostituisce i bilanci ed i servizi. Noi auguriamo il vento migliore a chi ci governa, anzi stiamo facendo la vela. E' un dovere e insieme una necessità. Ma l'Italia non si può ridurre a uno di quei “casi di scuola” che si simulano dei master universitari. Non è un campo di esercitazione. Le città, come le grandi basi del welfare e dell'educazione, come il lavoro, hanno bisogno di politiche di lunga durata, di interventi di programmazione, di cura. Nel frattempo meno danni possibile. Meno.

Il contrario
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R 17 marzo 2012

sabato 10 marzo 2012

Marco Biagi. Dieci anni dopo.

Lo attesero nell’androne della Stazione, nelle strade dell’Università. Impararono i suoi percorsi, in treno, in bicicletta, a piedi. . Conobberò la regolarità e la modestia della sua vita di studioso. Videro la sua lontananza dalla vita degli uomini di potere e di ricchezza. Sepperò, ma non si fermarono. Uccisero Marco Biagi. Le mani armate dall’odio che travolge, dal pressapochismo dell’ideologia ( “E’ lui, è lui il nemico” e tanto deve bastare), e dalla vigliaccheria. Sì, è più facile colpire dove meno è la forza, inesistente la difesa. La Signora Orlandi, vedova del Prof. Biagi lo ha detto. Ha detto dell’abbandono da parte di uno Stato che non lo proteggeva, mentre gli chiedeva di firmare ipotesi ardue, dure, di ristrutturazione del mercato del lavoro, di esporsi, di garantire. La scorta che accompagna tanti, gli venne negata. E, dopo, vigliacchi, anche loro, altro non seppero fare che aggredire i lavoratori ed i loro rappresentanti, additarli a colpevoli, a mandanti. Dopo dieci anni non ne ascoltiamo una parola di pentimento. Nemmeno una parola che vada oltre l’usuale. Il compito resta a noi. Dopo dieci anni proviamo a dare il meglio, per unire la resistenza del lavoro all’intelligenza di ciò che accade, la tenacia della lotta al rispetto, negli altri, della scintilla della verità.


"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R 10 Marzo 2012

sabato 3 marzo 2012

Dalla.

Gli artisti universali vivono sempre. Avremo sempre con noi Lucio Dalla. Ci accompagnerà, non sarà solo un ricordo ma qualcosa di cui disporre, che è negli attrezzi del pensiero nostro, della nostra parola. E' una convinzione che rende meno forte il dolore di una generazione che ha vissuto con la sua musica. L'affollarsi dei ricordi, è naturale, triste, ma è nel presente, nella vita. La prima volta che imparai il suo nome, ero bambino, fu leggendo una intervista al ragazzo Morandi, che citava un amico:“E' il più grande di tutti, vedrete”. Un nome a me ignoto. Lucio Dalla. Quando vidi lo svolgersi delle sue fasi, il “4 marzo” ed il successo, ricordavo quella profezia, come se anch'io sapessi qualcosa di intimo di lui, del suo destino. Lo incontrai, la prima volta, al momento di organizzare un concerto per un quotidiano della sinistra bolognese in chiusura. Al Palazzo dello Sport, una delle tante imprese a vuoto che era giusto fare, a tutti i costi. Molti anni dopo venne al “Gramsci”. Arrivò con una moneta da “50 lire” letteralmente appiccicata alla fronte, chissà come. Pensammo ad una bizzaria. Nessuno gli disse nulla. Durante il suo intervento , la moneta cadde e Dalla se la trovò in mano, stupito. “Ma come?” Una incredulità dolce, un sorriso imbarazzato e timido. Così, il suo viso per me, oggi è quello.


"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità Emilia-Romagna 3 Marzo 2012

sabato 25 febbraio 2012

Lavoro, senza diritti non c'è nazione.

Il lavoro? Per Genesi, nella Bibbia, è una condanna. L'angelo con la spada fiammeggiante si mette alla porta del paradiso terrestre e Adamo ed Eva: via! A lavorare. A legger bene, tuttavia, l'uomo diventa tale proprio, dopo il peccato, e con il lavoro. Prima assomigliava agli scioperati del Grande fratello, sempre in deshabillé , a far nulla e a pensar male. Senza lavoro non c'è dignità. Togliendo libertà e diritti ai lavoratori, li si offende come persone. E senza dare valore alle persone non c'è fondamento per la società, non c'è nazione, non c'è Costituzione. Per questo, qualunque opinione si abbia, bisogna volere una libera rappresentanza dei lavoratori. Il confino per la Fiom deve essere sentito come una ferita, da tutti. Il vero nemico non è questo o quel sindacato, è la disperazione, dell'artigiano, privato del credito, dell'operaio, a capo chino, oblligato ad accettare tutto. Oggi se ne parla, a più voci a Bologna. Il PD promuove il dialogo, con il suo responsabile Stefano Fassina, sempre riflessivo, impegnato. Ma allora è possibile! Tenere fermi i rostri ed il becco, non fare come i “polli di Renzo”, che si dilaniavano fra loro mentre si andava a tirargli il collo. Si parla di cose serie. Vocianti di ogni risma e collocazione, per un giorno almeno, ascoltate.


Il contrario
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità Emilia-Romagna
25 Marzo 2012

giovedì 16 febbraio 2012

Orientamento sessuale. Uguali diritti, questione di tutti.

La questione dei diritti civili delle persone di diverso orientamento sessuale è costantemente al centro di attacchi e polemiche. Anche in Emilia-Romagna. Bisogna comprenderne il perchè. Non è cosa che riguardi solo le persone omosessuali. Altrove è diverso. In molte parti del mondo è più chiaro che è minoranza chi si oppone alle richieste di pari dignità, almeno nel mondo politico. Non da noi, dove è facile constatare dubbi e latitanze anche nella parte progressista ed esplicite contrarietà in alcuni suoi settori . Certamente ha un peso la posizione della Chiesa cattolica, ma il problema è un altro. La crisi morde. In alcuni paesi europei, fra i quali l'Italia, è già frontiera fra il passato, segnato dai diritti e dal progresso, ed il presente, lacerato e carico di paure. La crisi è una ferita sociale, divide, smarrisce. C'è il rischio di un grande arretramento. In questo quadro va in scena la radicalizzazione dell'appello “di identità” alla parte peggiore delle culture popolari, con la provocazione, l'insulto. E a farlo non sono soltanto figure eroicomiche, come il noto parlamentare di fronte al quale cercano di produrre baci a ripetizione i giovani “militanti” gay. E' nostro dovere non lasciare solo quel movimento, proponendo, ai massimi livelli di autorevolezza, proposte legislative nazionali e comportamenti istituzionali locali chiari. Lo si deve fare sottolineando i percorsi positivi, di richiesta di integrazione sociale e non di pura affermazione della propria individualità. E' questo è il tema delle “Unioni”. Se diventa un tema di confronto per tutti, se non è lasciato vivere come “bandiera” di avanguardie, può parlare anche a molte coscienze religiose. Si deve affrontare la crisi a testa alta, affermando il valore della persona umana. O saranno, sono, guai. Inimmaginabili.

"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R, 16 2 2012

domenica 12 febbraio 2012

Guido.

Aveva passato il tempo tragico della guerra, maturando la fermezza di un'altro pensiero, un'altra fede, di libertà, opposta alla ideologia bruciata dell'adolescenza.
Decise di stare con chi voleva fare nuove tutte le cose, con i lavoratori divenuti protagonisti, cittadini, a Bologna, comunità della democrazia.
Ma, ecco la sua differenza, derivò dalle prove una laicità via via più forte. Bisognava militare ma con il coraggio di “relativizzare”, dimettendo la rassicurazione dell'obbedienza, anche al bene.
Seppe diventare un uomo delle Istituzioni, da Palazzo d'Accursio alla fondazione della Regione, all'Europa. Un impegno appassionato, con un'energia di ideazione e realizzazione mai indebolitasi, fino al miracolo di una vecchiezza carica di pensiero e di iniziative. Ogni sua battaglia conteneva l'analisi, la critica, era una strada votata al dibattito, all'autonoma testimonianza di una propria individualità. Per decenni aveva sottoposto al vaglio del riformismo la sua parte, battendosi per scegliere il presente. Poi, con una coerenza che va capita per intendere la sua personalità, negli ultimi anni ha cercato intelligenze più radicali, per opporsi al rischio dell'anomia, all'oscuramento dei diritti e della partecipazione.
Parlavamo con Guido Fanti comprendendo che ci avrebbe lasciato un'idea, un'impronta. In questi giorni freddi guardiamo le impronte sulla neve che ci è stata restituita. Presto scompaiono all'aria del tempo. A noi tenere nella memoria, la traccia di Guido, guadagnare il suo permanere, misurare i nostri passi incerti anche sul disegno del suo percorso.

"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R 12 II 2012

sabato 4 febbraio 2012

Tanta neve, e ci riscopriamo cittadini.

Neve. Tanta neve. Tanta che me ne sono accorto anch'io. Io, così distratto da cercare la Blu, ancora oggi, per comprare uno smartphone. Non ce l'ho fatta, questa volta a scambiare i sogni con la realtà. Freddo e ghiaccio e neve. Tutte le attività in apnea anche le mie. Meglio così, dicono tutti.
"Sotto la neve pane", mi consolano in famiglia, ma per un diabetico, nemico di amidi e glucidi, non è una gran consolazione. "L'italia sepolta sotto la neve", mi viene in mente, una grande opera del nostro maggiore poeta, Roberto Roversi. Richiama l'ottundimento delle coscienze, la sconfitta. Ma la neve di oggi pare invece averci svegliato. Si sono presentati persino volontari, dopo l'appello del Comune a spalare solidarmente. I treni: un disastro, ma i senzatetto sono all'opera, ben visti dagli altri cittadini, per una volta. Anche loro spalano. E spalo anch'io, eroe "enfant prodige" acciaccato di un condominio dove, vista l'età media, si è considerati giovani anche a 70 anni. "Vuole un po' del mio sale?" propone la condomina Elsa. Forse si è accorta che, travolto dalla buona volontà, sto per spargere del sale fino avanzato dalla mia cucina. Il Comune, in verità ha pensato anche alla distribuzione del sale. Si va. Ci riscopriamo, più bianchi ma più attaccati a ciò che è nostro, perchè è di tutti.


"Il contrario"
Rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R 4 Febbraio 2012

sabato 21 gennaio 2012

Lontani dalle persone? Non possiamo.

Con 700 euro al mese non si mangia. Nemmeno si dorme se la certezza, al finire della Cassa integrazione, è quella di non tornare al lavoro. Capita alla CNH, abbandonata dall’algido Marchionne, e in tanti altrove. L’impressione è che la crisi colpisca tutti ma a qualcuno sia utile. E’ in corso un tentativo di ristrutturazione sociale di grandi proporzioni. Gli obiettivi: meno lavoro e pagato pochissimo, magari persino con un’anticchia in meno di precarietà; meno welfare, pensioni alla metà dell’ultimo salario e, se qualcuno ha voglia di farla, avanti con la carità. Così raggiungeremo gli indici tedeschi, toglieremo l’ansia ai ceti abbienti di dover pagare la fiscalità per le previdenze di tutti, saremo finalmente moderni. Se non saremo felici, pazienza. In Sicilia siamo ai forconi, a un passo dalla Santa Fede, al Nord comincia a vedersi, sarà un caso, qualche bandiera con la svastica. La sinistra democratica, il centro civile sostengono il risanamento. E’ dovere, ma meglio chiarire. Mentre arriva l’onda più alta della crisi, non siamo, e non possiamo essere i bardi della ristrutturazione “asociale”, lontani dalla vita, dalle persone. Finiremmo come gli antichi democratici delle repubbliche del primo Napoleone, assediati e vinti da un popolo affamato ritornato ad essere solo plebe.

Il contrario
Rubrica di Davide Ferrari
L'Unità Emilia-Romagna
21 I 2012

sabato 14 gennaio 2012

Antipolitica. La mano nella fessura.

L'antipolitica monta sempre di più. Il voto, di Pdl e Leghisti anonimi, per Cosentino e la bocciatura del Referendum sono cose diversissime, disegnano però-tutte due-un quadro dove la distanza fra rappresentanti e cittadini si allarga a dimensioni oceaniche.
Le ondate sono da tempesta, proprio mentre chi governa, da Roma alle città, deve imporre sacrifici sempre maggiori. Questo il quadro. Come uscirne? Non sappiamo, meglio ammetterlo. Ci rifiutiamo tuttavia di portare il cervello all'ammasso del qualunquismo. Cerchiamo di trovare nuove soluzioni, frontiere che reggano, anche organizzative, per salvare l'unico grande partito democratico che è rimasto. Vedremo. Intanto, come il bambino olandese, mettiamo il dito nella crepa della diga. Siamo ancora in molti a farlo. Ricordiamo bene che, anche se il paese fu salvo, il bimbo non sopravvisse. Saremo dei fessi ma non siamo più stupidi dei “furbi” e dei disincantati. Anche loro sono sotto la “montata”. P.S Alcuni, con la mano ghiacciata nella fessura, ormai solo un pugno, sono dei “funzionari di partito”. La vita è andata così. Mettiamoci tutti contro il cemento per sostenerlo, servono le braccia di tutti, anche quelle dei funzionari onesti.

Il contrario
Rubrica di Davide Ferrari
L'Unità Emilia-Romagna
14 I 2012


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sabato 7 gennaio 2012

Feste. Tutti con gli altri. Senza un euro.

“Il contrario
di Davide Ferrari


E' passata anche la Befana. Ogni anno dopo le Feste si scrive che la gente ha riscoperto la famiglia e ritrovato il gusto del buon tempo antico. Non è così, al solito. Il pranzo di Natale è spesso il teatro dei rancori fra suocera e nuora e delle invidie fra cognati. A Capodanno i giovanissimi non hanno visto l'ora di piantare in asso i padri impegnati a bandire il “Mercante in fiera”. E l'Epifania? Nulla mai ci è sembrato più triste dell'assistere ai lillipuziani falò della povera ”Vecchia”. E' così? Era così. Quest'anno qualcosa di più vero nella retorica tradizionalista l'abbiamo avvertito. I ritrovi in piazza, ad esempio. Siamo stati di più, con una gioia più evidente. E' che non ci sono soldi e si è convinti che sempre di meno ce ne saranno. Quello che è gratuito è tornato importante. Abbiamo dovuto far vedere che lo frequentavamo per scelta, non per necessità. Da qui l'affluire di auguri, spumanti in condominio e sorrisi esagerati. Tutti con gli altri, senza un' euro. Tutti? Quasi tutti. Pare che Schifani, il concittadino Casini e il disperso Rutelli abbiano parcheggiato alle Maldive, ospiti in suite da 4000 Euro a notte. Non li invidiamo. Se erano assieme, pensate che noia!

L'Unità E-R 7 Gennaio 2012

sabato 31 dicembre 2011

L'uomo dell'anno? Le donne dei servizi pubblici.

Come sempre, a molti piace interrogare su chi sia il personaggio dell'anno. Chi da noi? Ci propongono volti ragguardevoli, ma non abbiamo voglia di giocare con le loro figurine. In questi giorni abbiamo accompagnato a visite mediche, a prelievi, e quindi ad aspettare davanti agli sportelli degli uffici sanitari. Inutile dire dell'umanità dolente e dei suoi calvari. Per una volta vogliamo riuscire a non essere ipocriti. Piuttosto, seduti su quelle panchine color acciaio bucherellate che trovi ovunque, abbiamo fissato lo sguardo sugli impiegati. Quasi tutte donne. Quasi tutte sono impegnate, serie, precise. Ecco chi è il cittadino dell'anno. La donna normale che fa bene il proprio lavoro, dentro strutture pubbliche, di tutti. Devono prendersi gli schiaffi, morali, non solo dagli utenti più in difficoltà ma da una pletora di persone inutili: il politicante liberista, l'opinionista in carriera, il giornalista arrivato ecc ecc. Devono fare ogni giorno con meno. Non si perdono d'animo, reggono. La loro intelligenza è inversamente proporzionale allo stipendio, un Della Valle, per dire, nemmeno riuscirebbe a pensarle. Diciamo grazie, a Mezzanotte manca poco.

"Il contrario"
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R 31 XII 2011

mercoledì 21 dicembre 2011

In galera, per Wolverine.

Se siete pratici di New York, io non lo sono, le avrete incontrate, diffuse qua e là, come tutto, del resto, nella “grande mela”. Sono le bancarelle di oggettistica varia, tenute da simpatici coreani. A differenza di alcuni di casa nostra, sembra non vendano solo binocoli che allontanano la visione, giocattoli che avrebbero risolto il problema dei regali di Natale a Lucrezia Borgia e telefonini con i numeri disegnati sopra, come la pentola di Geppetto. Al contrario. Potete trovarvi di tutto. Così è capitato al quarantanovenne installatore di vetri Gilberto Sanchez. Tempo addietro acquistò ad un bancone estremorientale una copia pirata del film “Wolverine”, sull'inizio degli X-men. Non si limitò a guardarlo a casa propria. L'intraprendente Sanchez lo caricò, nel 2009, prima che avvenisse il lancio miliardario del film, in un sito Internet dove ci si scambiano video, Megaupload. La 20th Century Fox, casa produttrice dell'originale non la prese bene. Lo denunciò, lo trascinò in Tribunale e ora lo ha fatto condannare. Un anno di carcere, tondo tondo. Temevano per gli incassi? Sbagliavano. “X-Men Origins: Wolverine” ha fatto al botteghino 400 milioni di dollari.
“E' un segnale ai pirati della rete”annunciano fieri gli avvocati dell'accusa. Il malcapitato si è dichiarato colpevole ma non gli è bastato ad evitare la galera.
La Fox dev'essere molto permalosa. Si apprende che tale Robert Friedman, giornalista di Fox News, è stato licenziato in tronco per aver pubblicato una recensione basata sulla copia tarocca del film.
Se i commercianti dei nostri lungomare avessero lo stesso potere delle Major statunitensi non basterebbero le terre emerse di tutto il globo per relegarvi gli sciami di vu cumprà, carichi di borse Louis Vuitton e di mutande Calvin Klein a 5 euro. La crudeltà dei potenti ha sempre meno limiti.
L'America è la terra della libertà e delle regole, si dice. Chi sbaglia paga, forse per l'etica calvinista alla quale, nella nostra cultura latina, si danno tutte le colpe. In realtà non risultano analoghe durezze per i magnati dell'industria, gli inquinatori, gli squali del lavoro senza diritti.
Chissà cosa ne pensano i superoici X-men? Nemici di ogni male, non avrebbero da temere la disoccupazione, se la smettessero di inseguire mutanti colleghi, depravati e viziosi, per rivolgersi a Hollywood e Wall Street.

Mala Lingua
rubrica di Davide Ferrari
"Sardegna quotidiano" 21 XII 2011

sabato 17 dicembre 2011

SalaBorsa. Festa di tutti.

La Biblioteca di Sala Borsa ha appena compiuto dieci anni e oggi festeggia.
Aprì non senza problemi. Dieci anni fa Guazzaloca e la particolarissima Assessore Deserti recalcitravano. Sotto sotto l'animo loro andava ad un progetto economico dove, si diceva, sarebbe stata la Mondadori di Berlusconi. Fu l'opposizione-a qualcosa servimmo!- a dare battaglia. Si difese il principio del valore per la città di un progetto imperniato su una grande Biblioteca. La Giunta di centrodestra fu indotta, da un lato a far partire Salaborsa, dall'altro a tentare un processo di deprivazione più macchinoso e più debole. Sappiamo come finì. La Biblioteca c'è. La cultura non è un lusso. E' il pane di una comunità ordinata, la condizione per la libertà dell'individuo. Nessuno si senta fuori posto, alla festa di oggi. Nemmeno i giovani Rom e di tutti i colori che ingombrano fin dai gradini. Vi sostano per “appoggiarsi" e per Internet. Capiranno che è diversa da un centro commerciale? Ne stupiranno? La migrazione li ha fatti piovere qui, curiosi e famelici. Dieci anni fa non c'erano. Un motivo per progettare qualcosa in più, dopo la festa. Accorgersi di loro, nel programma culturale. Difficilissimo farlo realmente. Certo, come tutti i sogni.

“Il contrario”
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità E-R, 17 XII 2011

martedì 13 dicembre 2011

Quel “povero” genio di Steve Jobs.

Gli antichi dicevano che, delle persone scomparse, si deve dire solo bene o nulla. Faremo un’eccezione. Dispiace, certo, la malattia e la morte di Steve Jobs. Tuttavia l’esaltazione postuma della sua filosofia irrita. Si è iniziato con il rammentarci un vasto armamentario di citazioni che tutti, soprattutto se giovani, dai commercianti agli imbianchini dovrebbero seguire. Un guazzabuglio liberista che pare uscito da una conferenza per motivare i venditori di un “porta-a-porta”. Nota la frase centrale di un suo discorso agli studenti. “Siate folli, siate affamati” se volete avere successo. Ho sempre avuto una fame insistente, fin dalla lontana infanzia. Forse per mancanza di altri talenti, l’obesità è presto sopraggiunta, il successo si fa attendere ancora.
Si prosegue, ora, con la fioritura delle leggende sul suo comportamento. Dovrebbero segnalare una strapotente genialità. . Leggiamo di una “stranezza”, che-dicono- avrebbe incuriosito gli americani.
Il fondatore della Apple girava con un’ auto senza targa. La sua Mercedes SL 55 AMG, capace di passare da 0 a 100 Km/h in 4 secondi e mezzo, non indossava questo segnale, obbligatorio per tutti gli altri mortali.
Come mai? Lo aveva esentato un Governatore californiano compiacente, dopo la raccomandazione di Scilipoti? Aveva procurato a qualche Senatore l’agendina di Marrazzo?
No. Era un trucco alla James Dean per farsi fermare volutamente dalla polizia? Ah il masochismo dei “poeti” maledetti! Nemmeno.
Ora sappiamo. Un uomo dell'azienda di Cupertino ha parlato. La legge californiana permette alle auto nuove di viaggiare senza targa per sei mesi.
Jobs aveva fatto un leasing, cambiava la vettura con una identica ogni semestre. Tutto qui. Volere è potere. Perché fare una idiozia simile? Presto detto. Per ragioni di privacy. Poco importa se così tutti sapevano che dietro i vetri nerofumo c’era lui.
Forse la cosa è ancora più semplice. Non sapeva decidersi. Quale nickname scrivere sul metallo: “asinello dell’altipiano” o “casetta del marinaio”?. Gli americani fanno così. Chissà quante possibilità gli saranno venute in mente. Troppa fantasia hanno i poveri geni. Finiscono per soffrire di queste piccole cose.
Genio? Forse gli aneddoti scemi valgono meno della lucentezza degli Iphone, però mi sono convinto che a Briscola l’avrei battuto facilmente.
Mala Lingua
rubrica di Davide Ferrari
"Sardegna quotidiano" 13 XII 2011

sabato 3 dicembre 2011

La famiglia è importante per tutti.

Sembra finisca bene. L’ associazione dei genitori con figli gay e quella dei gay genitori entreranno a far parte della Consulta per la famiglia. Se così non fosse stato si sarebbe compiuta una tale violazione dei più elementari diritti ad una eguale cittadinanza che forse chi si opposto nemmeno si è reso conto della gravità di quanto pretendeva. La città, adesso, o archivia il tutto al più presto possibile, oppure discute. Il primo punto è già detto: è proprio vero, i diritti non negoziabili esistono. Innanzitutto quello a non subire discriminazioni. Ma si può dire qualcosa di più. Per esempio che la famiglia è importante, per tutti. Che tutti hanno il diritto di provare a costruire la propria, a prescindere dall’orientamento sessuale e di tante altre cose. E’ difficile incontrare e riconoscere il bene assoluto. Tendere al bene è invece possibile ed è un dovere favorirlo. Nel mondo gay si è fatta strada non soltanto la rivendicazione della propria specificità, la “diversità”, la tipica “bandiera”, nelle prime fasi, di tutti i movimenti, ma la volontà di dare luce a vite normali, condotte da persone “diverse”. E’ un bene grande per la coesione sociale e culturale. E’ un bene per la comunità cittadina. Mettere i bastoni fra le ruote è una cattiveria incomprensibile.

“Il contrario”
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità Emilia-Romagna
3 XII 2011

CENTRO IMBENI. LA PRIMA INIZIATIVA



Sabato 3 Dicembre 2011, a Bologna, alle ore 10.30, alla Sala del silenzio, prima iniziativa del centro Renzo Imbeni. L'occasione di ascoltare, tra altri, ed importanti, Giuseppe Vacca. sul tema "La politica al tempo della crisi"

giovedì 1 dicembre 2011

Lucio Magri

L.M

"Il comunismo, la cosa facile
che è difficile fare".
Mi chiedo chi guidava
l'auto, la Svizzera mi
sembra così lontana,
oppure il freddo
di un areo. Poi fumava
di continuo, come,
dove non si può più,
avrà nascosto la sigaretta,
dietro al trench, dove
può bruciare le dita?
C'era una madre, una
donna a dire "Attento"?
Avrà avuto paura
all'atterraggio? E uno,
due,ci dicono, tre forse
avanti, indietro
a morire e ritorno
e riprovare. Attenti
qui è il dolore, qui
non vale interpretare,
dire di sapere la
sconfitta, "non aveva
ruolo più" scrive una
piccola belva di cortile.
Attenti qui è il vento
e il sole nemico,
l'irreparabile che è
già avvenuto, la terra
già cambiata a noi
per sempre, che muore
tagliandoci il viso
nera come le acque
a muro sul Giappone.
"Per il comunismo,
non per meno".
Non eravamo meglio
di quest'ultimo
funzionario commis,
sento i suoi passi
in sede del partito,
mentre scrivo,
che ha occhi, naso, bocca
chiusi come si chiude
la porta del bagno,
chiusi, è normale,
non sa, non è di
alcun senso raccontare
di Magri a lui.
Non eravamo meglio.
Perchè avremmo dovuto?
Senza passato, senza
il setaccio di una storia vera
senza l'ignoto oggi,
nascosto in un computer,
nello scomparto
di una raccolta di rifiuti.
Senza storia e senza presente
dunque, questo siamo.
Non ha attenuanti il
buio, lo sparire non
ha freni. La piccola nipote,
penso, non poteva guardare
a lui, farsi guardare?
Ma perchè deve bastare l'altro
se non c'è niente da dire.
Amendola, Lama
hanno saputo morire,
morire sapranno,
lo impareranno, i figli, di noi,
le donne e gli uomini
della rivolta, lontana,
che ricomincia, a Damasco,
sulla montagna di coca,
forse anche qui
dove muore e
solo muore l'Europa.
Il passato, il presente
li abbiamo lasciati
fuori dalla vita, noi,
adesso non li abbiamo
scarpe per camminare,
zattere della medusa,
bandiere. Non c'è
nemmeno da piangere
non lo sappiamo
fare e ridere non sappiamo.
Nemmeno il funerale
vuoi, per togliere
l'ultima necessaria
bugia, non ce
la lasci dire. Non vuoi
essere esempio, nulla.
E alla stazione,
al ponte della strada,
all'ascensore bianco
argento d'ospedale,
avrai visto queste cose, solo,
nell'andata e nel ritorno
una, due, tre volte:
c'era qualcuno che parlava forte?
C'era un po' di vita,
chi ti mandava al diavolo
-per lui eri fare un lavoro,
una fatica? Questo spero
come un sollievo.
L'albero unico dalla
finestra della morte
è sollievo vedere.
E poi le mani
di chi copre il viso,
di chi firma l'atto
di chi conta i soldi
del biglietto.
Un'infinito, pare
infinito il tempo
ad una vita sola,
un'infinito proseguire
che consola.

Davide Ferrari

mercoledì 30 novembre 2011

“Olandesini” pericolosi. Fabbricano virus.

Diciamo la verità: abbiamo tutti paura della fine del mondo. Fra buchi dell’Ozono sul cielo di mezzo pianeta, ghiacciai e calotte artiche diventate meno resistenti di un Cof a Ferragosto e vulcani in libera uscita, abbiamo spesso il cuore serrato, molto più di quanto vogliamo ammettere, e la testa che cerca di non pensarci. C’è il rischio di perdere il confine fra immaginario e realtà, di assorbire la fine, di non credere in nessun futuro. Fenomeni della psiche. C’è però chi si incarica di far diventare reali i nostri spettri. Abbiamo letto di un virus che avrebbe la forza di uccidere meta' della popolazione mondiale. Non nasce dalla cacca dei piccioni cinesi, caduta nella mangiatoia degli innocenti suini messicani. E' stato realizzato da un laboratorio olandese. Sono bastate poche modifiche all'H5N1, quello dell’influenza aviaria, prodotte facendo ammalare dei poveri furetti. I simpatici animaletti pare abbiano un sistema respiratorio fra i più simili a quello umano.
Un tempo, per noi, l’Olanda era quella della nota contadinella dei detersivi. Con la sua mano evitava l’annegamento a Calimero. Un’olandesina buona, candida, utile.
Oggi gli “olandesini” si divertono a produrre virus, “per vedere l’effetto che fa”. Dicono che servirà per studiare rimedi. Intanto si producono pericoli, poi si vedrà…
"E’ il virus piu' letale che si possa immaginare” , dichiara lo scienziato Ron Fouchier, capo del progetto di ricerca. Vuole essere invitato da Barbara D’Urso, vuole la medaglia del Guinness? Dovrà insistere. Ci sono dei concorrenti. Pare possano vantare gli stessi risultati i protagonisti di un’altra ricerca, guidata da tale Yoshihiro Kawaoka dell'Universita' del Wisconsin. Così, se qualcosa va storto, invece di sterminarne solo la metà potremmo arrivare alla scomparsa totale, degli uomini e dei furetti. Dopo ci penseranno le zebre, i tonni ed i moscerini a prendersi cura del Pianeta.
Le riviste del settore pare siano incerte, bontà loro, sulla pubblicazione dei dati. Se qualcuno in cucina volesse provare a riprodurre i virus? Si chiedono. Ni invece ci chiediamo: saranno mille e tutte buonissime le ragioni di questi scienziati. Tuttavia non ci dispiacerebbe affidarli ai parenti dei furetti sacrificati. La D ’Urso continuerà a far ballare il walzer sui bicchieri da chi mangia la mortadella con le orecchie? Pazienza.

Mala Lingua
rubrica di Davide Ferrari
"Sardegna quotidiano"
30 XI 2011

domenica 27 novembre 2011

Centrosinistra. Navigare insieme.

Il Centrosinistra: ha amato segnalarsi con bellissime specie arboree, ma rassomiglia più agli animali degli abissi marini. Il suo ritratto è nelle tavole dei manuali, cangiante di forme, imponente e misterioso. Eppure ancora qualcuno dubita della sua sopravvivenza nell’attualità. Non noi. Anzi lo vorremmo solido, tratto d’unione fra ideali, programmi e necessità di Governo. Soprattutto oggi. Dovrebbe essere così: più ci si unisce nell’ Union sacree attorno a Monti, più si pone mano ad un programma proprio, di cambiamento. Ma l’Alleanza non è facile. Anche qui si discute. A Bologna, ad esempio, sul People Mover . Il Sindaco, come da poteri e da autorevolezza, ha parlato e si è assunto le proprie responsabilità. Le categorie economiche paiono concordi sul Sì. C’è però un movimento contro, abbastanza vasto e forte del consenso di alcune valide personalità. C’è da sperare che nessuno voglia l’eredità della vicenda Civis, nel senso-attenzione- di raccogliere la spinta del “meglio non far nulla”. Forse una navigazione in un mare preventivamente mappato insieme, su una barca condivisa aiuterebbe a superare lo scoglio del diverso parere su questo punto. A Sinistra le tentazioni di rifiutare una cultura di governo sono costanti, per vincerle bisogna sfidarle alla responsabilità. Soprattutto adesso.

Il contrario
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità Emilia-Romagna
26 XI 2011

martedì 22 novembre 2011

Il nuovo disco di Silvio. Il resto è passato.

Silvio Berlusconi è nato Bilancia. Tratti caratteristici del segno sono gli occhi languidi, l’ attaccamento agli amici fino all’intransigenza sui loro difetti, vissuti con paterna preoccupazione, e una vocazione artistica, per esempio il canto.
Tutto quadra. Vien da chiedersi perché con tante buone qualità l’ex Premier abbia voluto dedicare la sua vita al potere, mostrando così altre note caratteristiche, che forse sarebbero rimaste sepolte sotto i ghiacci di una vita quotidiana più semplice, come la mummia del Similaun.
Fatto sta che l’ex entertainer, con Villaggio e De Andrè, nelle crociere degli anni ’50, perduto il vertice si ripropone alla base della sua personalità. E’ in uscita un altro suo disco. Sono duetti con Apicella, ancora una volta. Il bravo musicista è da sempre nel cuore di Silvio, forse più degli ignudi compagni dei bunga bunga. Si chiamerà “Il vero amore”. Il nome sembra azzeccato. Nelle fotografie gli sguardi del chitarrista e dell’anziano singer di Arcore appaiono addolciti, sereni, crisi e sconfitte sono dimenticate. Sono messe da parte quelle Miss, impietose a pagamento, sempre pronte, nei festini, a giudicarti la tenuta dell’epidermide più riservata. Apicella è la vera passione. Forse è lui, possiamo pensarlo senza alcuna malizia, il legame stabile al quale, nei momenti più confusi della vicenda Ruby, Silvio ha fatto riferimento. Il leader scrive i testi e Apicella la musica, come Mogol e Battisti. Silvio è un po’ poeta, lo sappiamo, per questo nei suoi discorsi, nelle frasi intervallate dagli storici “mi consenta” e “cribbio”, la verità e l’illusione si confondevano tanto frequentemente. Dal milione di posti di lavoro al ponte sullo stretto di Messina: dobbiamo giudicare con meno severità le sue dilatazioni della realtà. Furono licenze poetiche.
La cattiveria della politica mal si addiceva alla sua sensibilità dolce. La politica non può essere il luogo di vita di chi è sempre pronto a dare, a dare. C’è ancora chi gli chiede prestiti, persino dagli arresti, come lo spendaccione Lele Mora. Lo fanno perché sanno il suo grande cuore, non per i limiti infiniti del suo portafoglio.
D’altra parte anche i nuovi capelli incollati alla rotondità del cranio con la garavella di un liutaio, hanno il colore ambrato di una mandola.
E’ questa la vera vita di Berlusconi. Il resto? Una brutta parentesi.

Mala Lingua
rubrica di Davide Ferrari
"Sardegna quotidiano"
23 11 2011

sabato 19 novembre 2011

Movimenti. La nostra bussola dice: dialogo.

A Bologna ci si indigna facilmente. L’Emilia-Romagna ha visto fiorire tutti i movimenti politici. Oggi la crisi ed anche un certo quale recupero dell’attrattiva delle ideologie produce il fenomeno, detto alla spagnola, degli “indignados”. Come fu per i “gauchistes” della metà degli anni ’60, al loro inizio i movimenti sono definiti da nicknames in lingua estera. Poi, se il momento è propizio, mettono radici. La prima domanda di fronte alle occupazioni, alle trattative e agli sgomberi, è proprio questa: siamo in presenza di fuochi di paglia, déjà vus, oppure, come crediamo, si tratta di scintille più significative, di un conflitto destinato a crescere?
Sono troppe le contraddizioni sociali accumulate. E il quadro politico che, caduto Berlusconi, ritrova una positiva occasione unitaria, può correre il rischio oggettivamente di non rappresentare aree importanti, per opinione e volontà. Non vanno respinte fuori dalla vita democratica.
Abbiamo già vissuto l’Unità nazionale, da un lato, ed il ’77 dall’altro. Tutto è diverso. Ma la storia deve insegnare. Se fossimo il capitano Jack Sparrow la bussola ci indicherebbe di puntare sul dialogo, nella chiarezza, certo, e nella legalità. Non è facile. Altri soffieranno sul fuoco. E’ un compito nostro, una parte della responsabilità nazionale che ci siamo assunti.

Il contrario
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità Emilia-Romagna
19 11 2011

giovedì 17 novembre 2011

Buon Natale, Sirio.

Fra poco è Natale. Infatti, quando non alluvia, piove come ad Aprile e fa caldo come a Settembre. Lo sconvolgimento del clima cambia tutto. Per fortuna, a rammentarci il Calendario, giungono puntuali le polemiche di stagione. Così, a Bologna, ritorna la tradizionale discussione prenatalizia su Sirio, il vigile elettronico. Bisogna spegnerlo, durante le feste? Il Comune, negli anni scorsi, lo ha fatto. Sia il roccioso Cofferati che il fuggevole Del Bono hanno spento. Contenti i commercianti. Scontenti quei rari animali civici che, a piedi o in bicicletta, in autobus o arrovellandosi per trovare un parcheggio, sono soliti prendersela a male per una regola oscurata. Non si ricorda mai abbastanza che Sirio non è un divieto in più ma soltanto la certezza di non poter “sfuggire” se si trasgrediscono le regole. Questa volta, il Sindaco Virginio Merola non spegnerà. Si troveranno, forse, altre vie per rispondere alla preoccupazione, legittima e comprensibile di chi, nel periodo che sta arrivando deve vendere il più possibile, per pareggiare i conti difficili della crisi. Siamo d’accordo con il Sindaco. Ci sostengono le ragioni della salute e dell’ambiente ma, di più, le motivazioni della correttezza. Fino a che l’Italia sarà il paese delle centinaia di migliaia di leggi e norme dimenticate, del: “Ma tanto poi…”, dei penultimatum, avremo poche speranze. D’altra parte era stata condotta una verifica dopo le prime esperienze di parziale riapertura babbonatalizia. Ricorderemo male ma ci pare che i risultati non avessero segnalato incrementi di vendita molto significativi. E’ che le abitudini dei cittadini sono consolidate, non mutano allo scattare della scatola magica. Un po’ di maggior rigore non violenta, fotografa invece i comportamenti. E’ quindi davvero il caso di guadagnare continuità. Si dirà che si parte con le piccole cose. Qualcuno troverà il modo di sacramentare contro i privilegi della casta (argomento-maionese che va bene su tutti i piatti). Eppure se tanto se ne parla, da anni e anni, se cercarono per tanto tempo di non farlo partire, evidentemente Sirio a qualcosa serve. Questa rinnovata “rigidità” trova una sponda nelle notizie che arrivano dalla Padania. Anche sindaci ariani e celtiberi, come il mitico Tosi di Verona, sono alla prese con problemi similari. Colui che era uso girare con un felino al guinzaglio corredato dal cartello recante la scritta: “Magna el teron”, sembra sia alle prese con piani del traffico cogenti e limitanti. Fioccano, sotto il balcone di Giulietta, le raccolte di firme e attorno all’Arena, è tutto un alzar di voci. Anche in riva all’Adige molti vorrebbero andare in macchina, vale a dire finire nell’ingorgo, sempre e dovunque. Però alla lunga, forse troppo alla lunga, il buon senso torna a galla e prevale. Sirio non è una ideologia, è una necessità.


”Il contrario”
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità Emilia-Romagna
17 Novembre 2011

mercoledì 16 novembre 2011

L'Italiano, nel tempo della crisi.

Lo sappiamo: la crisi ci cambierà la vita. Già l’ha cambiata a milioni di italiani, vecchi e nuovi: ai disoccupati, agli scoraggiati che non si registrano nemmeno più al collocamento, ai precari, ai giovani che non entrano nel mercato del lavoro e agli stagionati che vivono nel terrore di uscirvi E poi ci sono i pensionati e i vicini alla pensione (“Ci taglieranno e quanto?”). Ai quasi tutti, sotto scopa per il mutuo.
La crisi vive di drammi e paura. Anche di parole. Un tempo noti solo a pochi addetti, i termini della finanza e dei mercati sono entrati nel parlare comune. Si infilano ogni giorno dalle orecchie ed escono sibilando dalle nostre bocche.
L’Italiano è una lingua duttile, flessibile, assorbente come una spugna. Il nazionalismo lo riserviamo solo agli Azzurri del calcio, quando riusciamo a battere la rappresentativa delle isole Faer Oer. Siamo lontani dai francesi che sbarrano la strada dei loro vocabolari alle parole straniere. Mussolini impose “filmo”, “Rascele” e “Osiri”: tutti risero mormorando, giustamente. Qui le parole nuove entrano, si allargano, spadroneggiano. Dall’astronautica all’informatica, l’Inglese, amato da noi più che da tutti e parlato meno che in qualunque altro paese, ha allagato le lingue, ha trasformato e si è trasformato. Se ne accorse Totò con i suoi “cocomeri americani“, il giaccone militare con gli alamari, anzi i “calamari”, e il suo “schiusmi” al polismano, “generale austriaco”, con il suo “breccofisso”, la colazione con il niente, lo “uicchè”, il riposo fine-settimanale scoperto da un popolo senza soldi e senza orari. E oggi cosa non direbbe Totò? Come riciclerebbe i paurosi detti delle altalene di borse e del nostro futuro che, ci dicono, vacilla? Sono gli italiani quotidiani a fare le sue veci, accorpando, tagliando ed incollando le parole che, più o meno, imparano.”Lasciami stare, ho uno spread alla testa!” Così Lei sfugge alla routine matrimoniale. “E’ saltata la stagnazione. Domani chiama l’idraulico”.”Non ti dico la recessione, proprio qui alla spalla. Terribile”. “Ho comprato dai cinesi un bond a microonde. E’ già rotto!”.
Ci aspetta Natale, in questo tempo di alluvioni e siccità. Hanno tolto la neve persino dalla pubblicità. Con il portafoglio snello, agile, sottile, ci verrà da guardare gli acquisti degli altri: “Ma andassero tutti a fa-un default!”

Mala Lingua
rubrica di Davide Ferrari
"Sardegna quotidiano" 16 11 2011

mercoledì 9 novembre 2011

Il Principe ed i 133 valletti.

Il Principe ereditario a vita Carlo d’Inghilterra è un uomo dalle molti virtù. Peccato che mai a nessuno sia riuscito di ricordarne una.
E’passato alla storia fin da giovanissimo per l’assenza di vocazioni e per l’impossibilità di portarne alla luce i talenti, anche ai più esperti precettori. Da tempo non capitava di sapere qualcosa di nuovo su di lui, almeno in Italia. Al massimo possiamo ricordare qualche comparsata involontaria a “Striscia la notizia”, che da lustri insiste sul tormentone sulle attrattive della Parker Bowles. E’ la nuova generazione a tenere banco, quella dei figli, più belli tutti di lui grazie alla tenerezza di Diana.
Squarcia la dimenticanza una inchiesta effettuata in Albione sulle spese personali di Carlo. Sono cospicue. Pare che i valletti addetti alla sua persona siano 133, appena meno numerosi delle “giacche rosse” di una compagnia di Wellington. Ad uno è affidata la cura dei lacci delle sue scarpe. Questo attendente, cui i mocassini debbono sembrare quello che è la Gelmini per i precari della scuola, ogni qualvolta il Principe si toglie i calzari, o qualcuno glieli sfila graziosamente, immediatamente provvede a stirarne le stringhe, per dedizione al vecchio Infante. Eppure l’eleganza non è mai stata il punto di forza della famiglia reale. I loro cappelli Montgolfier, i completi equini, le giacche da caccia alla volpe indossate in Polinesia, tutto il quadro è apparso sempre improponibile agli occhi di noi latini, educati dalla leggerezza delle Fontana.
E’ che noi non si guardava in basso, non ci si avvedeva del fulgore dei lacci, della metallica piega che consente loro di fendere l’aria con il minimo di attrito, real contributo al risparmio energetico e alla lotta per il cambiamento del clima.
E gli altri 132 valletti cosa faranno tutto il giorno? Le duecento camice di Charles censite a Buckingam Palace saranno impegnative, tuttavia il senso di uno spreco c’è. Si potrebbe pagare il debito della Grecia con i loro stipendi, pare. Al confronto impallidiscono le cifre della casta politica italiana. Il Principe Scilipoti, il funambolo della poltrona, torna ad essere un signor nessuno. Forse però siamo ingiusti con noi stessi. Può darsi che l’Italia sia ancora avanti. Chi sa che i capelli in fibra ottica del nostro Silvio non valgano di più dei fili stracotti di amido che chiudono le scarpe di Carlo?

"Mala Lingua"
rubrica
di Davide Ferrari
"Sardegna quotidiano"
9 XI 2011

sabato 5 novembre 2011

A Bologna si può fare.

E' luogo comune che mentre altre città nel decennio scorso hanno ricostruito la propria immagine, innovato e realizzato, Bologna sia diventata la capitale del ristagno.
Gli esempi internazionali, che ci sono stati scagliati addosso come corpi contundenti, sono noti: Lione, Valencia, perfino le metropoli della Cina in avvicinamento. Altrettanto noto è l'esempio in Italia. E' Torino. Dalle Olimpiadi del 2006 si è detto che Torino dimostrava che “se si vuole si può”, dell'inutilità delle doleances dei Comuni contro i tagli e la mancanza di una vera concertazione Governo-Città..
Ma chi esemplificava? La Destra, contenta di stornare i “j'accuse” dal Governo e dalle sue forbici. Anche certa Sinistra, quella Sinistra executive che spesso chiede il fare, il fare a tutti i costi.
Purtroppo il senso comune non è quasi mai buon senso.
E' stata rilanciata in questi giorni la notizia che Torino è la città più indebitata d'Italia. Il default è un rischio reale. Il nuovo Sindaco Fassino dovrà operare in condizioni proibitive.
Le Olimpiadi sono una bella cosa, l'immagine internazionale un obiettivo per tutte le Metropoli. Meno giustificato è il ricorso all'indebitamento e a strumenti finanziari del genere spendo oggi, pagherò gli interessi domani e dopodomani e così via. Non si vuol dire che Torino a falklito, ha fatto molte buone cose ma i problemi dell'epoca raggiungono anche i miti.
E Bologna, cosa c'entra? Non è forse anche la nostra città alle prese con problemi drammatici di sostenibilità dei propri servizi? Non si vorrà dire che non ci sono stati ritardi ed errori, qui, per esempio sulle infrastrutture? Non è la nostra idea,. Tuttavia gli anni del “grande sonno”, gli anni dell'incertezza e della caduta dell'immagine di Bologna vanno profondamente ripensati.
Se il mandato Guazzaloca si dimostra sempre più quello delle scelte sbagliate (una su tutte il Civis al posto del Tram) gli anni da Vitali a Cofferati hanno visto almeno tre cose che vanno ribadite.
I)La rete dei servizi è rimaasta in piedi, la più vasta d'Italia, mentre cambiavano enormemente i quadri sociali, basta pensare all'emigrazione. II)La riconsiderazione delle reti societarie partecipate, dalla dismissione delle Farmacie al consolidamento di Hera è stata pensata in tempo e condotta, fra luci ed ombre, in modo da garantire livelli qualitativi non indifferenti.III)Non si è utilizzato lo strumento finanziario per legare il cappio alla città in cambio di una immediata capacità di realizzazione.Qui siamo a svolte obbligate, difficili: la sussidiarietà, il nodo dei trasporti. Ma qui “si può fare” perchè l'hardware non è stato scassato, il capitale d'intelligenza dell'intervento pubblico locale è rimasto alto.
Il moderno cuore pubblico: è questo che batte ed è la forza più grande.

“Il contrario”
rubrica di Davide Ferrari
l'Unità Emilia-Romagna
5 11 2011

mercoledì 2 novembre 2011

A Bologna. "Contrada Pasolini". Una proposta

Si torna a parlare di come meglio ricordare Pier Paolo Pasolini nella città dove nacque, dando il suo nome ad una via, ad un luogo “centrale”. Già è intitolato a lui il parco, a S.Donato, dove ogni anno, per terribile casualità dobbiamo ricordare altri martiri della violenza, i carabinieri del Pilastro trucidati dai Savi. Pasolini è nato a Bologna, qui ha studiato, al liceo Galvani e all’Università.
Bologna è stato il luogo d’incontro con i suoi amici di sempre, Roversi, Scalia, Leonetti, Renzi, Giovanna Bemporad, Silvana Mauri Ottieri. Proprio a Bologna Pasolini scoprì i propri riferimenti letterari primari e maturò la sua fortissima impressione coloristica, sotto l’egida di Roberto Longhi.
Alcuni anni or sono, con Alberto Bertoni, Gregorio Scalise e Giancarlo Sissa, avanzammo la proposta di intitolare a Pier Paolo Pasolini la ”Manifattura delle Arti”, il rione del centro di Bologna, rinnovato da un intervento pubblico di alto livello, dove trovano posto: la nuova sede della Cineteca ed il parco della ex Manifattura tabacchi, la sede della GAM (Galleria d’Arte Moderna) al “Forno del pane”, la Salara, le residenze e le aule universitarie del Palazzaccio e dintorni. Insomma, siamo nel cuore di Bologna.
Riproponiamo la nostra idea. Ricordando che la Cineteca è sede del Fondo archivio Pasolini, che Laura Betti consegnò, come suo ultimo atto d'amore, alla città dove entrambi erano nati. Non volevamo, allora, si trattasse di una richiesta istituzionale al Sindaco, era tra l'altro Giorgio Guazzaloca. Spiegammo che intendevamo suscitare un impegno personale e collettivo a nominare Pasolini, in quel luogo bellissimo, preso, pian piano, giorno dopo giorno, da tutti i bolognesi, a cominciare dagli studenti e dai docenti dell’Università, dagli operatori e dagli utenti della Cineteca e della GAM.
Oggi mi rivolgo al Sindaco Merola direttamente, ma senza voler smarrire il senso di una “intitolazione dolce”, partecipata.
Vorrei come allora che questo straordinario rione della città divenisse la “Contrada Pasolini”.
Ci sono altri luoghi , cantoni, incroci, della città nominati , battezzati dall'uso popolare. Così vorrei ci fosse anche la contrada Pasolini. Luoghi con un nome più condiviso, vero, luoghi che sono un punto di riferimento.
Se riuscissimo a fare egualmente per “contrada Pasolini”, avremo ricordato il grande poeta come meglio non si potrebbe.
Prendiamo un impegno personale, tutti, di nominare così la nuova Manifattura delle Arti, non solo il Comune, al quale certamente lo chiediamo. Diciamo, tutti, al momento di fissare un appuntamento in quel luogo: “ci vediamo alla Pasolini”.
La Manifattura delle Arti, figlia di una lunghissima tradizione bolognese di attenzione allo studio dell’immagine, deriva anche dalle stagioni che Pasolini attraversò, interpretò, portò nel mondo intero. Dare il suo nome a un luogo di Bologna, ad uno dei suoi “cuori”, con una decisione istituzionale che allargarsi liquidamente, con l’adesione di centinaia di persone, nel comportamento quotidiano. Così si affermerebbe il ricordo, il senso e non solo metteremmo una targa sopra un muro.

“Il contrario”
rubrica di Davide Ferrari
L'Unità Emilia-Romagna
29 Ottobre 2011

5 novembre a Roma: un appuntamento per l’Italia.

Firmano per la partecipazione intellettuali e scrittori bolognesi. Lucarelli primo firmatario.

Si è aperta a Bologna, una raccolta di firme a sostegno della partecipazione alla manifestazione del Pd a Roma del 5 Novembre.
Comunichiamo qui il testo della dichiarazione e le prime firme da parte di intellettuali, scrittori.


La condizione del nostro paese ci preoccupa e ci interroga, stretta fra la crisi economica e finanziaria ed un gravissimo degrado e perdita di credibilità delle Istituzioni e della stessa politica cui si è giunti innanzitutto per diretta responsabilità del Presidente del Consiglio e del Governo.
Non è più possibile limitarsi ad assistere o delegare.
E’ importante per tutti i cittadini che una grande forza politica come il PD chiami ad una partecipazione diretta il 5 Novembre, con la manifestazione nazionale alla quale aderiamo.
E’ possibile, deve essere possibile:
-ritrovare fiducia e credere nel cambiamento;
-avere una politica partecipata e sobria;
-affrontare la crisi con decisione ed equità;
-restituire al lavoro valore e dignità;
-riaffermare l’immagine, il ruolo dell’Italia e delle sue culture, in Europa e nel mondo.
Prendere parte, oggi, è anche il nostro invito, per esigere una svolta, “In nome del popolo italiano”.


Carlo Lucarelli, Fabio Abagnato, Gian Mario Anselmi, Vittorio Biagini, Stefano Brugnara, Paolo Buconi, Maria Teresa Cacciari, Ombretta Capitani, Francesco Domenico Capizzi, Janna Carioli, Castelli Carla, Domenico Cella, Loredana Chines, Giancarla Codrignani, Nicoletta Conti, Rolando Dondarini, Rossella D'Ugo, Davide Ferrari, Fabrizio Festa, Franco Frabboni, Carlo Galli, Maurizio Garuti, Gianni Ghiselli, Rita Medici Imbeni, Ivano Marescotti,Umberto Mazzone, Piero Mioli, Carlo Monti,Santino Prosperi, Laura Renzoni Governatori, Werther Romani, Gregorio Scalise, Gianni Sofri, Annamaria Tagliavini.

Tempo di giovani. Quali?

“Tu c’eri, alla Leopolda?” E’ domanda frequente. Se la risposta , come nel mio caso è “No”, molti si stupiscono, si allontanano impercettibilmente. Il loro linguaggio non verbale, i fremiti del corpo, sembrano dirci:”Non c’eri? Ma allora non sei nessuno. Cosa speri ancora dalla vita?”
Hano ragione, la Convenzione di Matteo Renzi andava frequentata, agita-come oggi si usa dire. Tante novità, una freschezza da brivido, come quando di Luglio si apre il frigorifero. Mi ha colpito una frase di Andrea Baricco. Rispondendo ad una domanda-gioco più o meno cosi: “Cosa faresti se tu fossi Presidente del Consiglio?”, il noto scrittore ha argomentato:”Avevo trent’anni venti anni fa. Adesso il mio tempo è finito”.
Eppure il coetaneo Baricco è molto giovanile. A differenza di me, non ha la pancia e pare vivere ancora senza il terrore di dover ricorrere al riportino. C’è qualcosa di profondo dietro questo esplodere dell’amore per la giovinezza, in Italia. Ci sono le vergogne, non solo i lifting, di una classe dirigente che non ha la fiducia dei cittadini. Ancora: chi di noi non ha un figlio che ci renda partecipi della triste avventura di vivere in un’economia fatta di molta disoccupazione e di altrettanta occupazione precaria e a reddito bassissimo?
Non mi pare però che, attorno al tavolo di cucina, in famiglia, diano la colpa ai genitori, o peggio ai nonni, quegl’empi percettori di pensione che un vasto arco politico indica a responsabili del nostro dissesto.
Si vorrebbe un lavoro, non essere carne da cannone in una guerra fra le generazioni. Si citano le primavere arabe. “Le hanno fatte i giovani”, ci si ricorda. E chi doveva farle? Difficile vedere prese di “Palazzi d’Inverno” di eserciti di nonne con badanti. Difficile vedere al posto dei sampietrini e delle molotov, le demtiere trasformate in nacchere contundenti. Ma perchè si è tornati a fare delle rivoluzioni? Non pare che fossero rivolte contro i vecchi ma contro la dittatura e la miseria.
Mentre a Destra Berlusconi annuncia che le profezie Maya in suo possesso garantiscono che batterà allegramente il secolo, a Snistra si cerca il giovane più giovane. Solo un giovanissimo, senza arterio ed alito pesante, con una bocca senza rughe potrà dire tutto. Proprio tutto tranne che questo mondo inceppato non ci piace, che ne vogliamo uno più giusto, non un’altro uguale, nuovo.

Mala Lingua
Rubrica di Davide Ferrari
"Sardegna quotidiano"

Gelmini e dopo Gelmini.

Scuola, che fare? Gelmini e dopo Gelmini.
Mercoledì 2 Novembre · h 18.00
Libreria Feltrinelli, piazza di porta Ravegnana 1, Bologna

Andrea Segrè e Graziella Giorgi in dialogo con Franco Frabboni
Presiede Gigi Marcucci
con un intervento di Davide Ferrari


In occasione della pubblicazione del libro:
"UN MINISTRO SENZA IDEE, SENZA ROSSORI, SENZA SOGNI.
La 'cascata' dei corsivi di Franco Frabboni sull'Unità Emilia-Romagna".
Pensa Multimedia ed.

Promosso da Casadeipensieri e La Feltrinelli Eventi